
Il documentario di Giuseppe Contarino racconta la storia di Nicolas Gentile e della sua Contea ispirata all'universo di Tolkien, trasformando un sogno personale in una riflessione universale sul valore del tempo, della comunità e della semplicità.
Sinossi
Nel piccolo borgo abruzzese di Bucchianico, Nicolas Gentile conduce una vita apparentemente ordinaria, dividendosi tra il lavoro nella pasticceria di famiglia e il tempo trascorso con i propri cari. Dietro questa quotidianità, però, si cela un sogno fuori dall’ordinario: costruire una vera Contea ispirata all’universo di J.R.R. Tolkien, un luogo in cui riscoprire il valore della semplicità, della comunità e del contatto con la natura. Attraverso le testimonianze di amici, familiari e di chi ha condiviso questo percorso, La Mia Anima Ha Fretta racconta il viaggio di un uomo che ha scelto di trasformare l’immaginazione in una concreta filosofia di vita.
Esistono documentari che raccontano una storia e altri che cercano di comprendere perché quella storia abbia assunto un significato così profondo per tante persone. La Mia Anima Ha Fretta, diretto da Giuseppe Contarino e scritto insieme a Guido Fiandra, appartiene senza dubbio alla seconda categoria, scegliendo di non limitarsi a ripercorrere le tappe della nascita della celebre Contea Gentile, ma interrogandosi su ciò che rappresenta davvero per chi l’ha costruita e per chi, negli anni, ne è rimasto affascinato. Non è un caso, dunque, che il film abbia già conquistato il premio come Miglior Documentario all’El Ojo Maya International Film Festival in Messico e sia stato candidato come Miglior Documentario ai prestigiosi WA Screen Culture Awards, uno dei festival indipendenti più rilevanti del panorama australiano, riconoscimenti che consacrano la portata universale dell’opera, capace di andare ben oltre il semplice interesse locale.
LA CONTEA GENTILE COME LUOGO D’APPARTENENZA
Chi conosce già Nicolas Gentile potrebbe aspettarsi il classico documentario biografico dedicato al “Bilbo Baggins d’Abruzzo”, all’uomo che ha percorso centinaia di chilometri per gettare un anello nel Vesuvio o che ha costruito una contea Hobbit capace di attirare l’attenzione persino dello stesso Elijah Wood. Contarino, invece, sceglie consapevolmente una strada differente. Nicolas diventa quasi una presenza costante ma sfuggente, il centro gravitazionale di un racconto nel quale sono soprattutto gli altri a prendere la parola. Sono la moglie, gli amici, i collaboratori, i frequentatori della Contea e tutti coloro che, almeno una volta, hanno deciso di lasciarsi coinvolgere da quel piccolo angolo di Terra di Mezzo ricreato tra le colline abruzzesi a restituire il ritratto di un uomo che, proprio attraverso il silenzio della propria voce, finisce per emergere con forza ancora maggiore.
È una scelta narrativa che funziona sorprendentemente bene perché evita qualsiasi rischio di autocelebrazione. Il documentario non costruisce un eroe, ma lascia che siano le conseguenze delle sue azioni a raccontarne la statura umana. Più che osservare Nicolas, si osserva l’effetto che la sua visione produce sugli altri: persone provenienti dai contesti più disparati che trovano nella Contea un luogo di appartenenza, un’occasione per rallentare, condividere, sporcarsi le mani e riscoprire un modo diverso di vivere il tempo. In questo senso, il titolo stesso del documentario, ispirato alla celebre poesia attribuita a Mário de Andrade, smette di essere soltanto un riferimento letterario e diventa la chiave di lettura dell’intera operazione.
IL BISOGNO DI COSTRUIRE COMUNITÀ AUTENTICHE
Naturalmente Tolkien rappresenta una presenza costante lungo tutto il film, ma sarebbe profondamente riduttivo considerare La Mia Anima Ha Fretta un documentario destinato esclusivamente agli appassionati del professore di Oxford. L’immaginario della Terra di Mezzo costituisce piuttosto il linguaggio attraverso cui viene affrontato un tema molto più ampio: il bisogno contemporaneo di costruire comunità autentiche in un’epoca dominata dalla velocità, dall’individualismo e dalla continua rincorsa alla produttività. La Contea Gentile non viene raccontata come una fuga dalla realtà, bensì come un tentativo concreto di abitarla diversamente, recuperando un rapporto più sano con il lavoro, con la natura e con le relazioni umane.
Proprio per questo il documentario trova i suoi momenti migliori quando abbandona qualsiasi fascinazione folkloristica per concentrarsi sulla fatica necessaria a rendere possibile un sogno. Il fango, la pioggia, le difficoltà organizzative, il lavoro manuale e persino gli imprevisti diventano parte integrante del racconto, contribuendo a demolire qualsiasi idealizzazione romantica della vita Hobbit. Dietro ogni festa, ogni porta circolare e ogni tavolata condivisa si nascondono sacrifici, rinunce e una determinazione che il film non cerca mai di edulcorare, anzi, ne fa il fondamento stesso del proprio discorso.
UNA RIFLESSIONE SUL VALORE DEL TEMPO
Sul piano formale, il documentario dimostra una sensibilità visiva che supera le aspettative di una produzione indipendente. La fotografia di Vin Faro valorizza tanto le colline abruzzesi quanto gli spettacolari paesaggi dell’Etna, utilizzati come spazio simbolico di un pellegrinaggio interiore che richiama inevitabilmente il Monte Fato senza mai cadere nella citazione gratuita. Le immagini alternano con naturalezza l’intimità delle interviste a panoramiche di grande respiro, accompagnate dalle musiche originali dei Blindur, capaci di sostenere l’emotività del racconto senza trasformarsi in un commento invasivo.
In definitiva, La Mia Anima Ha Fretta riesce nell’impresa più difficile per un documentario contemporaneo: partire da una storia estremamente particolare per arrivare a parlare di qualcosa che riguarda chiunque. La vicenda di Nicolas Gentile diventa così il pretesto per riflettere sul valore del tempo, sulla possibilità di inseguire un sogno apparentemente irrealizzabile e sulla necessità, oggi più che mai, di costruire spazi nei quali sentirsi parte di una comunità. Non occorre conoscere Tolkien, né aver mai letto una pagina de Il Signore degli Anelli, per lasciarsi coinvolgere da questo racconto. Basta, semplicemente, aver sentito almeno una volta il desiderio di rallentare e chiedersi se esista davvero un modo diverso di vivere. Ed è proprio in questa capacità di trasformare un’esperienza personale in un messaggio universale che il documentario di Giuseppe Contarino trova la sua forza più autentica.






