
Il film Netflix dei fratelli Ambriz è una meraviglia stop-motion messicana, visivamente indimenticabile anche quando la sceneggiatura si complica troppo.
Sinossi
Nel Messico del XIX secolo, Frankelda è una giovane scrittrice affascinata dal macabro e dall’occulto. Quando viene trascinata in Topus Terrenus, un mondo popolato dalle creature nate dalle sue storie, dovrà affrontare i propri mostri interiori e scoprire quanto sia sottile il confine tra immaginazione, paura e realtà.
Nell’anno dei Mondiali di calcio in cui il Messico è per la terza volta nella sua storia uno dei paesi ospitanti, su Netflix sbarca una prima volta assoluta: il primo storico lungometraggio messicano realizzato interamente in stop-motion. Io Sono Frankelda, scritto e diretto dai fratelli Arturo e Roy Ambriz, è un film che ha avuto una storia complessa, lunga e faticosa. Eppure, nel risultato finale, mette in evidenza quanto il lavoro di esperti e appassionati, anche fuori dagli studi più blasonati, sia riuscito a produrre un’opera prima destinata a rimanere nella storia del cinema messicano e, forse, a farsi riconoscere anche nel corso della futura stagione dei premi.
In caso ciò avvenisse, sarebbe più per merito del lavoro tecnico che della sceneggiatura, ma il Messico ha tutte le carte in regola per proporre un film che difficilmente può essere dimenticato dopo la visione. Io Sono Frankelda recensione dopo recensione rischia infatti di diventare soprattutto un discorso sulla potenza dell’immaginario, più che sulla tenuta perfetta della narrazione.
Benvenuta a Topus Terrenus, il Regno degli Spaventi!
UNA SFIDA PRODUTTIVA
Come accennato poc’anzi, per i due fratelli messicani la produzione di questo lungometraggio è stata tutt’altro che semplice. I registi hanno creduto a tal punto nel progetto da richiedere diversi prestiti e ipotecare la casa di famiglia pur di finanziarlo. L’opera, tra le altre cose, era nata sotto una stella completamente diversa: Io Sono Frankelda non è infatti un prodotto del tutto originale, ma un riadattamento della serie animata Frankelda’s Book of Spooks, distribuita da HBO Max in America Latina.
In origine concepito come uno speciale di circa trenta minuti, il progetto è cresciuto progressivamente fino a trasformarsi in un lungometraggio vero e proprio, spingendo i registi ad autoprodurlo e distribuirlo dapprima a livello locale, dove è riuscito a conquistare il terzo posto del box office messicano nel 2025, per poi approdare su HBO Max nei paesi latini e nel resto del mondo tramite Netflix. Il risultato sono tre anni di lavorazione per una pellicola che a livello nazionale si è rivelata un autentico successo, capace di incassare più di due milioni e mezzo di dollari a fronte di un investimento produttivo lontanissimo dai budget delle grandi produzioni hollywoodiane.
ISPIRAZIONI E CITAZIONI
Durante i 103 minuti di visione sarà capitato più volte di indicare al proprio compagno di poltrona l’origine di un personaggio o di cercare di indovinare i vari omaggi disseminati nella pellicola. Inevitabilmente, il primo nome che viene in mente è quello di un altro celebre regista messicano: Guillermo del Toro. Oltre a essere una palese fonte di ispirazione per mostri che ricordano le creature de Il Labirinto Del Fauno, La Forma Dell’Acqua e Pinocchio, del Toro è stato anche una figura di riferimento e un mentore, aiutando concretamente i due registi durante la produzione del film.
Un’altra influenza imprescindibile per l’atmosfera è sicuramente Tim Burton: Io Sono Frankelda risplende infatti in un mondo gotico e fantastico che richiama da vicino l’immaginario del regista statunitense. Gli appassionati, inoltre, non potranno fare a meno di cogliere i riferimenti al mito di Frankenstein, declinati però non tanto sul libro in sé, quanto sul suo contesto storico e cinematografico. La protagonista, quando entra nel mondo della fantasia, subisce una metamorfosi che la rende molto simile alla sposa del mostro nel film La Moglie Di Frankenstein; tuttavia, è la sua stessa essenza a ricordare Mary Shelley, una scrittrice d’altri tempi che narrava di occulto e immaginazione e che ha dovuto lottare per farsi strada ed essere accettata in un mondo fortemente maschilista.
UN CAPOLAVORO CONFUSIONARIO
Inquadrare questa nuova opera d’animazione messicana è più difficile di quanto possa sembrare. La pellicola rischia di essere fortemente divisiva a causa di un evidente squilibrio interno: se dal lato tecnico ci si trova davanti a un prodotto qualitativamente eccelso, d’impatto e dall’estetica riconoscibile, dal punto di vista della sceneggiatura emergono palesi criticità. Seguire le vicende che si alternano tra il mondo reale e Topus Terrenus è complesso, così come risulta faticoso assimilare l’intera lore creata per ampliare l’universo narrativo. Persino la connessione tra i due piani dimensionali e le conseguenze di ciò che accade a Frankelda e Herneval nel finale, pur venendo spiegate, rimangono di difficile comprensione.
Eppure, nel mezzo di questa confusione, si resta affascinati da ciò che gli autori hanno saputo plasmare: un microcosmo pittoresco, gotico e fantastico che richiama da vicino i quadri surrealisti del Novecento. Si può concludere affermando che il nuovo titolo di Netflix meriti di essere ammirato più che decifrato, tenendo conto che la scelta di inserire diverse parti in stile musical contribuirà a dividere ulteriormente il pubblico. Io Sono Frankelda non è un film per tutti, ma ci si può sbilanciare nel definirlo uno dei lungometraggi d’animazione visivamente più straordinari degli ultimi anni.






