“Simon?”
“Alfonso actually. It’s a long story…”
L’ottavo e ultimo episodio di Wonder Man è un series finale sorprendentemente coerente con tutto ciò che la miniserie ha raccontato fino a questo momento.
Andrew Guest sceglie una strada audace, quasi provocatoria, che rischia di alienare una parte del pubblico ma che, a conti fatti, rappresenta una chiusura perfettamente allineata con il tono, i temi e l’identità di una serie Marvel decisamente fuori dagli schemi.
UN’APERTURA AUDACE E CARICA DI MEMORIA COLLETTIVA
Andrew Guest apre il series finale con “California” dei Phantom Planet, una scelta che ha il sapore dell’azzardo puro. È una canzone che appartiene di diritto a The O.C., un brano che per un’intera generazione è inscindibile da Ryan Atwood, Marissa Cooper, Seth Cohen e Summer Roberts. Utilizzarla in un’altra serie non è solo rischioso, è quasi un affronto per chi non riesce a separare quella melodia dall’immaginario creato da Josh Schwartz.
Eppure, superato il primo istinto di rifiuto e depurata la visione dal pregiudizio di chi sente di essersi visto “rubare” un pezzo di memoria televisiva, la scelta di Guest acquista un senso preciso. Non è un plagio, né un’operazione nostalgia gratuita, ma un omaggio consapevole. Così come The O.C. si apriva con un Ryan Atwood spaesato, silenzioso e solo sul sedile di un’auto che attraversava Orange County, allo stesso modo Simon Williams percorre una Los Angeles caotica e indifferente sentendosi più isolato che mai dopo il tradimento del suo unico amico. La ripresa dal finestrino dell’auto non è casuale ed è probabilmente il riferimento più esplicito e rispettoso possibile.
IL CUORE DELL’EPISODIO È UNA RELAZIONE
Come già avvenuto nel settimo episodio, anche qui Wonder Man rinuncia a qualsiasi ambizione spettacolare per concentrarsi esclusivamente su una relazione. Il rapporto tra Simon e Trevor è il vero centro gravitazionale dell’intera puntata e, di fatto, dell’intera miniserie. Il minutaggio ridotto e la natura stessa del progetto impongono una certa rapidità nel raggiungere una risoluzione, ma questa urgenza non penalizza la scrittura.
Andrew Guest gestisce la chiusura con intelligenza, introducendo un plot twist che riporta in scena il Mandarino e che permette a Trevor di immolarsi emotivamente per chiedere perdono a Simon. Un perdono che, a ben vedere, non sarebbe nemmeno necessario, visto che Trevor non ha mai realmente tradito l’amico. Eppure la percezione di Simon è diversa ed è proprio su questa ambiguità emotiva che l’episodio costruisce il suo peso drammatico.
IL TEMPO COME ELEMENTO ASSENTE (E NECESSARIO)
Anche in questo finale ritorna uno degli elementi più peculiari di Wonder Man, ovvero la quasi totale assenza di riferimenti temporali chiari. Non viene mai esplicitato quanto tempo sia passato dagli eventi precedenti, ma è plausibile immaginare un arco temporale piuttosto ampio, forse anche un anno. Le riprese del film sono ancora in corso e la première, per logica industriale, non può che essere distante mesi.
Questo dettaglio non è marginale, perché il tempo è la chiave per comprendere l’evoluzione emotiva di Simon. Solo con un intervallo significativo si può accettare il passaggio da un sentimento di tradimento a uno di debito morale nei confronti di Trevor. Ed è proprio questa distanza temporale non detta che rende credibile il piano di Simon, disposto a mettere in scena la storia di un intero film pur di liberare l’amico, neanche poi così di nascosto.
UNA SCELTA CONTROCORRENTE E CONSAPEVOLE
La liberazione di Trevor non è solo un atto di amicizia, ma una scelta che va apertamente contro la carriera di Simon. Il DODC non potrà che considerarlo responsabile della fuga di Trevor Slattery e questo segna una rottura netta con l’idea di successo hollywoodiano costruita negli episodi precedenti. È una decisione che chiude la porta a una progressione professionale lineare e apre invece alla possibilità di un futuro più umano, forse più autentico.
Il finale è volutamente anticlimatico, privo di esplosioni, villain sconfitti o rivelazioni roboanti, ma è esattamente il finale che questa serie doveva avere. Wonder Man non ha mai parlato di supereroi nel senso tradizionale del termine e non aveva alcun bisogno di farlo proprio ora. La chiusura è intima, malinconica e coerente, e proprio per questo funziona.
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Un finale anticlimatico ma perfettamente centrato, che chiude Wonder Man come una delle sorprese Marvel più sincere e inaspettate degli ultimi anni.


