
Nicolas Pariser mette sotto processo un uomo e una generazione attraverso quasi due ore di autocoscienza, dialoghi e revisionismo sentimentale che finiscono però per girare a vuoto.
Sinossi
Sul punto di separarsi dalla compagna, il quarantanovenne Léo apprende della morte del padre biologico che non ha mai conosciuto. Prima di partire per l’Italia per occuparsi dell’eredità, trascorre alcuni giorni a Parigi incontrando la figlia attivista e diverse persone appartenenti al proprio passato. Quegli incontri lo costringono a interrogarsi sulla vita vissuta e soprattutto sul modo in cui ha trattato le donne con cui ha avuto relazioni.
Un peu avant minuit, titolo internazionale One Minute to Midnight, vuole mettere sotto processo non soltanto un uomo, ma in qualche modo un’intera generazione maschile cresciuta tra gli anni Ottanta, Novanta e Duemila e costretta oggi a reinterpretare comportamenti sentimentali e sessuali attraverso una sensibilità radicalmente cambiata.
È esattamente l’obiettivo dichiarato dal regista Nicolas Pariser, che ha definito il film il ritratto di un uomo del 2026 impegnato a rileggere la propria vita amorosa alla luce del cambiamento morale prodotto anche dalla rivoluzione #MeToo. Un punto di partenza tutt’altro che banale, soprattutto considerando che Pariser sceglie deliberatamente di rifiutare la struttura narrativa tradizionale per costruire quasi esclusivamente una lunga successione di conversazioni. :contentReference[oaicite:2]{index=2}
Il problema è che proprio questa impostazione finisce per diventare il limite principale del film. Per 111 minuti Léo, interpretato da Melvil Poupaud, attraversa Parigi incontrando ex compagne, amici, conoscenti e la propria figlia, ricevendo continuamente nuove letture del proprio passato senza però trasformare davvero quelle rivelazioni in un percorso personale.
Un peu avant minuit vuole essere un’indagine sulla mascolinità e finisce troppo spesso per sembrare semplicemente un’interminabile seduta di autocoscienza.
IL PROCESSO A LÉO
Léo ha quarantanove anni, una relazione sul punto di finire e un rapporto non particolarmente stretto con la figlia Emma, giovane attivista molto più sicura delle proprie convinzioni politiche e morali rispetto al padre. Quando apprende della morte del padre biologico mai conosciuto, deve attendere alcuni giorni prima di raggiungere l’Italia per occuparsi dell’eredità.
Quella parentesi parigina diventa così l’occasione per fare il bilancio della propria esistenza. Léo incontra persone che appartengono al proprio passato e in particolare diverse donne con cui ha avuto relazioni sentimentali o sessuali, chiedendo loro di reinterpretare oggi comportamenti che all’epoca non erano necessariamente stati percepiti nello stesso modo.
È qui che il film affronta direttamente rapporti di potere, consenso, maschilismo e comportamenti normalizzati prima di #MeToo. Pariser non nasconde l’intenzione: Léo deve guardarsi attraverso gli occhi delle donne che ha incontrato e scoprire un’immagine di sé decisamente meno lusinghiera di quella costruita nel corso degli anni.
Il problema è che Léo rimane quasi sempre completamente passivo. Ascolta, abbassa lo sguardo, assume quella costante espressione da cane bastonato che gli viene persino rimproverata da una delle sue ex, ma raramente reagisce in maniera capace di trasformare l’autocritica in vera evoluzione.
Il protagonista non sembra compiere un percorso: sembra semplicemente attraversare una serie di ramanzine.
PADRI E FIGLI
La morte del padre biologico dovrebbe fornire alla storia un secondo livello di lettura particolarmente interessante. Léo non ha praticamente mai avuto un rapporto con quell’uomo e, procedendo nella vicenda, emergono progressivamente alcune somiglianze inquietanti tra i due.
Entrambi sembrano aver vissuto dentro una forma di solitudine emotiva. Entrambi hanno costruito rapporti distanti con i propri figli. Ed entrambi sembrano aver trasformato le relazioni sentimentali in qualcosa da idealizzare più facilmente nel ricordo che da vivere concretamente nel presente.
È probabilmente questo il nucleo più promettente del film: l’idea che Léo stia inconsapevolmente ripetendo proprio quei comportamenti che lo hanno ferito come figlio. Il viaggio in Italia e la scoperta di una parte sconosciuta della propria famiglia avrebbero quindi potuto trasformare l’indagine sentimentale in una riflessione molto più ampia sulla trasmissione generazionale dell’incapacità emotiva.
Ma anche in questo caso Pariser tende più a suggerire che a sviluppare. Il parallelo tra padre e figlio esiste, ma non diventa mai il motore di una vera trasformazione. Léo prende coscienza di molte cose, ma la consapevolezza sembra continuamente fermarsi un secondo prima di produrre conseguenze.
RICORDI POCO AFFIDABILI
C’è inoltre un problema inevitabile nel dispositivo scelto dal film. Léo cerca una sorta di verità oggettiva sul proprio passato attraverso ricordi vecchi di venti o trent’anni, raccontati da persone che hanno a loro volta reinterpretato quelle esperienze alla luce del presente.
Ed è proprio questa ambiguità che, almeno teoricamente, potrebbe rendere interessante il film. Un comportamento romantico percepito come normale negli anni Novanta può oggi apparire invadente. Una relazione considerata consensuale può assumere un’altra forma quando viene riletta attraverso una diversa consapevolezza dei rapporti gerarchici. Il ricordo non è quindi una registrazione neutrale del passato, ma qualcosa che cambia insieme alle persone.
Pariser sembra consapevole di questa complessità, ma la sceneggiatura finisce troppo spesso per utilizzare le donne come strumenti attraverso cui formulare una tesi su Léo. Ognuna arriva, parla, offre una nuova interpretazione e poi lascia nuovamente il protagonista solo con il proprio senso di colpa.
Il meccanismo diventa progressivamente prevedibile e, soprattutto, impedisce a molti personaggi secondari di esistere davvero fuori dalla funzione che ricoprono nel processo morale del protagonista.
Persino quando alcune figure predicano principi molto netti per poi comportarsi in maniera decisamente meno coerente, il film sembra non sapere bene se stia mostrando la complessità degli esseri umani oppure semplicemente contraddicendo sé stesso.
111 MINUTI DI CONVERSAZIONI
Pariser ha dichiarato apertamente di voler costruire un film quasi anti-narrativo: niente obiettivo tradizionale, niente ostacoli convenzionali, personaggi che non devono necessariamente avere una funzione successiva nella trama. Le conversazioni diventano quindi la materia prima attraverso cui costruire il ritratto di Léo. :contentReference[oaicite:3]{index=3}
Una scelta legittima, ma anche estremamente rischiosa. Per funzionare, ogni dialogo dovrebbe aggiungere una nuova sfumatura al protagonista o modificare la comprensione di ciò che è avvenuto prima. Invece molti incontri finiscono per reiterare lo stesso concetto: Léo era emotivamente immaturo, poco consapevole dei rapporti di potere e incapace di comprendere pienamente le donne della propria vita.
A quel punto la durata di 111 minuti diventa difficile da giustificare. La reiterazione non produce necessariamente profondità e il film continua a discutere lo stesso problema molto dopo averlo già reso perfettamente chiaro.
Nemmeno Melvil Poupaud riesce a ribaltare questa sensazione. Il problema non è tanto una cattiva interpretazione quanto la natura stessa del personaggio: Léo è volutamente esitante, privo di grande carisma e sempre in posizione difensiva. Una scelta coerente con l’intenzione del regista, ma estremamente poco efficace quando l’intero film dipende dalla sua capacità di sostenere quasi due ore di dialoghi.
AUTOCOSCIENZA SENZA CATARSI
Il limite più grande di Un peu avant minuit non è quindi il tema, né tantomeno il tentativo di interrogarsi sulla mascolinità dopo #MeToo. Anzi, è probabilmente proprio questa l’idea più interessante del progetto.
Il problema è che la trama sembra esistere in funzione della tesi e non il contrario. Personaggi, incontri e ricordi vengono disposti lungo il percorso di Léo soprattutto per permettere al film di continuare a discutere il proprio argomento, mentre la vicenda rimane sostanzialmente immobile.
La conseguenza è una strana assenza di catarsi. Léo scopre aspetti spiacevoli del proprio passato, ascolta il punto di vista delle donne che ha frequentato, confronta la propria vita con quella del padre e riceve persino dalla figlia una lettura molto diversa del mondo contemporaneo. Eppure, arrivati alla fine, non sembra davvero una persona diversa da quella incontrata all’inizio.
È difficile quindi percepire le quasi due ore precedenti come un vero percorso di crescita. Rimane piuttosto l’impressione di aver assistito a una lunga seduta collettiva nella quale tutti spiegano al protagonista chi sia stato, mentre lui continua principalmente ad ascoltare.
Un peu avant minuit parte da una riflessione legittima e attuale sui rapporti tra uomini e donne, sulla memoria e sulla trasformazione morale seguita a #MeToo, ma la trasforma in un film verboso, ripetitivo e narrativamente sconclusionato. Il desiderio di decostruire il protagonista è talmente dominante da impedire al film di costruirlo davvero. Fondamentalmente, c’è pochissimo da salvare: KILL.
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