Narcos 1×05 – There Will Be A FutureTEMPO DI LETTURA 5 min

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Arrivati a metà di questa prima stagione di Narcos, ennesima scommessa vinta da Netflix – network in espansione proprio come l’impero di Pablito e deciso, da ottobre, a conquistare anche il mercato  italiano – può dirsi ufficialmente superata la fase introduttiva dello show, lasciata alle spalle per far posto alla cronaca di quella che senza mezzi termini possiamo definire guerra, tra Pablo Escobar e la DEA. Una guerra che solo superficialmente si ferma all’ormai famoso “plata o plomo” che ci accompagna fin dalle prime battute del pilot, ma che in realtà viene giocata ad un livello ben più alto, smascherando così tutte le ambiguità e i giochi di potere ammantati dietro al traffico di cocaina.
Questo quinto episodio ruota principalmente attorno al tema dell’estradizione, elemento che gli autori hanno saputo sfruttare sapientemente per esplorare il lato più umano del Re della Cocaina, distrutto dal fatto di dover vivere lontano dalla propria terra, ma determinato a farvi ritorno dopo la disastrosa caduta che lo ha portato in poco tempo da candidato alla presidenza a criminale latitante. L’amore per la Colombia, la terra che ha permesso a Pablo di vivere il “sogno colombiano”, traspare non solo dai lunghi silenzi che accompagnano rabbia e dubbi da parte dei suoi più stretti collaboratori, ma raggiunge il suo apice in alcune scene stilisticamente impareggiabili quali ad esempio lo sguardo nostalgico di Pablo rivolto al mare panamense o il dialogo al tramonto con sua moglie, momenti nei quali rabbia, tristezza e determinazione diventano un tutt’uno, restituendoci un’immagine tutta nuova del boss di Medellìn. L’Escobar nascosto a Panama è un uomo profondamente diverso, segnato a tal punto dalla vacanza forzata dal suolo colombiano da dubitare dell’onestà di Gustavo, probabilmente unico uomo fidato al suo fianco, addirittura minacciandolo con la dinamite, in una delle scene meglio girate, ma soprattutto interpretate, dell’episodio.
Questo episodio diventa inoltre funzionale all’ingresso in scena di César Gaviria, successore del leader progressista Luis Carlos Galàn e nuovo volto della lotta al narcotraffico. I minuti precedenti alla sigla ci mettono di fronte a un uomo apparentemente poco incline al ruolo di leader, aspetto che verrà anche sottolineato da Fernando durante la chiacchierata con Escobar, ma con il passare del tempo la titubanza iniziale lascia spazio a un senso del dovere e a un coraggio degni del suo compianto predecessore. La costruzione del personaggio interpretato da Raùl Méndez diventa così una delle meglio riuscite fino ad ora, tratteggiando in maniera impeccabile un uomo spaventato dalla politica praticata dal cartello di Medellìn, ma non per questo intenzionato a venire meno ai propri doveri. César Gaviria diventa così la nemesi di Pablo. Due uomini di umili origini che hanno lavorato per emergere e che ora si ritrovano su due fronti opposti in virtù delle scelte compiute nel corso della propria scalata al potere. Da una parte un uomo di forti principi, una figura eroica e risoluta realmente intenzionata a rendere il suo paese un posto migliore; dall’altra l’uomo del popolo, colui che grazie a denaro e becero populismo si è autoproclamato difensore degli oppressi, costruendo nel frattempo l’impero della droga più vasto di sempre grazie alla sua politica basata sulla violenza e sull’omicidio.
In questo scenario a dir poco surreale – soprattutto se pensiamo che le vicende hanno avuto luogo a metà degli anni ’80 – , l’elemento che contribuisce maggiormente a creare quel senso di inquietudine costantemente presente durante la visione è la totale assenza di principi morali da parte delle forze dell’ordine, costrette ad utilizzare gli stessi metodi dei narcotrafficanti per non finire ammazzati nel corso di quella che possiamo tranquillamente definire guerriglia urbana. In quest’ottica appare giustificato il progressivo cambiamento dell’agente Murphy, sempre meno disposto a scendere a compromessi e determinato a far crollare l’impero di Escobar a qualsiasi costo. La dubbia moralità dell’agente americano finisce per contrapporsi al senso della giustizia del suo partner, meno incline alla politica del “sacrificio necessario” e ancora fortemente legato al suo ruolo di tutore della legge. Un legame che in quegli anni di terrore non può far altro che trasformarsi in debolezza e con cui, prima o dopo, l’agente Peña farà certamente i conti.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Narrazione magistrale grazie all’ottimo mix tra immagini di repertorio e finzione
  • Regia impeccabile che ci ha regalato diverse scene memorabili
  • Wagner Moura si conferma una scelta azzeccatissima per il ruolo di Escobar
  • La storia d’amore/sesso tra Peña ed Elisa un po’ forzata visto il contesto generale
Grazie al suo stile innovativo, a metà tra crime story e reportage, Narcos ha stravolto gli schemi della serialità classica, confermando inoltre le qualità di un network audace e in continua espansione come Netflix. Il mix tra immagini di repertorio e finzione contribuisce ad enfatizzare quel realismo magico più volte menzionato, amplificando le emozioni dello spettatore che, volente o nolente, si troverà spesso a dubitare della veridicità dell’intero racconto. L’unica cosa su cui è impossibile sollevare dubbi è la rapidità con cui la serie riesce a far presa su chiunque la guardi, appassionando fin dalle prime battute del pilot grazie al carisma di una figura quasi leggendaria come Pablo Escobar, ma offrendo al contempo un’ottima occasione di riflessione per comprendere a pieno gli evidenti deficit morali insiti nell’animo umano e l’importanza che il singolo individuo può avere sulla società.

The Palace In Flames 1×04 ND milioni – ND rating
There Will Be A Future 1×05 ND milioni – ND rating

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