
Un esperimento visivo imperfetto, salvato dalla straordinaria prova di Una.
Questa alternanza continua di generi diversi e sperimentazioni forzate finisce per somigliare a una fuga sistematica dai binari tradizionali del racconto sci-fi, sacrificando la solidità del mondo narrato per inseguire facili suggestioni visive. Puntata dopo puntata, la sensazione è che si preferisca puntare tutto sulla novità estetica del momento, smarrendo via via quella coerenza di fondo che dovrebbe invece fare da bussola a un franchise di questo calibro.
UN ESERCIZIO DI STILE NOIR
Con “A Case of Chiaroscuro“, gli autori scelgono la via del film noir, tingendo l’intero episodio di un bianco e nero giustificato – in modo francamente risibile – dalla radiazione di una stella locale che azzererebbe la percezione dei colori umani. Ci troviamo di fronte a un espediente narrativo pigro e raffazzonato che ignora completamente qualsiasi briciolo di coerenza scientifica di base, trattando lo spettatore con una certa sufficienza pur di portare a casa il colpo d’occhio retrò, esattamente come accadeva nei peggiori passaggi delle stagioni precedenti quando la forma veniva sistematicamente anticipata alla sostanza e alla credibilità del mondo messo in scena.
La scelta visiva trasforma repentinamente il pianeta Mat’aar XII in una copia carbone della Terra degli anni ’30, completa di trench sgualciti, cappelli di feltro calcati sugli occhi, bar malfamati e un’estetica che strizza palesemente l’occhio al cinema espressionista tedesco e ai classici della Warner Bros. A non funzionare, tuttavia, è l’impalcatura logica che regge l’intera baracca: ci viene infatti richiesto di accettare una catena di coincidenze fortuite che superano ampiamente i limiti della forzatura narrativa, a partire dal famigerato e abusato cliché della sosia perfetta che fa acqua da tutte le parti.
Il comandante Una Chin-Riley si ritrova a incarnare le fattezze della leader della resistenza locale e al contempo di una fidata collaboratrice del regime, in un cortocircuito che avrebbe fatto arrossire persino i reparti di scrittura più pigri della televisione generalista. Questa accumulazione smodata di elementi fortuiti soffoca sul nascere qualsiasi velleità di tensione reale, riducendo l’immersione a un esercizio di costante sospensione dell’incredulità che finisce per pesare come un macigno sulla tenuta complessiva dell’ora di visione.
IL RISCATTO DI UNA
Eppure, al netto di una sospensione dell’incredulità messa a dura prova da premesse così artificiose, l’episodio riesce parzialmente a risollevarsi grazie all’enorme e innegabile merito di restituire finalmente centralità a Una Chin-Riley. Il personaggio, per quanto sia il secondo in comando dell’Enterprise, è stato colpevolmente marginalizzato in troppe occasioni e relegato a comparsata, mentre qui ha modo di brillare per carisma, sangue freddo e inequivocabile presenza scenica.
La dinamica di spionaggio e guerriglia urbana che si innesca contro l’occupazione spietata dei Klingon (guidati per l’occasione da una versione giovanile del celebre comandante Kor) – a dispetto delle sue premesse eccessivamente fortuite – possiede un ritmo compassato ma teso. I protagonisti sono costretti a muoversi con circospezione tra i vicoli controllati dai regnanti e a tessere alleanze pericolose nell’ombra, come nella migliore tradizione delle spy stories.
Questa parte dimostra che, quando gli autori decidono di mettere da parte le gag autoreferenziali per costruire un intreccio un minimo più curato, esiste fortunatamente uno scheletro narrativo dignitoso, capace di intrattenere e di offrire ai protagonisti lo spazio necessario per respirare e interagire senza l’ansia costante della battuta a effetto o della citazione buttata lì per puro fanservice.
INTANTO A BORDO…
A rompere parzialmente questo fragile equilibrio complessivo ci pensa però la solita, evitabile e stancante parentesi allestita a bordo dell’Enterprise, dove gli sceneggiatori sembrano incapaci di imbastire conflitti interni che non passino attraverso la paranoia o l’insabbiamento istituzionale di stampo corporativo.
Assistiamo così all’ennesima indagine ossessiva e difensiva di La’an nei confronti dell’operato altrui, culminata nella scoperta (“telefonatissima”) che Christine Chapel ha manomesso i registri di una sonda per coprire l’ennesimo sconfinamento non autorizzato in territorio ostile pur di salvare vite umane. Si tratta di una dinamica ormai vecchia e stanca, che ripropone la fastidiosa e reiterata consuetudine delle coperture corporative tra ufficiali di alto rango della Flotta Stellare, i quali passano metà del loro tempo a nascondere i crimini o le insubordinazioni dei propri compagni di squadra.
Tale schema narrativo appesantisce inutilmente il minutaggio complessivo e conferma una preoccupante povertà d’idee quando la macchina da presa abbandona la squadra di sbarco sul pianeta per fare ritorno nei corridoi asettici della nave madre, dove i personaggi sembrano intrappolati in un eterno loop di drammi personali già visti e ampiamente digeriti nelle stagioni precedenti.
THUMBS UP 👍
- Un’atmosfera noir esteticamente affascinante e curata…
- La nuova centralità data a Una e la prova recitativa di Rebecca Romijn
- Un buon recupero delle dinamiche di resistenza e spionaggio politico nella seconda metà dell’episodio.
THUMBS DOWN 👎
- … ma giustificata in maniera pigra e forzata
- Un cumulo francamente indigesto di coincidenze narrative, a partire dalla macroscopica e abusata trovata della sosia perfetta
- La solita, noiosa e telefonata sottotrama di cospirazione e insabbiamenti medico-militari a bordo dell’Enterprise







