
Spielberg torna alla fantascienza e usa gli alieni come escamotage per raccontare ancora una volta l'umanità, puntando forte alla sua capacità di ascoltare.
Sinossi
Quando una serie di eventi apparentemente inspiegabili riporta al centro dell’attenzione mondiale il tema degli UFO e delle presenze extraterrestri, una meteorologa e un esperto informatico si ritrovano coinvolti in una vicenda che potrebbe cambiare per sempre il rapporto dell’umanità con la verità. Tra cospirazioni, rivelazioni e memoria, il destino del mondo sembra appeso a una sola parola.
A quasi cinquant’anni da Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo, Steven Spielberg torna a confrontarsi con il tema che più di ogni altro ha segnato la sua carriera. Eppure Disclosure Day non è un semplice ritorno al passato, né un esercizio nostalgico. È piuttosto la dimostrazione di come il regista continui a utilizzare la fantascienza per parlare dell’essere umano, delle sue paure, della fede, della memoria e della necessità di comprendere ciò che va oltre la propria esperienza.
Fin dalle prime immagini Spielberg sceglie di catapultare lo spettatore nel mezzo degli eventi. Non ci sono lunghe introduzioni, né spiegazioni preventive: la narrazione procede in medias res e costruisce un flusso quasi ininterrotto di emozioni, misteri e rivelazioni che accompagna per oltre due ore senza concedere vere pause. Una struttura che tiene costantemente alta l’attenzione, e che conferma ancora una volta quanto il regista statunitense sappia raccontare una storia con una naturalezza disarmante.
Non aver paura di ciò che non conosci.
ATTENZIONE AGLI UFO
L’idea originale nasce proprio dalla volontà di Spielberg di tornare a interrogarsi sul fenomeno degli UFO attraverso uno sguardo contemporaneo. Se nel 1977 prevaleva il senso di meraviglia, qui entrano in gioco complottismo, segreti governativi e teorie che negli ultimi anni sono tornate al centro del dibattito pubblico. Roswell, i file desecretati dal Dipartimento della Difesa statunitense e la cultura UAP moderna diventano il terreno su cui costruire un thriller cospirativo che non rinuncia mai alla propria anima fantascientifica.
In alcuni momenti il passaggio tra thriller moderno – impreziosito da scene d’azione di un regista (quasi) ottantenne che fanno scuola alla Hollywood contemporanea – e sci-fi più classica rischia di apparire leggermente disomogeneo. Tuttavia il film riesce sempre a rimanere ancorato alla dimensione umana dei suoi personaggi, evitando di perdersi nella spettacolarità fine a se stessa. È proprio qui che emerge la vera forza dell’opera: Spielberg parla di alieni solo per raccontare il genere umano, prendendo stavolta in causa il più popolare e diffuso fenomeno umano, che è la religione.
Le numerose suggestioni spirituali e le citazioni evangeliche non vengono utilizzate come contrapposizione alla scienza, ma come ulteriore strumento per riflettere sul bisogno umano di dare un significato all’ignoto. Una visione sorprendentemente equilibrata che arricchisce ulteriormente il discorso del film.
BLOCKBUSTER D’AUTORE
Se la regia rappresenta il cuore pulsante dell’opera, il cast contribuisce in maniera decisiva alla riuscita del progetto. Emily Blunt e Josh O’Connor offrono due interpretazioni impeccabili, costruendo personaggi credibili e profondamente coinvolgenti. L’interprete di Margaret Fairchild, in particolare, affronta una prova complessa sia dal punto di vista emotivo sia da quello linguistico, alternando inglese, coreano e la misteriosa lingua aliena a 8-bit, senza mai perdere autenticità. Ma è soprattutto la chimica tra i due protagonisti a sostenere il peso emotivo della storia e a rendere credibili le sue svolte più ambiziose.
Fondamentale è poi il lavoro tecnico. La fotografia di Janusz Kamiński si attesta su un ottimo livello, regalando soluzioni moderne e dinamiche continuamente per tutto il film. Una visione che si integra perfettamente con il linguaggio visivo del regista, richiamando il miglior Spielberg della New Hollywood, che porta tutti a scuola puntando sulla famosa regola “show don’t tell“.
Allo stesso modo il comparto sonoro si rivela estremamente curato e studiato nei minimi dettagli, riuscendo a disorientare, scuotere e coinvolgere lo spettatore esattamente come accade ai personaggi sullo schermo. A completare il quadro c’è infine il ritorno di John Williams, che dimostra ancora una volta di appartenere a una categoria tutta sua. Le sue musiche accompagnano il racconto con una sensibilità rara, esaltando soprattutto le sequenze più intime e quelle che vedono protagonisti i bambini, facendo riaffiorare il ricordo dei grandi classici spielberghiani.
UN FILM CHE CHIEDE DI ASCOLTARE
L’ultimo atto rappresenta probabilmente il momento più alto dell’intero film. Negli ultimi venti minuti Spielberg orchestra un climax emotivo in cui ogni elemento converge verso una conclusione capace di lasciare il pubblico con il fiato sospeso. La tensione cresce progressivamente fino a trasformarsi in pura emozione, in un crescendo che richiama il sense of wonder dei suoi capolavori più amati.
Il film si apre con un gesto brutale e quasi aggressivo verso lo spettatore, ma si chiude con un messaggio diametralmente opposto. Una struttura ciclica che assume un valore simbolico preciso e che sembra voler suggerire una riflessione più ampia sul rapporto tra verità, conoscenza ed empatia. In questo senso, Disclosure Day completa idealmente il percorso iniziato da Spielberg nel 1977, aggiornandolo alle inquietudini del presente senza rinunciare all’ottimismo che da sempre caratterizza il suo cinema.
Più che un film sugli extraterrestri, Disclosure Day è un film sulla capacità di ascoltare. Gli alieni, le cospirazioni e le rivelazioni sono soltanto il veicolo attraverso cui Spielberg continua a interrogarsi sull’umanità. E il risultato è una delle opere più sentite, ambiziose ed emozionanti della sua fase finale di carriera.






