La Mano Di DanteTEMPO DI LETTURA 7 min

04/07/2026
La Mano Di Dante
Recensione FilmLa Mano di Dante In the Hand of Dante Netflix

Julian Schnabel mette insieme Oscar Isaac, Dante, mafia, misticismo e un cast enorme: il risultato è ambizioso, magnetico a tratti, ma profondamente irrisolto.

Sinossi

Nel 2001, lo scrittore newyorchese Nick Tosches viene coinvolto da un boss mafioso nel furto del presunto manoscritto originale della Divina Commedia. Ossessionato da Dante Alighieri e dalla possibilità di toccare con mano l’opera del Sommo Poeta, Tosches finisce dentro un viaggio violento, mistico e surreale che intreccia presente, Medioevo, arte, amore e reincarnazione.

La Mano di Dante, titolo italiano di In the Hand of Dante, arriva su Netflix dopo essere stato presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Sulla carta, il film di Julian Schnabel avrebbe tutto per diventare uno di quei titoli capaci di attirare immediatamente attenzione: Oscar Isaac nel doppio ruolo di Nick Tosches e Dante Alighieri, Gal Gadot, Gerard Butler, John Malkovich, Al Pacino, Jason Momoa, Martin Scorsese, Sabrina Impacciatore, Franco Nero e un’idea narrativa talmente folle da sembrare pensata apposta per generare curiosità morbosa.
Il problema è che la curiosità, da sola, non basta. E La Mano di Dante è esattamente quel tipo di film che vorrebbe essere molte cose insieme: noir criminale, riflessione filosofica, delirio mistico, biografia dantesca, adattamento letterario, storia d’amore, viaggio tra epoche e meditazione sull’immortalità dell’arte. Ambizione altissima, cast gigantesco, durata importante. Peccato che il risultato finale sembri spesso meno un affresco monumentale e più un puzzle lasciato sul tavolo dopo una serata troppo lunga.

UN’IDEA FOLLE, MA POTENTISSIMA


Il punto di partenza resta affascinante. Nick Tosches, autore del romanzo da cui il film è tratto, viene trascinato in un intrigo mafioso legato al manoscritto originale della Divina Commedia. Tosches non è soltanto uno scrittore appassionato di Dante: nel film appare quasi convinto di essere una sua proiezione, una sua reincarnazione, o comunque qualcuno destinato a entrare in contatto con lo spirito del poeta in una forma superiore e quasi sacrilega.
Oscar Isaac regge bene questa doppia dimensione. Da una parte c’è il Tosches contemporaneo, arrogante, colto, respingente, convinto che ogni tentativo di editare la sua scrittura sia una violenza intollerabile. Dall’altra c’è Dante, immerso nella sua ricerca spirituale, sentimentale e poetica. L’idea di mettere questi due uomini in dialogo attraverso i secoli è forte, soprattutto perché permette al film di ragionare sul rapporto tra creazione artistica, ossessione, amore e vanità. Quando La Mano di Dante lavora su questa frizione, qualcosa funziona davvero. Il film ha immagini potenti, momenti di autentica suggestione e una certa idea di cinema fuori misura che, nel panorama streaming attuale, non può essere liquidata con sufficienza.

IL LATO CRIME È LA PARTE CHE FUNZIONA MEGLIO


La componente crime è probabilmente quella più convincente. La parte contemporanea, girata in bianco e nero, ha una fisicità sporca, nervosa, quasi febbrile. Accanto a Oscar Isaac ci sono Gerard Butler e John Malkovich, che sembrano abitare con naturalezza questo mondo di criminali, intellettuali, oggetti sacri trasformati in merce e uomini convinti che la cultura possa essere rubata, posseduta, venduta.
Anche la scelta visiva di separare presente e passato funziona almeno come intuizione: il presente in bianco e nero, violento e corrotto; il Trecento a colori, più mistico, più sensuale, più vicino all’idea di visione. In questa parte emerge anche una delle presenze più sorprendenti del film, Martin Scorsese, inserito in un ruolo che sembra quasi una benedizione metacinematografica più che un vero personaggio. È uno di quei dettagli che rendono il film di Schnabel immediatamente riconoscibile: eccessivo, compiaciuto, pieno di apparizioni, ma anche impossibile da confondere con un prodotto qualsiasi.

QUANDO DANTE DIVENTA CONFUSIONE


Il problema è che La Mano di Dante non riesce mai davvero a governare la propria ambizione. La parte medievale, con il vero Dante, ha momenti visivamente notevoli, ma anche passaggi in cui il film sembra più interessato a sembrare profondo che a esserlo davvero. La riflessione su Beatrice, Gemma Donati, l’amore ideale e l’amore concreto è affascinante sulla carta, ma nel film diventa spesso un groviglio di intuizioni non completamente sviluppate.
La provocazione iniziale, ovvero l’idea che Dante abbia elevato Beatrice a mito eterno pur avendola conosciuta appena, mentre avrebbe lasciato quasi nell’ombra la moglie Gemma, poteva diventare il cuore più interessante dell’opera. Invece resta sospesa, citata, rilanciata, ma mai davvero portata a una sintesi convincente. La visione di Gemma/Giulietta come figura quasi pittorica e fuori dal tempo, più vicina a un’icona rinascimentale che a un personaggio vivo, finisce così per apparire meno evocativa del previsto. Non tanto per l’anacronismo in sé, quanto perché non valorizza davvero né Gal Gadot né il conflitto emotivo che dovrebbe incarnare.

ANACRONISMI, REINCARNAZIONI E CAOS FINALE


Ci sono dettagli minori che si potrebbero anche perdonare. Una battuta come “entro venti minuti” in un contesto medievale può far storcere il naso a chi ha una certa sensibilità storica, ma non è certo quello il vero problema del film. Il problema arriva quando l’intero impianto di reincarnazioni, doppi ruoli e corrispondenze tra passato e presente comincia a collassare su se stesso.
L’idea di affidare a diversi attori un ruolo nel presente e uno nel passato ha fascino. Gerard Butler, per esempio, nelle scene medievali diventa papa Bonifacio VIII, e il gioco degli specchi tra epoche potrebbe generare risonanze interessanti. Però, quando i personaggi sembrano finalmente riconoscersi attraverso i secoli, il film perde controllo. Le azioni non sono sempre coordinate, le battute sembrano inseguire un significato più che trovarlo, e la sensazione è che Schnabel chieda allo spettatore di riempire troppi vuoti con la sola forza della suggestione. A quel punto il film non è più enigmatico: è semplicemente confuso.

UN CAST STELLARE NON BASTA


La cosa più frustrante è che La Mano di Dante non è un film pigro. Anzi, è quasi il contrario: è un film che vuole tantissimo, forse troppo. Vuole parlare dello spirito che soffia attraverso i secoli, del legame tra Dante e Gemma, dell’amore come motore dell’arte, della cultura trasformata in oggetto di potere, della reincarnazione come forma narrativa e della Divina Commedia come testo vivo, capace ancora oggi di contaminare il presente.
Tutto questo, però, non trova mai una forma davvero armonica. Le citazioni dantesche hanno una forza naturale, perché partono da un materiale enorme, ma vanno inserite con precisione chirurgica. Qui, invece, spesso sembrano usate come amplificatori automatici di profondità. Non basta evocare Dante per diventare danteschi, così come non basta mettere insieme Oscar Isaac, Al Pacino, John Malkovich, Jason Momoa e Martin Scorsese per costruire automaticamente un grande film. Il risultato è un’opera piena di lampi, ma incapace di trasformare quei lampi in una visione coerente.

IN ATTESA DI UN GRANDE FILM SU DANTE


Forse il romanzo di Nick Tosches, sulla pagina, riesce a far respirare meglio tutto questo materiale. La letteratura ha più spazio per le digressioni, per il delirio filosofico, per i parallelismi arditi e per le ossessioni che al cinema rischiano di diventare soltanto accumulo. Il film di Schnabel, invece, sembra continuamente sul punto di trovare una forma e poi di perderla subito dopo.
Il confronto con il Dante di Pupi Avati diventa quasi inevitabile. Quello era un film più composto, più scolastico, forse anche più noioso, ma almeno aveva una direzione più leggibile. Dopo La Mano di Dante, viene quasi da rivalutarlo: non perché fosse un capolavoro mancato, ma perché almeno sembrava sapere quale film voleva essere. Schnabel, invece, firma un’opera enorme, ambiziosa e piena di talento, ma troppo disordinata per raggiungere davvero la grandezza a cui aspira. E così il film resta lì, sospeso tra il culto potenziale e il caos effettivo: affascinante da guardare a tratti, impossibile da difendere fino in fondo.

Scheda film
Titolo originaleIn the Hand of Dante
RegiaJulian Schnabel
SceneggiaturaJulian Schnabel, Louise Kugelberg
InterpretiOscar Isaac, Gal Gadot, Gerard Butler, John Malkovich, Al Pacino, Jason Momoa, Martin Scorsese, Sabrina Impacciatore, Franco Nero, Paolo Bonacelli
Distribuzione / PiattaformaNetflix
Durata153 minuti
OrigineUSA, Italia, Regno Unito, Cile, 2025
Data di uscita24/06/2026
Il giudizio di Recenserie

SLAP THEM ALL

La Mano di Dante è un film enorme nelle ambizioni, ricchissimo di attori e pieno di intuizioni visive, ma troppo irrisolto per funzionare davvero. Julian Schnabel prova a trasformare Dante, Nick Tosches, la mafia, la reincarnazione e la Divina Commedia in un unico grande delirio mistico-criminale, ma il risultato non trova mai un equilibrio convincente. Alcune scene affascinano, Oscar Isaac regge il doppio ruolo e il cast resta impressionante, ma il film si perde in simbolismi, anacronismi e corrispondenze forzate. Più che un grande film su Dante, sembra un monumento al caos creativo.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL
FBruscoli

FBruscoli è autrice di Recenserie e affronta recensioni e approfondimenti con uno sguardo colto, stratificato e molto personale. Nella sua scrittura convivono esperienza giornalistica, memoria culturale, curiosità per il mondo e una passione dichiarata per cinema, serie TV e personaggi impossibili da dimenticare.

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