Orange Is The New Black 4×05 – We’ll Always Have BaltimoreTEMPO DI LETTURA 5 min

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Giunti al quinto appuntamento stagionale, Orange Is The New Black riesce, in parte, a placare le nostre preoccupazioni circa una possibile reticenza narrativa, eventualità da non sottovalutare visto il rinnovo triennale annunciato da Netflix già dal rilascio del teaser. Una buona notizia, questo sì, ma anche un’arma a doppio taglio se vista in relazione alla cattiva abitudine, portata avanti dalle comedy di successo, di adagiarsi comodamente sugli allori una volta guadagnato un discreto bacino spettatoriale. Non sembrerebbe questo il caso, ma in quanto recensori diffidenti decidiamo di nascondere la nostra reticenza dietro il più classico dei condizionali dissociativi, confidando che la qualità vista finora non venga intaccata da un eccesso di self confidence dovuto al fortunato “trinnovo” concesso a scatola chiusa.
Si riparte, come già detto nella nostra prima recensione, esattamente da dove ci eravamo lasciati. Un inizio che non serve soltanto a creare una continuità temporale con quanto successo la stagione passata tra le mura di Litchfield, ma anche a scacciare lo spettro di una terza stagione decisamente debole in termini qualitativi se messa a confronto con le due annate precedenti. Così, nonostante questa quarta stagione tragga tutta la sua potenza narrativa dalle trame sviluppate lo scorso anno, appare subito chiaro come la serie abbia deciso di cambiare registro, puntando maggiormente sulla sua componente comedy ed esplorando, grazie al fattore per così dire “razziale”, tutta una serie di personalità poco approfondite nelle stagioni precedenti. Con l’aumento delle detenute dominicane all’interno del carcere abbiamo finalmente la possibilità di esplorare, grazie ai consueti flashback monografici, personaggi finora rimasti defilati.

I know. Sucks being a lady sometimes, doesn’t it?

Grazie alla panoramica sul percorso di Maritza, la serie affronta la questione legata alla strumentalizzazione della bellezza femminile. Attirata dalla promessa di un facile guadagno, ottenibile senza problemi combinando le giuste dosi di fascino femminile e intraprendenza, la ragazza finisce per ritrovarsi nei guai, tradita da un’eccessiva fiducia riposta nelle sue capacità attoriali. Scopriamo così, attraverso il consueto flashback, oltre al piano per portare le mutande fuori da Litchfield, che dietro un viso ben curato e un’aria solo in apparenza svampita, si nasconde in realtà una ragazza scaltra e consapevole delle sue potenzialità, disposta a sfruttare la sua bellezza per fare leva sul machismo da fumetto diffuso a macchia d’olio tra le guardie della prigione.
Dall’altra parte della barricata, Piper decide di organizzare una contromossa per salvare il suo impero della mutanda. A questa storyline dobbiamo certamente lo sviluppo narrativo più interessante della puntata e, finora, della serie: la nascita (accidentale) della comunità delle bianche. Una sorta di Supremazia Bianca al limite del grottesco, che certamente porterà alla costruzione di dinamiche singolari incentrate sullo sfruttamento comico di situazioni normalmente associate al drama – nel suddetto caso, appunto, la discriminazione razziale. In questa stagione, infatti, gli autori sembrano essere ritornati a sfruttare a pieno un tipo di comicità kafkiana, segnata da momenti vistosamente sopra le righe, talvolta quasi sul filo della forzatura, costruiti sostanzialmente rivisitando determinate situazioni (a prima vista inadatte a una reinterpretazione in chiave comica) per scatenare la risata solo in funzione della loro assurdità di fondo. Una scelta senza dubbio apprezzabile e che di certo contribuisce a mantenere intatto lo stile inconfondibile della serie, in parte perso per strada nel corso della precedente stagione.
La coralità che da sempre distingue lo show rende impossibile una disamina delle singole storyline sviluppate all’interno dell’episodio. Quantomeno presupponendo la volontà, da parte nostra, di non volervi annoiare proponendovi un sermone di quindici pagine. Dunque, ben sapendo che molte storie – Taystee e la prospettiva di far soldi improvvisandosi paparazzo, il cellulare nascosto dal velo della compagna di branda musulmana di Cindy o la bizzarra indagine condotta da Morello e Suzanne per scovare l’evacuatrice folle – verranno approfondite negli episodi successivi, forse l’unico segmento narrativo su cui valga la pena spendere un breve commento è quello che vede protagonisti Caputo e Linda. Il focus sul direttore di Litchfield viene accompagnato, in questa stagione, da un maggiore interesse nei confronti delle guardie, character che, più di tutti, rappresentano quel ritorno al grottesco menzionato poco sopra. A partire dalla new entry Desi Piscatella, tra l’altro fresco fresco di outing, gli autori quest’anno hanno deciso di includere i vari secondini in quella che dovrebbe essere la linea comica dello show, mettendo in scena una serie di personalità folli che nel mondo reale sarebbero, non solo inadatte a ricoprire quella carica, ma, più in generale, inadeguate a una normale inclusione all’interno della società civile. Tornando alla neo coppia Linda/Caputo, è facile presumere che la donna porterà ben presto dei guai al direttore di Litchfield. Questo non soltanto per le parole di Danny, che certamente si riveleranno profetiche, ma in primis per la facilità e rapidità con il quale questo legame è andato sviluppandosi. Tutto troppo bello per essere vero, insomma. Se poi teniamo conto delle parole di Kip Carnigan – personaggio che palesemente nasconde un lato oscuro – sussurrate all’orecchio di Caputo, è facile prevedere come Linda, a breve, diventerà portatrice di guai.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Ritorno al grottesco 
  • La fuga di Maritza nel flashback
  • Piscatella fa outing
  • L’indagine condotta da Morello e Crazy Eyes
  • La nascita della comunità delle bianche
  • La dimensione corale dello show rischia di relegare storyline interessanti a vicende di contorno
  • Rischio della serie di adagiarsi sugli allori del suo successo mediatico dopo il rinnovo
Un ottimo quinto episodio che conferma l’ottima qualità mostrata in questa quarta stagione. Grazie al suo stile inconfondibile, un cast tra i migliori in circolazione per quanto concerne il filone comedy e un sapiente connubio tra comicità e drama, Orange Is The New Black riesce a scacciare l’ombra di una deludente terza stagione, ponendo le giuste basi per un doveroso ritorno alle origini.

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