La terza stagione di Shrinking si apre con un episodio che sceglie deliberatamente la strada dell’eccesso emotivo, intrecciando dolore, ironia e consolazione in un’ora che funziona come manifesto tematico di questo nuovo arco narrativo. Dopo una seconda stagione incentrata sulla ricostruzione e sulla lenta accettazione della perdita, l’episodio inaugura una nuova tappa del racconto, in cui la fragilità non è più una fase transitoria ma una condizione permanente con cui imparare a convivere.
FUCK PARKINSON’S!
Il cuore pulsante della puntata è Paul, il cui Parkinson smette di essere una minaccia astratta per trasformarsi in presenza invasiva, quotidiana, a tratti umiliante. L’apertura dell’episodio, che lo ritrae mentre fatica a lavarsi i denti e poi durante una seduta con un paziente, stabilisce immediatamente un tono privo di indulgenza, capace di mescolare disagio fisico e humour nero con sorprendente naturalezza. La battuta sulla mano nascosta sotto la coperta, che oscilla tra l’imbarazzo e il grottesco, sintetizza perfettamente la poetica della serie: ridere non per sminuire il dolore, ma per renderlo sopportabile.
Il rapporto tra Paul e Jimmy, già centrale nelle stagioni precedenti, viene ricalibrato attraverso un patto morale che segna un punto di non ritorno. Paul rifiuta la tentazione dell’autocommiserazione e chiede a Jimmy di diventare il suo argine futuro, colui che dovrà ricordargli chi è stato quando la malattia inizierà a eroderlo.
Inoltre, l’ingresso in scena del personaggio interpretato da Michael J. Fox, Gerry, rappresenta forse uno dei momenti più potenti e stratificati dell’episodio, sia sul piano narrativo che su quello metatestuale. L’incontro in sala d’attesa, apparentemente casuale, diventa rapidamente uno spazio di riconoscimento reciproco, in cui la malattia viene nominata, descritta e affrontata senza filtri retorici. Il dialogo sui sintomi del Parkinson assume un peso che trascende la finzione – essendo Michael J. Fox malato di Parkinson dal 1991 – trasformandosi in una dichiarazione di resistenza esistenziale culminante nel reciproco, liberatorio “Fuck Parkinson’s!”.
LA CALMA PRIMA DELLA TEMPESTA
Attorno a questo nucleo drammatico, l’episodio costruisce una lunga carrellata di momenti incentrati sulla stabilità emotiva che sfiora volutamente l’eccesso. Le coppie felici si susseguono quasi senza soluzione di continuità, da Liz e Derek a Brian e Charlie, fino a Gaby e Derrick, componendo un mosaico di relazioni – per il momento – apparentemente pacificate. Anche il rapporto tra Sean e suo padre sembra finalmente trovare una forma di equilibrio, mentre la relazione con la dottoressa Sykes si interrompe con una lucidità che rifiuta ogni romanticizzazione del mero bisogno sessuale post-divorzio.
La scena tra Jimmy e Louis sulla panchina del parco, invece, segna un passaggio fondamentale nella ridefinizione dei ruoli morali della serie. Il fatto che i due possano ora dialogare amichevolmente dopo il trauma condiviso della perdita, rappresenta un punto di arrivo narrativo tanto necessario quanto rischioso. Il suggerimento di tornare a vivere, di riprendere una carriera creativa, viene offerto senza enfasi, come se la serie volesse normalizzare l’idea che la sopravvivenza emotiva non sia necessariamente un tradimento della memoria.
Il tema della genitorialità attraversa poi l’episodio in modo trasversale, trovando nella vicenda di Alice il suo punto di massima tensione. La decisione di rifiutare l’ingresso nella squadra di calcio dei suoi sogni, pur avendo talento e opportunità, viene motivata da un bisogno di protezione collettiva che la serie presenta senza giudizio immediato. La reazione di Jimmy, divisa tra egoismo affettivo e comprensione, viene infine riequilibrata dall’intervento di Sean, che invita entrambi ad accettare il rischio insito nel cambiamento, mentre parallelamente, grazie alla sottotrama che coinvolge Liz, Brian, Charlie e la madre surrogata Ava, si esplorano le dinamiche di controllo e paura che spesso accompagnano la costruzione di una famiglia non convenzionale.
IL MIO DISASTRO
Il matrimonio tra Paul e Julie diventa così il catalizzatore emotivo dell’intera puntata, pur nascendo inizialmente da una serie di fraintendimenti e resistenze. La riluttanza di Paul verso una cerimonia troppo festosa si rivela progressivamente una maschera dietro cui si nasconde la paura di desiderare ancora qualcosa di autentico, e il confronto finale con Julie, in cui emerge il bisogno reciproco di un rito che non sia del tutto impersonale, restituisce alla proposta in ginocchio di Paul una sincerità e una tenerezza disarmanti.
Il colpo di scena finale, assolutamente inaspettato e che ricorderà ai fan di Scrubs, non solo per il titolo molto simile a quello di questa premiere, l’episodio 3×14 – My Screw Up/Il Mio Disastro (la puntata che ha traumatizzato un’intera generazione), rivela la natura allucinatoria del personaggio di Gerry, e quindi rilegge retroattivamente uno dei momenti più toccanti dell’episodio, trasformandolo in una manifestazione ulteriore del deterioramento neurologico di Paul. Non è ancora chiaro se si tratti di un’allucinazione fin dal primo incontro in sala d’attesa – molto sospetto il momento in cui Paul viene chiamato e Gerry completamente ignorato – ma potrebbe anche trattarsi di un personaggio inizialmente reale, e solo successivamente parto di una delle allucinazioni di Paul. Scenario reso ancor più plausibile nell’ottica di un ritorno del personaggio di Michael J. Fox – in carne ed ossa – più avanti nel corso della stagione.
La chiusura dell’episodio, con tutte le coppie riunite al matrimonio e la comparsa della figlia di Paul, Meg, e del suo amico Raymond, rafforza l’idea di una comunità che si stringe attorno alla fragilità invece di respingerla, e il dialogo finale tra Jimmy e Paul, in cui quest’ultimo lo invita a non scegliere la solitudine come forma di espiazione, apre chiaramente la strada al ritorno di Sofi (Cobie Smulders) come interesse amoroso, prefigurando una stagione incentrata sul coraggio di guardare avanti.
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Questo primo episodio sceglie la via dell’intensità senza compromessi, costruendo un racconto che abbraccia la fragilità come stato permanente e non come ostacolo da superare. Pur rischiando talvolta l’eccesso consolatorio, l’episodio dimostra una maturità narrativa rara, confermando la serie come una delle più lucide e coraggiose riflessioni televisive contemporanee sul dolore, l’amore e la resistenza quotidiana.


