JupiterTEMPO DI LETTURA 7 min

Jupiter
Recensione Jupiter Jupiter Cinema Venezia 83 · VENICE OPEN · FUORI CONCORSO

Alexandre Smia trasforma una crisi nucleare in un thriller politico tesissimo sulla solitudine del potere e sul peso di una decisione capace di cambiare il mondo.

Logo di Venezia 83 - Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2026

Sinossi

Da poco eletto Presidente della Repubblica francese, Paul Archambault viene convocato nel bunker antiatomico Jupiter, situato sotto il Palazzo dell’Eliseo, per affrontare una gravissima crisi internazionale. Il presidente russo è sopravvissuto a un attentato, attribuisce la responsabilità all’Ucraina e si prepara alla rappresaglia. Mentre l’escalation avvicina il mondo alla guerra nucleare, Archambault e i suoi consiglieri devono prendere una decisione potenzialmente irreversibile.

Jupiter è un’intensa immersione dentro una crisi diplomatica talmente contemporanea da risultare, a tratti, quasi inquietante. Il film d’esordio di Alexandre Smia, scritto dallo stesso regista insieme a Thomas Finkielkraut, parte da uno scenario geopolitico immediatamente e sfortunatamente riconoscibile: Russia e Ucraina sono al centro di un’escalation capace di trascinare l’Europa verso una possibile guerra nucleare.
I nomi dei leader politici sono naturalmente fittizi perchè utilizzare direttamente Putin e Zelensky avrebbe trasformato il film in qualcosa di completamente diverso, ma il contesto è volutamente vicino alla realtà contemporanea. E proprio questa riconoscibilità permette a Smia di costruire un thriller politico che non ha bisogno di scenari fantascientifici per generare tensione.
Per chi ha visto A House Of Dynamite di Kathryn Bigelow, i richiami saranno inevitabili. Anche lì una crisi nucleare costringeva le istituzioni a reagire in tempi strettissimi. Ma se Bigelow utilizzava più punti di vista per ricostruire la catena decisionale, Jupiter rimane quasi interamente ancorato a un solo uomo: Paul Archambault, il nuovo Presidente della Repubblica francese interpretato da un eccellente Denis Ménochet.

IL PRESIDENTE È SOLO


Paul Archambault è stato eletto da pochissimo quando viene convocato nel “Jupiter“, il bunker antiatomico situato sotto l’Eliseo dal quale il Presidente francese può gestire le crisi più gravi e le decisioni legate alla deterrenza nucleare. È un luogo quasi mitologico, invisibile alla maggior parte al 99,99% dei cittadini ma nel quale, in una situazione estrema, può essere deciso il destino di milioni di persone.
A interpretare Archambault c’è un ottimo e durissimo Denis Ménochet, perfetto nel restituire inizialmente l’immagine di un Presidente fisicamente imponente, sicuro e apparentemente impermeabile alla pressione. Una corazza destinata però a incrinarsi progressivamente quando il personaggio comprende la portata reale del potere che gli è stato affidato.
Smia e Finkielkraut hanno dichiarato di voler costruire una vera e propria “autopsia del potere” ed il concetto diventa immediatamente evidente: cosa significa essere democraticamente eletti a rappresentare milioni di cittadini e, contemporaneamente, possedere l’autorità necessaria per contribuire a scatenare una guerra nucleare?
Jupiter trasforma così il concetto astratto di deterrenza in qualcosa di brutalmente concreto: prima o poi, dietro protocolli, dottrine militari e strategie geopolitiche, esiste sempre una persona alla quale viene chiesto di decidere.

IL PESO DEL POTERE


È probabilmente questo l’aspetto politicamente più interessante della pellicola. Eleggere democraticamente un Presidente non significa soltanto scegliere qualcuno che prenderà decisioni su economia, welfare o politica interna. Significa affidargli anche responsabilità geopolitiche capaci, nelle circostanze peggiori, di produrre conseguenze potenzialmente irreversibili.
Una riflessione che riguarda ovviamente innanzitutto il pubblico francese, considerando il ruolo del Presidente nella gestione della deterrenza nucleare francese, ma che assume facilmente una dimensione universale anche se ovviamente non può essere traslato ad un Primo Ministro italiano visto che l’Italia non ha bombe nucleari. Soprattutto in un periodo storico nel quale guerra, riarmo e minacce nucleari sono tornati a essere argomenti quotidiani del dibattito internazionale.
Il film evita intelligentemente di trasformare questa riflessione in una semplice lezione politica visto che Archambault non viene rappresentato come un eroe incaricato di salvare il mondo e nemmeno come un politico incapace. È semplicemente un uomo chiamato a prendere una decisione nella quale ogni alternativa contiene il rischio di una catastrofe nucleare. Praticamente le decisioni che prende sono in una scala che variano dal “non lanciare alcuna bomba nucleare e quindi risultare deboli di fronte alla Russia” al “minacciare di lanciare una bomba nucleare sperando che la Russia non chiami il bluff”.
Ed è proprio qui che Ménochet offre probabilmente il meglio della propria interpretazione. Più la crisi si aggrava, più la sicurezza iniziale del Presidente lascia spazio alla consapevolezza che il potere assoluto di decidere può essere simultaneamente la forma più estrema di solitudine.

LA GUERRA DIETRO LE PORTE


Quello che colpisce maggiormente di Jupiter è però l’accuratezza con cui vengono costruite le diverse fasi dell’escalation. Smia non ha bisogno di mostrare città distrutte, bombardamenti o eserciti in movimento. La tensione claustrofobica nasce e rimane vivida quasi esclusivamente attraverso telefonate, briefing, mappe, collegamenti protetti e conversazioni tra capi di Stato.
Il film di fatto è il dietro le quinte della diplomazia internazionale: conversazioni dalle quali il cittadino comune è inevitabilmente escluso, ma che possono determinare la vita di milioni di persone. Ogni parola deve essere interpretata, ogni minaccia valutata. Quella dell’avversario potrebbe essere una reale intenzione oppure un bluff. Una risposta troppo debole potrebbe incoraggiare un’ulteriore escalation, mentre una troppo dura potrebbe provocare proprio la guerra che tutti dichiarano di voler evitare.
Molto efficace è anche il modo in cui la sceneggiatura utilizza i diversi consiglieri che fanno parte del gabinetto di Archambault che, di fatto, hanno tutti opinioni molto diverse. Militari e membri del governo possiedono ciascuno un’opinione, una priorità e una propria lettura della crisi. C’è chi suggerisce fermezza, chi prudenza, chi ragiona attraverso la dottrina militare e chi considera soprattutto le conseguenze politiche.
La pluralità di opinioni è fondamentale perché permette al film di mettere sul tavolo praticamente tutte le variabili che un leader dovrebbe considerare prima di prendere una decisione di tale portata. Ma produce contemporaneamente un paradosso: più Archambault è circondato da persone, più appare solo.
Tutti possono consigliarlo. Tutti possono spiegargli cosa potrebbe accadere. Tutti possono illustrargli probabilità e scenari. Ma nessuno può prendere la decisione al posto suo.

UNA GUERRA IN UNA STANZA


È qui che Jupiter riesce anche a differenziarsi maggiormente da A House Of Dynamite. Il film di Kathryn Bigelow utilizzava la ripetizione dello stesso evento da prospettive differenti per mostrare la fragilità dell’intera catena di comando. Smia sceglie invece la strada opposta: restringe progressivamente il campo fino quasi a chiudere lo spettatore nello stesso bunker del Presidente.
Non interessa comprendere ogni ingranaggio della macchina statale, ma osservare cosa succede all’uomo seduto alla fine della catena decisionale. La claustrofobia del bunker diventa quindi soprattutto psicologica e la macchina da presa rimane vicina ad Archambault mentre la quantità di alternative disponibili sembra paradossalmente diminuire con l’aumentare delle informazioni.
La scelta funziona anche sul piano del ritmo. Nonostante la pellicola sia costruita soprattutto su dialoghi, gli 87 minuti scorrono molto velocemente perché quasi ogni nuova conversazione modifica il quadro. La tensione non deriva dall’attesa di un’esplosione, ma dalla possibilità che una frase, un ordine o una valutazione sbagliata possano renderla inevitabile.

UN FINALE GIÀ VISTO


Il punto debole arriva però proprio quando l’escalation raggiunge il proprio massimo e Jupiter deve decidere come concludere la storia. Senza entrare nei dettagli, la soluzione adottata richiama inevitabilmente e fin troppo da vicino quella già utilizzata da A House Of Dynamite.
Nel film della Bigelow, il finale aperto era perfettamente coerente con una struttura costruita sulla ripetizione e sull’impossibilità di controllare pienamente il sistema. In Jupiter, la stessa scelta di avere un finale aperto rischia invece di sembrare meno sorprendente e soprattutto meno soddisfacente.
È con ogni probabilità l’elemento che dividerà maggiormente il pubblico. Non perché il film avesse necessariamente bisogno di mostrare l’apocalisse o di fornire una conclusione rassicurante, ma perché dopo una costruzione così precisa sarebbe stato lecito aspettarsi un’ultima scelta narrativa altrettanto incisiva.
Rimane comunque un limite all’interno di un thriller politico estremamente riuscito.

Scheda film
Titolo originaleJupiter
RegiaAlexandre Smia
SceneggiaturaAlexandre Smia, Thomas Finkielkraut
InterpretiDenis Ménochet, André Dussollier, Reda Kateb, Dominique Blanc, Ella Rumpf, Frédéric Pierrot, Céline Sallette, Cédric Kahn, Jérémy Lopez
DistribuzioneSND – Francia / distribuzione italiana non ancora annunciata
Durata87 minuti
OrigineFrancia, 2026
FestivalPresentato alla 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica
SezioneVENICE OPEN – FUORI CONCORSO
PremiereWorld Premiere · 4 Settembre 2026

Il giudizio di Recenserie

THANK THEM ALL

Jupiter è teso, intelligente e inquietantemente realistico, capace di utilizzare la possibilità della guerra nucleare per parlare soprattutto della solitudine del potere e del peso quasi disumano affidato a chi governa. Alexandre Smia firma un esordio sorprendentemente maturo e Denis Ménochet gli regala un protagonista perfetto. Il finale lascia qualche rimpianto, ma il risultato resta un Thank molto abbondante, davvero a un passo dal Bless.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL

Federico Salata

Federico Salata è il fondatore di Recenserie e autore di recensioni, news e approfondimenti dedicati a serie TV e film. Su Recenserie si occupa di critica televisiva e cinematografica, contenuti podcast e coverage di festival ed eventi del settore. Firma articoli editoriali su serialità, cinema, piattaforme streaming e principali uscite dell’intrattenimento.

Voce fondatrice del progetto, segue da vicino l’evoluzione del panorama televisivo e cinematografico con un taglio editoriale che unisce analisi, attualità e riconoscibilità stilistica.

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