
Tommaso Landucci racconta la paternità senza ricatti emotivi, mettendo a confronto il figlio reale e quello immaginato in un esordio sincero e profondamente umano.
Sinossi
Dario è un padre completamente dedito a Enrico, il figlio con disabilità che richiede attenzioni e cure continue. Parallelamente, l’uomo ha costruito un rapporto molto stretto con Giacomo, il figlio adolescente del fratello Roberto, condividendo con lui passioni ed esperienze. Nel ragazzo Dario sembra ritrovare inconsapevolmente l’immagine del figlio che avrebbe sempre desiderato avere. Questo legame, inizialmente affettuoso e spontaneo, finisce però per mettere in discussione gli equilibri familiari e il modo in cui Dario vive la propria paternità.
I Figli Della Scimmia è l’opera prima di Tommaso Landucci, presentata in concorso nella sezione Orizzonti della 83ª Mostra del Cinema di Venezia. Il film, scritto dallo stesso Landucci insieme a Damiano Femfert e interpretato da Riccardo Scamarcio, affronta il tema della genitorialità attraverso un conflitto tanto doloroso quanto difficile da esprimere: la distanza tra il figlio reale e quello che un genitore aveva immaginato.
Hai sentito Enri, tuo cugino gioca a pallavolo col rimbalzo, e poi l’handicappato sei tu!
PATERNITÀ TRA REALTÀ E IMMAGINAZIONE
Il cuore di I Figli Della Scimmia si trova in un’idea estremamente delicata, perché Landucci sceglie di mettere in scena un sentimento che raramente trova spazio nel racconto della genitorialità legata alla disabilità. Dario ama profondamente Enrico e si occupa di lui con attenzione, partecipando a una quotidianità fatta di gesti concreti, responsabilità e inevitabili difficoltà, ma dentro questa dimensione esiste anche un dolore più difficile da ammettere: quello per il figlio che aveva immaginato prima ancora di sapere quale sarebbe stata la propria vita.
È proprio qui che il film trova la sua intuizione più interessante, evitando di trasformare Dario in un padre incapace di accettare il proprio figlio. Il problema non è l’assenza d’amore, ma la presenza simultanea di un desiderio che non ha mai trovato una forma reale. Il nipote Giacomo diventa così, senza che Dario lo programmi davvero, una sorta di incarnazione di quella possibilità perduta: un adolescente con cui andare in moto, parlare, scherzare, condividere passioni e assumere il ruolo dello zio affettuoso e sicuro di sé.
La scelta di raccontare questo rapporto attraverso piccoli episodi quotidiani permette a Landucci di evitare il ricatto emotivo. Dario non appare come un uomo che vuole sostituire Enrico, ma come qualcuno che cerca inconsapevolmente di recuperare attraverso Giacomo una parte della propria esperienza genitoriale.
Il titolo, ispirato alla fiaba di Esopo dalla quale prende il nome, sintetizza perfettamente questo conflitto. L’amore può diventare qualcosa di profondamente contraddittorio quando si mescola con il desiderio, il rimpianto e la sensazione di aver perso una vita possibile e, in tal senso, I Figli Della Scimmia non cerca una risposta definitiva, ma osserva quanto possa essere fragile l’equilibrio tra ciò che si deve fare e ciò che, intimamente, si vorrebbe fare.
DUE MODI DI VIVERE LA PATERNITÀ
Riccardo Scamarcio costruisce Dario attraverso una recitazione molto fisica, nella quale la sicurezza del personaggio convive costantemente con una crescente insofferenza. È un uomo apparentemente deciso, sanguigno, capace di reagire immediatamente quando qualcosa non gli torna, come dimostrano tanto i rapporti professionali quanto quelli familiari.
Eppure quella sicurezza non è mai completamente autentica. Quando consiglia a Giacomo di mostrarsi sicuro con le ragazze perché “funziona”, sembra quasi descrivere una strategia che applica anche a se stesso. Dario ha bisogno di apparire forte, capace di gestire ogni situazione, ma sotto quella superficie emerge progressivamente un uomo che non sa più come conciliare le diverse parti della propria esistenza.
Il confronto con Roberto, interpretato da Fausto Russo Alesi, rende particolarmente efficace questa caratterizzazione. I due fratelli sembrano incarnare due concezioni opposte della responsabilità: Dario è istintivo, impulsivo e apparentemente più libero, mentre Roberto è prudente, disciplinato e molto più rigido nel rapporto con il figlio. La scena degli stivali da moto regalati a Giacomo è, in questo senso, un dettaglio semplice ma significativo: quelli di Dario sono colorati e vistosi, mentre quelli del padre più sobri e soprattutto orientati alla sicurezza.
Il conflitto tra i due uomini non riguarda però soltanto il modo di educare Giacomo. È una rivalità involontaria tra due diverse idee di paternità. Roberto insiste sulla necessità di rispettare gli impegni, mentre Dario rivendica una maggiore libertà e considera assurda una filosofia del “boia chi molla” applicata senza flessibilità. Dario utilizza infatti la leggerezza come forma di autodifesa. La moto, le battute, il rapporto con Giacomo e il suo atteggiamento apparentemente spavaldo rappresentano una parentesi rispetto a una vita dominata dalle responsabilità. Ma più quella parentesi diventa importante, più evidente diventa la difficoltà di tornare a confrontarsi con ciò che sta lasciando fuori campo.
LA CURA COME SCELTA AFFETTIVA
Uno dei meriti maggiori del film è il modo in cui affronta la disabilità senza trasformarla in un semplice dispositivo narrativo finalizzato a commuovere lo spettatore. La quotidianità di Dario ed Enrico è fatta soprattutto di gesti concreti: lavarlo, prepararlo, accompagnarlo, occuparsi delle sue necessità e affrontare le conseguenze di una condizione che può modificarsi senza offrire certezze.
Il discorso sulla possibile PEG, legato alle difficoltà di Enrico nel deglutire, introduce una dimensione medica che non viene sfruttata per costruire artificialmente il dramma. Al contrario, serve a mostrare quanto la vita della famiglia sia continuamente condizionata da decisioni sulle quali non esistono risposte semplici. Il futuro può peggiorare, oppure rimanere invariato, e l’incertezza diventa una componente permanente dell’esistenza.
Landucci è particolarmente efficace quando mette questa realtà in contrasto con i momenti di leggerezza vissuti da Dario e Giacomo. La gara di trial, la moto, gli stivali, le conversazioni e il rapporto quasi cameratesco tra zio e nipote costruiscono una dimensione parallela nella quale Dario può semplicemente essere un adulto insieme a un adolescente, senza che ogni gesto debba necessariamente passare attraverso una necessità assistenziale. La cura è amore, ma è anche responsabilità; è una scelta affettiva, ma anche un obbligo quotidiano dal quale non ci si può sottrarre. Il film non giudica Dario per questa ambivalenza. Al contrario, prova a renderla comprensibile. Ed è probabilmente proprio questa sospensione del giudizio il suo approccio più maturo.
UN ESORDIO SINCERO MA IMPERFETTO
La regia di Tommaso Landucci sceglie una strada coerente con il materiale raccontato: niente spettacolarizzazione del dolore, niente grandi dichiarazioni programmatiche, ma una messa in scena che lascia ai personaggi il compito di far emergere progressivamente le proprie contraddizioni.
Il risultato non è sempre perfettamente equilibrato. Alcuni passaggi possono apparire più didascalici rispetto alla delicatezza con cui il film costruisce inizialmente i suoi personaggi, e la metafora alla base del racconto rischia a tratti di diventare fin troppo evidente. Tuttavia, l’esordio di Landucci conserva una qualità fondamentale: non pretende di avere una risposta semplice a una questione che semplice non è.
La parte più riuscita rimane proprio il rapporto tra Dario e Giacomo, perché permette di raccontare la crisi del protagonista senza trasformarlo immediatamente in una figura negativa. Quando il ragazzo attraversa le proprie difficoltà adolescenziali, il film amplia infatti il discorso: i figli non possono essere progettati, controllati o mantenuti identici alle aspettative dei genitori. Possono soltanto crescere, cambiare e diventare persone diverse da quelle che gli adulti avevano immaginato.
Un film non sempre impeccabile, ma sincero nella sua volontà di affrontare una zona emotiva difficile da raccontare senza giudicarla o semplificarla. Ed è proprio questa capacità di lasciare spazio alle contraddizioni dei suoi personaggi a rendere I Figli Della Scimmia un’opera prima interessante e, soprattutto, profondamente umana.








