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Recensione film Dante
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Dante

Pupi Avati è riuscito nell'impresa di rendere noiosa e pedante la vita di Dante, la sgradevole sensazione di assistere a un film che poteva dare molto di più non lascerà facilmente la mente dello spettatore.

Giovanni Boccaccio è incaricato di portare dieci fiorini d’oro a Suor Beatrice, figlia di Dante Alighieri, come risarcimento simbolico per le ingiustizie subite dal padre. Durante il viaggio ha modo di incontrare diverse figure che hanno avuto a che fare con Dante in vita, ripercorrendo così la sua vita come politico e come artista.

 

Nonostante la figura di Dante sia nota in tutto il mondo grazie a romanzi, manga e persino videogiochi, la sua vita e le sue opere hanno avuto scarso successo al cinema. Nella storia della settima arte si contano appena due tentativi di adattare la Divina Commedia, entrambi del 1911: uno prodotto dalla Milano Films, l’altro dalla Helios Films. Un terzo film dedicato al percorso che ha portato alla stesura della Commedia, intitolato Il mistero di Dante, risale invece al 2014.
Sulla vita del poeta, invece, nessuna pellicola. E questo è strano, se si pensa che Dante non si è fatto mancare nulla: ha vissuto una inconcludente storia d’amore con una donna sposata a un altro, è andato in guerra, si è dato alla politica, si è messo contro il papa, è stato esiliato e ha girovagato per le corti dell’Italia centro-settentrionale.
Di conseguenza, il film di Pupi Avati colma un vuoto enorme. Che al regista bolognese Dante stesse molto a cuore non è un mistero. In un’intervista ha rivelato di essere al lavoro sul soggetto fin dal 2003, mentre nel 2021 ha pubblicato un romanzo, L’alta fantasia, in cui ricostruisce il viaggio di Giovanni Boccaccio sulle tracce di Dante.
Da queste premesse si capisce quanto il film Dante fosse atteso e quanto grandi fossero le speranze riposte nei suoi 95 minuti di durata; ora è tempo di scoprire se sono state speranze ben riposte.

IL VIAGGIO DI BOCCACCIO


Il film di Avati si apre con l’ultima notte di Dante, moribondo e devastato dalla malaria, per poi strutturarsi su due piani narrativi e temporali.
Il primo si svolge nel 1351 e ha come protagonista Giovanni Boccaccio, incaricato dalla confraternita di Or San Michele di raggiungere l’unica figlia di Dante, Suor Beatrice, e consegnarle una borsa di fiorini d’oro come risarcimento simbolico e tardivo per tutto ciò che il padre ha dovuto subire con l’esilio e la confisca dei beni. Questa sottotrama, che si dipana fra la Toscana e l’Emilia-Romagna, funge da cornice e insieme da ossatura della seconda vicenda narrata, che abbraccia tutta la vita di Dante dall’infanzia fino alla morte nel 1321.
La storia di Boccaccio è forse la parte più riuscita del film. Il merito è sicuramente dell’interpretazione di Sergio Castellitto, impeccabile come sempre, ma anche della caratterizzazione che viene fatta del celebre scrittore. Boccaccio, qui, è sostanzialmente un nerd della letteratura in visibilio al solo pensiero di conoscere la figlia del suo idolo letterario, al quale deve, sue testuali parole, l’unica cosa buona della sua vita: l’amore per la poesia. Ed è questo a rendere così potente e commovente la scena finale del film, l’incontro con Suor Beatrice alla quale Giovanni confessa tutto il proprio affetto e la propria riconoscenza verso il padre della letteratura italiana.
Ma la sceneggiatura di Avati scava anche nella dimensione più sofferta dell’uomo-Boccaccio, portando alla luce il dolore per la morte del padre durante la peste nera del 1348 oppure il tentativo fallimentare di conquistare l’affetto dell’unica figlia rimastagli in vita, Violante; o ancora i problemi di salute, dovuti alla scabbia.

UNA VITA RACCONTATA MALE


Il fulcro del film, ovviamente, è la biografia di Dante. La storia del Sommo Poeta è narrata attraverso flashback introdotti ora dalla voce narrante di Stefano De Sando, ora dal racconto dello stesso Boccaccio, ora dalle testimonianze di chi ha avuto modo di conoscere Dante in vita.
E qui, purtroppo, iniziano i problemi. La pellicola racconta tutti gli avvenimenti più importanti, ma lo fa con una superficialità e una frammentarietà che irritano. Ad esempio la vicenda sentimentale con Beatrice, che dovrebbe essere il fulcro dell’intera opera dantesca, è relegata a poche scene che non rendono appieno la portata del sentimento provato da Dante. Discorso simile per l’amicizia con Guido Cavalcanti, ridotta all’osso e per di più spogliata di tutta la sua componente letteraria e intellettuale. Non un accenno a Brunetto Latini, suo maestro spirituale, né alla gustosa tenzone con Forese Donati, che avrebbe probabilmente regalato un momento di leggerezza in un film altrimenti monolitico nella sua serietà.
Avati non si dilunga più di tanto nemmeno a descrivere il complesso contesto politico fiorentino della seconda metà del XIII secolo. Certo, viene messa in scena la battaglia di Campaldino (o meglio il prima e il dopo, lo scontro in sé per ovvi motivi di budget è assente), ma si spendono poche parole sulle lotte fra ghibellini e guelfi e poi fra guelfi bianchi e neri. Il risultato è che l’intera parabola politica di Dante ne esce depotenziata e incapace di esprimere appieno il proprio dramma.
E pensare che di spunti interessanti ce ne sono: il Dante di Avati è un uomo di pace, che sceglie di darsi alla politica non per ambizione ma per pacificare una Firenze dilaniata dalle lotte interne. È un Dante pronto a calpestare persino l’amicizia con Guido per il bene comune. Ed è un Dante che si oppone al potere temporale dei papi, benché il medium cinematografico imponga una semplificazione eccessiva del complesso pensiero dantesco.
Persino l’esilio, che dovrebbe rappresentare il momento più cupo e tremendo della vita di Dante, è raccontato con la già citata superficialità. La pellicola vibra di sentimento solo quando il Sommo Poeta, fuggiasco in una fattoria, confessa di aver ideato la Divina Commedia nella speranza che l’opera sia così bella e apprezzata da spingere i fiorentini a riaccoglierlo in città, per farlo poeta laureato; ma i restanti anni dell’esilio dantesco sono saltati a piè pari con inspiegabile fretta, per arrivare direttamente alla dipartita del poeta.

UN FILM FILOLOGICO


Una cosa si deve riconoscere a Pupi Avati: quella di aver costruito il proprio film su uno scrupolo documentario e filologico notevole, per non dire unico.
E questo lo si vede nelle scenografie, negli arredi, nei costumi e persino nel modo di parlare dei personaggi, oltre che nelle puntuali e precise citazioni letterarie. Soprattutto le usanze in materia di funerali e di matrimoni sono rappresentate con grande precisione. Il regista-sceneggiatore si diverte anche a inserire un bel po’ di easter eggs per i dantisti, come il racconto delle vicende di Paolo e Francesca alla vigilia della battaglia di Campaldino o la storia del ritrovamento dei tredici libri finali del Paradiso.
Di conseguenza, Dante si presenta come un film che potrebbe essere goduto appieno solo da chi conosce già la materia. La stessa superficialità della narrazione, di cui si è parlato sopra, fa sì che molti personaggi ed elementi del contesto possano essere compresi e apprezzati appieno solamente da chi già è informato sull’argomento. Allo spettatore casual, o semplicemente digiuno di letteratura italiana e di storia dei Comuni, la pletora di nomi, citazioni, eventi citati nei 95 minuti della pellicola potrebbe risultare spesso e volentieri oscura.
Lo sbilanciamento verso un pubblico esperto non sarebbe di per sé un difetto, ma amplifica ancora di più l’impressione che questo Dante sia stato un’enorme occasione sprecata: la vita del Sommo Poeta poteva diventare argomento di un gran bel lavoro alla portata di tutti, tanto più che viviamo nell’epoca in cui il Medioevo italiano tira tantissimo (e operazioni come Il nome della rosa o I Medici lo dimostrano).
D’altro canto, lo scrupolo filologico unito a una certa lentezza di fondo della sceneggiatura fa sì che il prodotto finale soffra a livello di ritmo e di coinvolgimento, risultando freddo e poco coinvolgente nonostante l’ottima prova attoriale di Alessandro Sperduti e degli altri comprimari.


Pupi Avati è riuscito nell’impresa di rendere noiosa e pedante la vita di Dante. Il suo amore per il padre della letteratura italiana e le infinite potenzialità della materia trattata non sono bastati, anzi la sgradevole sensazione di assistere a un film che poteva dare molto di più non lascerà facilmente la mente dello spettatore.

 

TITOLO ORIGINALE: Dante
REGIA: Pupi Avati
SCENEGGIATURA: Pupi Avati
INTERPRETI: Sergio Castellitto, Alessandro Sperduti, Carlotta Gamba, Enrico Lo Verso, Erika Blanc, Cesare Cremonini
DURATA: 94′
ORIGINE: Italia
DATA DI USCITA: 29 settembre 2022

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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