Street FighterTEMPO DI LETTURA 6 min

17/10/2026
Street Fighter
Recensione FilmStreet Fighter Capcom Cinema

Street Fighter è un film che si lascia guardare con leggerezza, ma con un forte retrogusto di occasione mancata.

Sinossi

La storia prende avvio nel 1987, durante il primo World Warrior Tournament, vinto da Ryu (Andrew Koji) allievo di Gouken e amico fraterno di Ken Masters (Noah Centineo). Segnato da eventi traumatici e dai propri demoni interiori, Ryu si ritira, mentre Ken diventa una celebrità, allontanandosi sempre più dalle arti marziali. Anni dopo, un nuovo torneo riunisce i due combattenti su iniziativa di Chun-Li (Callina Liang), impegnata in una missione segreta contro il misterioso e spietato M. Bison (David Dastmalchian), il cui piano minaccia di trasformare la competizione in qualcosa di ben più pericoloso.

Adattare un videogioco come Street Fighter significa confrontarsi con un problema che il cinema continua a incontrare ogni volta che prova a trasporre un picchiaduro sul grande schermo, ovvero come dare un senso narrativo a personaggi nati unicamente per riempirsi di mazzate. Dopo il film osceno del 1994 con Jean-Claude Van Damme e il per fortuna dimenticato Street Fighter: The Legend of Chun-Li del 2009, la nuova trasposizione diretta da Kitao Sakurai sceglie deliberatamente di non nascondere la natura sopra le righe del materiale di partenza, e anzi la abbraccia fin dai primi minuti del film. Costumi improbabili, mosse impossibili, acconciature che sfidano le leggi della fisica e un immaginario visivo direttamente debitore dell’estetica arcade diventano gli ingredienti di un’operazione che punta a intrattenere senza prendersi troppo sul serio.
L’intuizione, almeno in partenza, è quella giusta. Street Fighter non cerca di trasformarsi in un dramma marziale realistico né di giustificare ogni assurdità del proprio universo attraverso spiegazioni elaborate. Preferisce abbracciarne il carattere fumettistico, alternando combattimenti, gag perlopiù riuscite e momenti di autentica nostalgia per tutti gli amanti degli anni Novanta. Il problema è che, mentre dimostra di aver compreso lo spirito del videogioco, il film contemporaneamente fatica a costruire una narrazione altrettanto efficace. Il risultato è un blockbuster discontinuo, capace di regalare qualche momento di reale divertimento e diverse immagini memorabili, ma anche di smarrirsi in una sceneggiatura sovraffollata e incapace di dare il giusto spazio ai suoi protagonisti.

PIÙ DI UN’OCCASIONE MANCATA


Il merito principale di Kitao Sakurai è aver capito che Street Fighter non ha bisogno di diventare un’opera solenne per funzionare sul grande schermo. Al contrario, è proprio quando il film abbandona ogni pretesa di serietà che trova la propria identità.
L’umorismo rappresenta sicuramente uno degli strumenti più riusciti dell’operazione. Non si tratta soltanto di inserire battute o strizzare l’occhio agli appassionati, ma di riconoscere apertamente quanto possa essere assurdo l’immaginario del videogioco quando viene trasposto nella realtà. Alcune scene funzionano proprio perché sovvertono le aspettative del pubblico, interrompendo la tradizionale retorica del guerriero invincibile con situazioni goffe, reazioni inattese e personaggi che sembrano incapaci di prendersi sul serio per più di qualche minuto.
La reunion tra Ryu e Ken, per esempio, trova una delle sue intuizioni migliori in un confronto che rinuncia alla consueta spettacolarizzazione per giocare con l’impaccio fisico e il contrasto tra i due. È un momento che dimostra quanto il film avrebbe potuto guadagnare da un approccio più libero, capace di utilizzare le convenzioni del genere per costruire situazioni comiche anziché limitarsi a riprodurle.
È proprio qui però che emerge la vera contraddizione del film. La rivalità tra Ryu e Ken avrebbe tutti gli elementi per offrire un nucleo emotivo solido, costruito sul contrasto tra disciplina e vanità, responsabilità e desiderio di riconoscimento. La sceneggiatura, però, si disperde continuamente tra sottotrame, introduzioni e deviazioni comiche, senza riuscire a dare una direzione davvero incisiva al percorso dei protagonisti. Anche il torneo, che dovrebbe costituire il motore dell’intera vicenda, finisce spesso in secondo piano, con scontri liquidati rapidamente o addirittura lasciati fuori campo.

CHOOSE YOUR FIGHTER!


A beneficiare maggiormente di questa impostazione volutamente esagerata sono gli interpreti che riescono a comprendere la natura caricaturale dei rispettivi personaggi. Noah Centineo offre un Ken sufficientemente sopra le righe, costruito attorno all’ego di una celebrità in declino e alla fragilità di un uomo che ha confuso il successo con il proprio valore.
Callina Liang è altrettanto convincente nei panni di Chun-Li, che porta nella vicenda una determinazione capace di bilanciare le intemperanze degli altri combattenti, beneficiando anche di una presenza scenica incisiva e di un’ottima fisicità nelle sequenze d’azione. David Dastmalchian, invece, interpreta M. Bison con un gusto per la teatralità che si sposa bene con il tono del progetto, rendendo il villain riconoscibile anche quando il materiale a disposizione rischia di scivolare nel grottesco involontario.
Tra le presenze più divertenti spicca inoltre Cody Rhodes nei panni di Guile, capace di sfruttare il carattere caricaturale del personaggio e la sua iconica capigliatura per regalare alcuni dei momenti comici più riusciti. Il resto del cast comprende, tra gli altri, Jason Momoa come Blanka, 50 Cent come Balrog, Vidyut Jammwal come Dhalsim e Roman Reigns come Akuma.
La ricchezza del gruppo, però, diventa rapidamente un limite. L’impressione è quella di trovarsi davanti alla schermata di selezione di un picchiaduro, con una serie di personaggi riconoscibili che attendono il proprio turno per entrare in scena. Il problema è che molti di loro non ricevono abbastanza spazio per lasciare il segno, riducendosi a poco più di una comparsata o a un singolo momento costruito per suscitare l’entusiasmo dei fan. Andrew Koji, dal canto suo, interpreta Ryu con la necessaria serietà, ma il personaggio finisce penalizzato da una sceneggiatura che lo mette spesso ai margini e non gli permette di sviluppare un percorso emotivo altrettanto interessante.

MANCA EQUILIBRIO


Sul piano visivo, Street Fighter riesce a trovare una personalità piuttosto precisa. La fotografia di Ken Seng (Deadpool, Project X), con le sue luci artificiali, i colori saturi e una grana che richiama il cinema di genere di qualche decennio fa, contribuisce a ricreare un immaginario volutamente rétro.
Anche i combattimenti offrono risultati alterni ma complessivamente godibili. Le coreografie recuperano le mosse caratteristiche dei videogiochi e cercano di tradurle in azione fisica, con un uso degli effetti digitali che non cancella completamente il lavoro degli interpreti. Peccato che il torneo venga spesso sacrificato alle esigenze della trama e alle continue deviazioni comiche.
Il rapporto tra Ryu e Ken, che dovrebbe rappresentare il cuore emotivo della vicenda, viene continuamente interrotto da digressioni che disperdono l’attenzione. Persino la competizione finisce per perdere centralità, mentre il finale sembra interessato soprattutto a preparare il terreno per un seguito.
Il limite più evidente di Street Fighter è dunque la difficoltà nel trovare un equilibrio tra fedeltà al videogioco, ambizioni narrative e desiderio di intrattenere. La pellicola possiede un’identità visiva riconoscibile, un cast che sa divertirsi con il materiale a disposizione e una buona dose di ironia. Tuttavia, questi elementi convivono senza fondersi davvero in un insieme coerente.

Scheda film
Titolo originaleStreet Fighter
RegiaKitao Sakurai
SceneggiaturaKitao Sakurai, T. J. Fixman, Dalan Musson
InterpretiNoah Centineo, Andrew Koji, Callina Liang, Joe Anoa’i, David Dastmalchian, Cody Rhodes, Eric André, Andrew Schulz, Vidyut Jammwal, Orville Peck, Don Lee, 50 Cent, Jason Momoa
Distribuzione / PiattaformaParamount Pictures
Durata119′
OrigineStati Uniti, Giappone, 2026
Data di uscita15/10/2026 (Italia)
Il giudizio di Recenserie

SLAP THEM ALL

Alla fine, Street Fighter resta un film che si lascia guardare con una certa leggerezza, soprattutto se si accettano in partenza le sue esagerazioni. Non è il disastro che avrebbe potuto essere, ma nemmeno l’adattamento capace di consacrare definitivamente il franchise sul grande schermo.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL

Fabrizio è un autore di Recenserie, giornalista freelance e teledipendente cronico. Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e lo guarda in loop da più di dieci anni.

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