
Dopo una prima stagione capace di rilanciare il franchise, Dexter Morgan torna a confrontarsi con un avversario che non può eliminare con le proprie mani: il tempo.
La première della seconda stagione di Dexter: Resurrection, “Risky Business”, è stata presentata in anteprima al Lucca Comics & Games 2026, occasione durante la quale è stato possibile assistere anche a un’intervista da remoto a Michael C. Hall. L’attore ha anticipato alcuni degli sviluppi che caratterizzeranno i prossimi episodi, soffermandosi proprio sulla nuova inquietudine di Dexter, sulla consapevolezza che le sue capacità fisiche non siano più quelle di un tempo e che gli anni migliori della sua carriera da serial killer potrebbero essere ormai alle spalle. Una premessa che introduce una prospettiva potenzialmente stimolante, soprattutto per un personaggio che ha trascorso l’intera esistenza a cercare di controllare ogni singola variabile della propria esistenza. Il problema è che un’idea promettente non basta, da sola, a rendere convincente un episodio, specialmente quando la scrittura continua ad alternare intuizioni brillanti, passaggi discutibili e qualche ingenuità molto difficile da ignorare.
SCUOLA DI POLIZIA
La seconda stagione si apre con un Dexter apparentemente sereno, ormai abituato alla nuova vita newyorkese e a un rapporto con Harrison che sembra aver finalmente trovato un equilibrio. Il figlio, interpretato da Jack Alcott, è entrato nell’accademia di polizia e si prepara a intraprendere la carriera investigativa, portando avanti una tradizione familiare che assume contorni inevitabilmente ironici considerando la vera natura del padre. Nel frattempo, Dexter continua a soddisfare le proprie pulsioni omicide, ma la routine comincia a stargli stretta.
È proprio qui che “Risky Business” individua il suo spunto più interessante. Il protagonista non deve affrontare soltanto la possibilità di essere scoperto, né confrontarsi con un avversario più intelligente o pericoloso del previsto. Per la prima volta, sembra percepire il tempo come un nemico impossibile da eliminare, un avversario contro il quale il suo consueto arsenale di trucchi e strategie potrebbe rivelarsi insufficiente.
Il desiderio di riconoscimento nasce anche dalla difficoltà crescente nel portare a termine le proprie operazioni con la precisione di un tempo. Dexter ha trascorso decenni a eliminare assassini che considerava meritevoli di una punizione definitiva, convincendosi di contribuire silenziosamente alla salvaguardia di innumerevoli vite. Eppure, di tutto questo lavoro non rimane alcun riconoscimento pubblico, nessuna gratitudine, nessuna celebrazione. Il Macellaio di Bay Harbor ha sempre accettato di operare nell’ombra, ma adesso sembra domandarsi quanto valga un’intera esistenza dedicata a una missione della quale nessuno conosce il vero significato.
CRISI DI MEZZA ETÀ
La questione diventa particolarmente interessante perché Dexter non ha mai avuto bisogno dell’approvazione del mondo esterno quanto sembra averne adesso. La sua identità si è sempre fondata sul controllo, sulla capacità di nascondersi dietro una maschera socialmente accettabile e sulla convinzione di poter stabilire autonomamente le regole del proprio universo morale. Cercare visibilità significa mettere in discussione proprio quell’equilibrio che gli ha permesso di sopravvivere così a lungo.
La serie sembra dunque voler interrogare la natura stessa del personaggio: il bisogno di uccidere è davvero l’unica componente irrinunciabile della sua esistenza oppure, dopo decenni trascorsi a considerarsi un eroe incompreso, Dexter desidera finalmente che qualcuno riconosca il valore delle sue azioni?
Il rischio, naturalmente, è che questa necessità di sentirsi importante finisca per trasformarlo nel principale responsabile della propria rovina. Peccato che l’episodio non riesca sempre a sviluppare simili riflessioni con la profondità necessaria, e l’idea della crisi di mezza età venga sì introdotta con una certa efficacia, ma talvolta rimanga più un espediente narrativo che una trasformazione psicologica realmente approfondita.
POCA ACCORTEZZA
Se sul piano tematico “Risky Business” offre spunti interessanti, la gestione di alcuni dettagli narrativi solleva perplessità difficili da ignorare. Il problema non riguarda tanto la sospensione dell’incredulità, elemento inevitabile in una serie dedicata a un serial killer che riesce sistematicamente a eludere le indagini, quanto la sensazione che talvolta la sceneggiatura dimentichi proprio quelle precauzioni che hanno contribuito a definire il personaggio, almeno all’inizio del suo percorso televisivo.
Tanto per fare un esempio, durante la colluttazione nell’officina con Raperonzolo, durante la quale tutta la copertura in plastica è stata in parte compromessa, Dexter sputa per terra, rischiando di lasciare tracce biologiche che potrebbero collegarlo alla scena del crimine. È un dettaglio apparentemente insignificante, ma proprio per questo fastidioso, perché un personaggio che ha costruito la propria sopravvivenza sull’attenzione maniacale ai particolari dovrebbe essere consapevole di quanto anche un gesto involontario possa compromettere un’intera operazione.
La scena potrebbe naturalmente nascondere conseguenze destinate a emergere più avanti, ma, allo stato attuale, appare come una leggerezza difficilmente conciliabile con l’esperienza accumulata da Dexter. Non è necessario che il protagonista sia infallibile, anzi, mostrare i suoi limiti è una delle direzioni più interessanti intraprese dalla nuova stagione. Occorre però distinguere fra un errore che rivela una vulnerabilità autentica e una svista che sembra esistere soltanto perché la trama ha bisogno di complicarsi.
Un’altra sequenza discutibile riguarda il Five Boroughs Killer, che riesce a utilizzare una pistola dotata di silenziatore in un parcheggio affollato senza attirare l’attenzione dei presenti. Dal punto di vista televisivo, la scelta è comprensibile, chi conosce però il funzionamento reale di questi dispositivi faticherà ad accettare una rappresentazione tanto semplicistica.
Un silenziatore non rende un’arma completamente silenziosa, né elimina necessariamente il rumore dello sparo al punto da renderlo impercettibile in un ambiente pubblico. L’effetto dipende da diversi fattori, compresi il tipo di munizioni, l’arma utilizzata e le condizioni ambientali.
Dexter ha sempre richiesto qualche concessione alla plausibilità, ma il fascino del protagonista dipende anche dalla sua capacità di anticipare i rischi e riconoscere gli errori altrui. Quando è la sceneggiatura stessa a trascurare simili accortezze, diventa più difficile lasciarsi coinvolgere senza riserve.
TIEPIDA RIPRESA
La première della seconda stagione di Dexter: Resurrection non è un episodio da liquidare frettolosamente, ma neppure un debutto capace di giustificare un entusiasmo incondizionato. L’idea di confrontare Dexter con l’invecchiamento, con la progressiva perdita delle proprie capacità e con il desiderio tardivo di essere riconosciuto offre alla serie una direzione narrativa interessante, soprattutto dopo una prima stagione che aveva saputo recuperare parte della vitalità delle annate migliori.
Michael C. Hall rimane il principale punto di forza della produzione, capace di restituire al personaggio quell’equilibrio fra ironia, inquietudine e distacco emotivo che lo ha reso memorabile. Anche l’introduzione di Brian Cox e Dan Stevens lascia intravedere possibilità intriganti, mentre la nuova posizione di Harrison potrebbe alimentare conflitti familiari e morali di notevole interesse.
Eppure, fra un tema promettente e la sua effettiva realizzazione rimane una distanza che questo primo episodio non riesce completamente a colmare. La crisi di mezza età di Dexter viene presentata con intuizioni efficaci, ma non sempre approfondita con la necessaria incisività; alcuni passaggi narrativi appaiono frettolosi e certe ingenuità compromettono la credibilità di una storia che dovrebbe fare della meticolosità uno dei propri punti di forza.
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