
Company di Casey Affleck intreccia horror, memoria e racconti generazionali in un'opera esteticamente suggestiva ma rallentata da una narrazione confusa e dispersiva.
Sinossi
Durante una festa natalizia del 1975, una misteriosa donna di nome Evelyn racconta la storia di Tom, un anziano eremita che molti anni prima aveva trovato una donna sopravvissuta a una tormenta di neve. Da quel racconto ne nasce un altro, ambientato nel passato e legato a una serie di misteriose uccisioni. Le storie attraversano così epoche e generazioni, intrecciando memoria, violenza e legami familiari.
Ci sono film che raccontano una storia e altri che sembrano voler raccontare il modo stesso in cui le storie nascono, si trasformano e finiscono per appartenere a chi le ascolta. Company, terzo lungometraggio diretto da Casey Affleck dopo I’m Still Here e Light Of My Life, appartiene certamente alla seconda categoria, costruendo una struttura narrativa fatta di racconti incastonati l’uno nell’altro, salti temporali e personaggi che sembrano esistere contemporaneamente dentro e fuori la propria mitologia. L’ambizione è evidente e, almeno nelle intenzioni, anche affascinante: trasformare il racconto orale in uno spazio attraverso cui elaborare dolore, vendetta, compassione e possibilità di perdono.
Il problema è che l’architettura costruita da Affleck, invece di amplificare il significato delle storie, finisce progressivamente per renderlo sempre più sfuggente. Company procede con un ritmo estremamente dilatato, affidandosi a un’atmosfera sospesa che nelle intenzioni dovrebbe suggerire mistero e contemplazione, ma che per buona parte del film si traduce soprattutto in immobilità. La pazienza richiesta allo spettatore è considerevole e il film sembra spesso dimenticare che la lentezza, per diventare una precisa scelta stilistica, dovrebbe essere accompagnata quantomeno da un minimo di tensione capace di giustificarla.
TANTE IDEE, MOLTO CONFUSE
La scelta di affidare buona parte del film a storie raccontate da un personaggio all’altro è probabilmente l’elemento più caratteristico di Company. Alice racconta a Tom una vicenda che ne contiene un’altra, popolata da contadini, vagabondi, violenza e misteriose uccisioni. Affleck costruisce così una sorta di matrioska narrativa nella quale ogni racconto sembra contenere una chiave per comprendere quello successivo. Il dispositivo, almeno sulla carta, è particolarmente adatto a un film interessato alla memoria, al trauma e alla trasmissione delle esperienze.
Il problema nasce quando il meccanismo smette di sembrare organico e comincia a dare l’impressione di essere fine a se stesso. La sensazione è quella di assistere a un racconto che continua ad aprire parentesi senza avere ancora deciso come richiuderle. E quando ogni elemento sembra poter nascondere una spiegazione ulteriore, anche ciò che dovrebbe risultare inquietante perde progressivamente il proprio potere.
La componente horror arriva inoltre in maniera piuttosto prevedibile. Già dall’ingresso di Evelyn alla festa natalizia si avverte che la sua presenza non sia semplicemente quella di una sconosciuta capitata per caso nel posto sbagliato. Dopo Sinners, poi, la sensibilità dello spettatore nei confronti di determinati segnali legati al vampirismo è inevitabilmente aumentata, e alcuni indizi risultano talmente riconoscibili da rendere abbastanza semplice intuire in quale direzione il film stia procedendo.
Il problema, però, non è soltanto la prevedibilità. È soprattutto la difficoltà di definire con precisione le regole dell’universo soprannaturale che Company introduce. Il film sembra muoversi tra vampirismo, creature dalle caratteristiche non perfettamente identificabili e una mitologia legata al sangue, senza costruire mai un sistema sufficientemente chiaro. Le ferite che si rigenerano, il sangue che può essere assunto e quello che può risultare letale per creature della stessa natura aprono prospettive interessanti, ma rimangono elementi sospesi in un universo le cui coordinate non vengono mai davvero stabilite.
SVEGLIATO DA UNO SPARO
La principale difficoltà di Company rimane comunque il ritmo. La prima parte procede con una lentezza esasperata, costruendo silenzi, attese e conversazioni nella speranza che l’atmosfera riesca a sostituire la tensione narrativa. In alcuni momenti la scelta funziona, soprattutto quando la fotografia e la composizione delle immagini riescono a dare al paesaggio una dimensione quasi spettrale. Ma troppo spesso l’attesa non conduce a una reale crescita della tensione, limitandosi a prolungare il tempo necessario perché la storia arrivi al proprio successivo snodo.
Il momento dello sparo dopo circa un’ora di film – non ci saranno specifiche per evitare spoiler ma chi ha visto capirà – rappresenta proprio il punto nel quale questa impostazione viene improvvisamente scossa, svegliando tra l’altro lo spettatore – e in particolare chi scrive – dal sonno in cui era sprofondato fino a quel momento. Da lì in avanti la componente fantastica assume maggiore centralità e il racconto diventa più movimentato, ma il risveglio arriva quando una porzione considerevole del film è già trascorsa.
È una scelta che potrebbe essere difesa come deliberatamente contemplativa, ma affinché una simile interpretazione risulti convincente sarebbe necessario che la lentezza iniziale producesse una stratificazione emotiva più potente. Invece, l’impressione prevalente è che Company chieda allo spettatore di attendere troppo prima di offrirgli elementi sufficienti per comprendere dove stia andando.
In questa seconda parte emergono comunque alcuni degli spunti più interessanti del film. Il sangue diventa metafora di eredità e contaminazione, le ferite fisiche si intrecciano a quelle emotive e il rapporto tra vittime e carnefici comincia a sfumare in una zona moralmente più ambigua. È materiale che avrebbe potuto sostenere un horror più incisivo, ma che viene ostacolato da una mitologia non abbastanza definita e da una narrazione che continua a privilegiare l’enigma rispetto alla chiarezza.
UN ECCESSO DI STRATIFICAZIONE
Se sul piano narrativo Company presenta numerose criticità, è sul terreno strettamente cinematografico che Casey Affleck dimostra invece una maggiore sicurezza. La regia possiede una precisa sensibilità per gli spazi, i silenzi e i paesaggi invernali, utilizzando la neve e la natura come elementi capaci di amplificare il senso di isolamento dei personaggi. Le ambientazioni sembrano appartenere a un tempo sospeso, quasi sottratto alla normale successione degli eventi, e contribuiscono a costruire quell’atmosfera da fiaba nera che il film ricerca costantemente.
Al centro del progetto di Affleck esiste comunque un’idea tutt’altro che banale. Il regista parla di Company come del capitolo conclusivo di una trilogia involontaria dedicata al rapporto con gli altri, dal rifiuto dell’amore alla capacità di amare fino alla necessità di fare pace con la vita ricevuta. È un percorso che trova nel concetto di “debito” una delle proprie immagini più efficaci. Non quello che il mondo deve necessariamente restituire, ma ciò che ciascun individuo può scegliere di aggiungere alla propria esistenza.
Il film, però, finisce per rendere queste riflessione difficili da afferrare attraverso un eccesso di stratificazioni. La vendetta, il lutto, il perdono, il sangue, le creature soprannaturali e le storie tramandate di generazione in generazione sembrano voler convergere verso un’unica meditazione sulla possibilità di interrompere il ciclo della sofferenza. Ma il percorso per arrivarci è così tortuoso da rendere poco incisivo proprio ciò che avrebbe dovuto rappresentare il cuore emotivo dell’opera.








