Wonder Man 1×04 – DoormanTEMPO DI LETTURA 5 min

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Recensione Wonder Man 1x04Con il quarto episodio, Wonder Man compie una deviazione narrativa netta e deliberata, sospendendo la traiettoria principale per proporre un racconto autonomo che ridefinisce ambizioni, tono e orizzonte tematico della serie. “Doorman” si presenta come un episodio stand-alone in bianco e nero, formalmente distante e narrativamente isolato, ma concettualmente centrale per comprendere la riflessione che la serie sta costruendo attorno al rapporto tra superpoteri, industria dell’intrattenimento e consumo mediatico. L’assenza quasi totale di Simon Williams dalla narrazione diretta non indebolisce l’episodio, ma ne rafforza la funzione speculare, trasformando DeMarr Devis (interpretato da Byron Bowers) in una figura paradigmatica, attraverso la quale interrogare il destino possibile di ogni individuo dotato di poteri in un mondo che li trasforma immediatamente in prodotto di consumo.

MARVEL STUDIOS PRESENTS: “DOORMAN


La scelta stilistica del bianco e nero non è un semplice esercizio estetico, ma un dispositivo narrativo che colloca l’episodio in una dimensione quasi mitologica, sospesa tra fiaba urbana e mockumentary. Il racconto della scoperta dei poteri di DeMarr, mediato da immagini contrastate e spazi notturni, restituisce un senso di inquietudine primordiale, lontano dalle consuete origini supereroistiche spettacolarizzate del Marvel Cinematic Universe. La voragine sull’asfalto, il passaggio in una dimensione oscura e l’apparizione delle porte luminose evocano un immaginario liminale, più vicino alla fantascienza esistenziale che all’action, suggerendo che il vero trauma non risieda nel potere in sé, ma nella sua incomprensibilità.
Nei fumetti Marvel, The Doorman è un personaggio volutamente marginale, membro dei Great Lakes Avengers, spesso utilizzato come strumento comico o parodistico, dotato di un potere assurdo e scarsamente eroico. L’episodio televisivo recupera quella marginalità, ma la rilegge in chiave tragica, trasformando l’abilità di attraversare le superfici in una metafora dell’invisibilità sociale. DeMarr non diventa un eroe perché salva delle vite, ma perché il suo potere è facilmente narrabile, replicabile e spendibile in termini di spettacolo, un dettaglio che esplicita la critica al sistema che decide chi merita attenzione e chi deve restare sullo sfondo.
Il rapporto con Josh Gad, che interpreta una versione di sé stesso, rappresenta uno degli elementi più sottilmente corrosivi dell’episodio. La loro amicizia iniziale appare informale, quasi casuale, ma si rivela presto una dinamica asimmetrica, nella quale il carisma e la visibilità dell’attore fungono da catalizzatore per l’ascesa di DeMarr. La trasformazione da usciere anonimo a bodyguard superdotato avviene senza un reale processo di consapevolezza, sottolineando come la fama non sia una conquista, ma un incidente mediatico, generato da una combinazione di evento spettacolare e narrazione conveniente.

DING DONG MOTHERFU**ER!


La sequenza dell’incendio al Wilcox costituisce il momento fondativo del mito di The Doorman, ma viene raccontata senza enfasi eroica, privilegiando la funzionalità del gesto rispetto alla sua epicità. DeMarr non combatte, non sceglie, non sacrifica, ma applica il proprio potere in modo quasi burocratico, diventando una porta umana attraverso cui gli altri possono salvarsi. Questo dettaglio rafforza l’idea che l’eroismo, in questo contesto, sia definito non dall’intenzione morale, ma dalla spettacolarità dell’atto e dalla sua immediata traducibilità in racconto mediatico.
La parabola della fama che segue è costruita con lucidità e progressione controllata, mostrando come DeMarr venga rapidamente inglobato da un sistema che lo trasforma in marchio, catchphrase e immagine ripetibile. Il tormentone “Ding Dong!” diventa il simbolo di una riduzione identitaria, nella quale l’individuo viene progressivamente cancellato a favore di un gesto, di un suono, di una funzione. Questo passaggio dialoga apertamente con la condizione di Simon Williams, attore alla ricerca di un ruolo, suggerendo che il rischio non sia fallire, ma riuscire nel modo sbagliato.
L’episodio dedica ampio spazio anche ai risvolti più prosaici e meno glamour della celebrità, come l’instabilità economica, la dipendenza dalle offerte pubblicitarie e l’esposizione costante al giudizio dei social media. La scelta di inserire conseguenze legali legate a una sponsorizzazione dannosa rafforza la dimensione realistica del racconto, mostrando come il potere non protegga dalle responsabilità, ma anzi amplifichi l’impatto dei propri errori. E in tal senso, “The Doorman” si configura come una critica sistemica alla spettacolarizzazione dei supereroi, più che come una semplice deviazione narrativa.

THE DOORMAN CLAUSE


Il momento di rottura definitiva arriva con la sparizione di Josh Gad durante una ripresa apparentemente innocua, una sequenza che trasforma il potere di DeMarr da risorsa narrativa a minaccia incontrollabile. La scena, volutamente disturbante, interrompe bruscamente il tono quasi satirico dell’episodio, introducendo una dimensione di orrore corporeo che rimette in discussione la leggerezza con cui il potere era stato fino a quel momento trattato. L’impossibilità di spiegare l’accaduto genera un panico mediatico che si riversa interamente su DeMarr, ora percepito come anomalia da contenere.
L’introduzione della “Doorman Clause”, che bandisce i supereroi dal cinema e dalla televisione, rappresenta una delle intuizioni più forti dell’intera serie, poiché sposta il conflitto dal piano individuale a quello istituzionale. La decisione di regolamentare l’esistenza stessa dei superpoteri nell’ambito dell’intrattenimento esplicita il timore sistemico verso ciò che sfugge al controllo narrativo. In questo passaggio, la serie suggerisce che il vero problema non sia la pericolosità dei supereroi, ma la loro imprevedibilità all’interno di un sistema fondato sulla ripetizione e sulla sicurezza commerciale.
Il ritorno al colore nell’ultima scena, rivelando che l’intero episodio è un documentario osservato da Simon, riporta il racconto alla linea narrativa principale con un effetto di risonanza tematica piuttosto che di continuità plot-driven. L’espressione preoccupata di Simon non è motivata da empatia verso DeMarr, ma dalla consapevolezza improvvisa di un futuro possibile, nel quale talento, potere e ambizione possono convergere verso un esito restrittivo e alienante. L’episodio si chiude così non come parentesi, bensì come monito.

 

THUMBS UP 👍THUMBS DOWN 👎
  • Scelta formale del bianco e nero
  • Uso intelligente del personaggio di DeMarr/Doorman
  • Critica lucida al sistema dell’intrattenimento
  • Finale concettualmente funzionale alla serie
  • Isolamento narrativo potenzialmente respingente per quella parte di pubblico meno incline alla sperimentazione

 

Questo quarto episodio si impone, per il momento, come quello più audace e concettualmente denso di Wonder Man, capace di utilizzare un personaggio marginale per articolare una riflessione lucida sul rapporto tra potere, fama e controllo istituzionale. Pur rinunciando alla progressione narrativa principale, la puntata amplia l’orizzonte tematico della serie, rafforzandone l’identità autoriale e il potenziale critico. Nel suo isolamento strutturale e nella sua forma sperimentale, l’episodio rischia di apparire estraneo a una parte del pubblico, ma proprio questa frattura ne costituisce il valore, trasformandolo in una riflessione necessaria sulle conseguenze dell’essere visibili.

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Fabrizio Paolino

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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