
Due episodi, due facce della stessa medaglia e la sgradevole conferma che questa quarta stagione naviga a vista, incapace di trovare una rotta stabile.
Questa recensione di Star Trek: Strange New Worlds 4×06-4×07 mette fianco a fianco due episodi che sembrano quasi rappresentare le due anime opposte della quarta stagione. Da un lato c’è il pregevole tentativo di rispolverare la tensione di un autentico film catastrofico spaziale. Dall’altro, l’ennesimo teatrino farsesco e pigro, il solito giocattolo di genere che gli autori tirano fuori quando non sanno più come imbastire una trama di fantascienza lineare.
L’altalena continua quindi a scricchiolare, alternando lampi di vera umanità a cadute di stile che lasciano l’amaro in bocca. Ed è una sensazione che questa stagione aveva già alimentato con l’esperimento noir di “A Case of Chiaroscuro”.
L’EMERGENZA CLAUSTROFOBICA
Con “Off-Hour”, la serie prova finalmente a fare sul serio, strizzando l’occhio ai grandi classici della sopravvivenza a bordo come il celebre “Disaster” di The Next Generation e ai vecchi cult della tensione a tempo scaduto, filtrati attraverso il ticchettio in tempo reale di show televisivi come 24. L’Enterprise finisce rovinosamente risucchiata in un anomalo corridoio energetico a curvatura che la costringe a un’accelerazione folle e costante, sballottando e separando l’equipaggio nei vari reparti mentre la gravità impazzisce e i ponti collassano.
La magia, al di là di un gergo scientifico tirato via e di qualche concessione visiva forse fin troppo macabra, come la spaventosa frattura scomposta di Una nel corridoio o il corpo martoriato di M’Benga, torna a funzionare proprio quando la narrazione si spoglia degli artifici autoreferenziali e rimette al centro la cooperazione nuda e cruda tra i membri della Flotta.
Il viscerale braccio di ferro emotivo tra il dottor M’Benga, bloccato e schiacciato in una morsa letale dal tavolo del laboratorio, e un’infermiera Christine Chapel testardamente irriducibile nel rifiutarsi di abbandonarlo è scritto con i fiocchi. Allo stesso modo, vedere cementarsi il legame tecnico e umano tra un giovane Scotty e l’irriverente Pelia restituisce finalmente quel sapore d’officina stellare che latitava da tempo.
Qui la formula funziona alla perfezione perché la gabbia claustrofobica del genere spinge i personaggi a dare il meglio di sé sotto pressione, da Spock e La’an costretti a una pericolosissima passeggiata spaziale a curvatura fino alla fredda competenza del dottor Boyce, dimostrando che la professionalità inflessibile è ancora una delle cifre più autentiche di questo universo narrativo.
IL PASSO FALSO MELODRAMMATICO
Se la puntata precedente prova a raddrizzare la barra e a restituire dignità al franchise, la successiva “Like Chronitons Through the Hourglass” ci risbatte dritti nella palude dell’autoreferenzialità più sfacciata e irritante. Il ritorno della capricciosa entità cosmica Trelane trasforma l’intera Enterprise nel set di un teleromanzo pomeridiano melenso, sbiadito e insopportabilmente posticcio.
Amnesie improvvise, improbabili test di paternità che vorrebbero trasformare Uhura nella figlia di Christopher Pike e persino il cliché del gemello malvagio, affidato allo stesso Ethan Peck nei panni di un improbabile “Sexy Sybok”: il tutto viene messo in scena con la sottigliezza di un elefante in un negozio di cristalli.
La presunta parodia risulta di una pesantezza sconfortante e compiaciuta: gag urlate letteralmente in faccia allo spettatore, con la paura costante che quest’ultimo non colga la citazione, filtri visivi slavati, zoom di macchina insistiti e sguardi in camera che sembrano supplicare una risata telefonata o almeno un cenno d’intesa.
Si salva in calcio d’angolo soltanto l’ultimo e tesissimo atto, quando finalmente la farsa si dissolve per lasciare spazio a un momento di strazio vero e misurato: il capitano Pike che crolla in terapia con la dottoressa Chivers, facendo finalmente i conti con il dolore mai elaborato per la perdita di Juliet e di quella vita intera vissuta nei propri ricordi accanto a Marie Batel.
Un frammento di intensa e inattesa poesia drammatica, sorretto da una prova magistrale di Anson Mount, che però purtroppo non basta a cancellare quaranta minuti di fastidioso e imbarazzante vuoto pneumatico.
UNA SCRITTURA A DUE VELOCITÀ
Mettere a confronto queste due ore di messa in scena significa svelare il cortocircuito narrativo che attraversa l’intera stagione. Da un lato la sceneggiatura sceglie la via della pressione fisica, costringendo gli ufficiali a misurarsi con i bulloni, i compartimenti stagni e il peso di una struttura morente. Dall’altro si rifugia comodamente nel metateatro, sfilacciando l’empatia dello spettatore dietro le lenti deformanti di un esperimento cosmico sopra le righe.
Nel primo caso il pericolo è tangibile, urgente, radicato nella carne viva di chi indossa la divisa. Nel secondo l’emergenza è posticcia, un pretesto ludico che azzera la tensione drammatica per il 90% della durata, affidando tutto il peso della redenzione agli ultimi cinque minuti di confessione privata.
È la dimostrazione di come un’idea brillante e un’intuizione pigra possano convivere nella stessa stagione, lasciando a chi guarda il compito di raccogliere i cocci di un’altalena emotiva che non trova mai pace.
Il problema non è quindi la sperimentazione in sé. Strange New Worlds ha già dimostrato di saper cambiare registro con successo. Il problema nasce quando il gioco di genere prende il posto della storia anziché diventare uno strumento per raccontarla. Non è un caso che episodi più tradizionalmente fantascientifici come “Through the Lens of Time” riescano ancora a mostrare quanto questa serie possa funzionare quando mette l’idea sci-fi davanti al vezzo formale.
“Off-Hour” e “Like Chronitons Through the Hourglass” finiscono così per essere due esempi perfetti e opposti dello stesso concetto: la contaminazione dei generi funziona soltanto quando rimane al servizio dei personaggi e della storia. Nel primo episodio succede. Nel secondo, quasi mai.
THUMBS UP 👍
- Ottima gestione corale e intenso duetto emotivo tra M'Benga e Chapel in Off-Hour
- Il sodalizio professionale e tecnico tra Scotty e Pelia
- La struttura in tempo reale rende Off-Hour teso e claustrofobico
- La profonda elaborazione del lutto di Pike nel finale di Like Chronitons Through the Hourglass
THUMBS DOWN 👎
- Ricorso a un gergo scientifico sbrigativo e miracoloso in Off-Hour
- Stucchevole, didascalica e pesante parodia da teleromanzo in Like Chronitons Through the Hourglass
- Gag e artifici metanarrativi finiscono spesso per soffocare la storia
- Marcata discontinuità autoriale e stilistica tra i due episodi






