
Sharon Horgan costruisce una protagonista imperfetta, sessualmente frustrata e irresistibilmente tragicomica, anche se il pilot deve ancora chiarire quale sarà la vera direzione della serie.
Ci sono personaggi che chiedono allo spettatore di essere amati fin dal primo minuto e altri che, più semplicemente, se ne fregano. Alex, il character di Sharon Horgan, appartiene decisamente alla seconda categoria. Ed è probabilmente proprio qui che Youth trova immediatamente la propria identità: nella capacità di Sharon Horgan di costruire una protagonista imperfetta, disperata, sessualmente frustrata e abbastanza consapevole di esserlo da trasformare ogni piccola umiliazione in materiale da commedia.
“Lockjaw”, primo episodio della nuova serie HBO Max creata, scritta, interpretata e prodotta dalla stessa Horgan, non è necessariamente un pilot capace di conquistare chiunque al primo colpo. Serve un minimo di tempo per entrare in sintonia con Alex e con il suo modo di affrontare la vita. Ma una volta trovata quella frequenza, Youth comincia a funzionare molto bene come dramedy, soprattutto quando decide di non addolcire nulla.
UNA CINQUANTENNE CHE DEVE RICOMINCIARE DA CAPO
Alex è divorziata, non fa sesso da quattro anni e si trova davanti a uno dei passaggi più delicati per un genitore: il figlio Ruari sta per lasciare il nido domestico e andare all’università (almeno in teoria). È quindi arrivato il momento di tornare a occuparsi di se stessa, soprattutto da un punto di vista sentimentale e sessuale.
Detta così potrebbe sembrare l’ennesima storia sulla riscoperta personale nella mezza età, ma la scrittura di Sharon Horgan evita fortunatamente qualsiasi patina edificante. Alex non sta affrontando una rinascita ordinata e rassicurante ma sta cercando di rimettere insieme i pezzi mentre quasi tutto continua ad andare leggermente storto.
In questo senso è difficile non pensare, con tutte le dovute differenze, a una sorta di Californication britannico e al femminile. Alex e Hank Moody condividono una vita sentimentale tutt’altro che risolta, un divorzio alle spalle, un rapporto complicato con la genitorialità e soprattutto la capacità di trasformare il sesso in qualcosa di contemporaneamente liberatorio, imbarazzante e tragicomico.
Ovviamente i livelli di eccesso sono molto diversi. Hank Moody debuttava con fantasie sessuali decisamente più surreali; Alex deve invece fare i conti con una mandibola dolorante durante un appuntamento al buio e con una serie di conversazioni che raccontano il sesso in maniera tanto esplicita quanto poco glamour.
Ed è proprio questa sincerità volutamente scurrile a rappresentare uno dei punti di forza di “Lockjaw”. Youth parla del desiderio femminile dopo i cinquant’anni senza trasformarlo né in un tabù, né in una dichiarazione programmatica. Semplicemente esiste, con tutta la sua componente ridicola, scomoda e umana.
Che Sharon Horgan sappia gestire personaggi difficili non è certo una sorpresa. La sua capacità di costruire figure femminili stratificate la si era vista per esempio in “Danielle” di Criminal: UK, ma Alex sembra essere un personaggio ancora più vicino alla particolare sensibilità tragicomica dell’attrice e sceneggiatrice.
Horgan non cerca quasi mai la battuta in maniera artificiale. Il divertimento nasce soprattutto dall’umiliazione, dall’inadeguatezza e da quella sensazione molto adulta di rendersi conto che la propria vita è profondamente diversa da come la si era immaginata.
A rendere tutto più piacevole contribuisce anche Londra. Può sembrare un dettaglio secondario e, a livello narrativo, effettivamente lo è. Ma vedere una dramedy HBO di questo tipo muoversi lontano dalle solite Los Angeles e New York offre a Youth un’atmosfera differente e perfettamente coerente con la protagonista.
DAMIAN LEWIS, RUPERT FRIEND E UNA PICCOLA REUNION DI HOMELAND
Il lavoro di Alex nel mondo dell’editoria permette inoltre al pilot di giocare fin dall’inizio con un cameo particolarmente riuscito: Damian Lewis interpreta una versione di se stesso intenzionata a scrivere un libro. Una comparsa volutamente assurda, ma abbastanza plausibile da risultare ancora più divertente.
La coincidenza diventa ancora più curiosa considerando la presenza nel cast di Rupert Friend, indimenticato Peter Quinn di Homeland, qui nei panni di Patrick, presenza sentimentale nella vita di Alex. Chi vuole recuperare un altro ruolo completamente diverso dell’attore può ritrovarlo anche nella nostra recensione di Anatomy Of A Scandal.
Lewis e Friend non hanno bisogno di condividere lo schermo perché la strana reunion funzioni: basta riconoscerli nello stesso episodio, impegnati in ruoli lontanissimi da quelli che li hanno resi celebri.
MADRE E FIGLIO
Accanto alla componente sentimentale, l’altro asse fondamentale del pilot è il rapporto tra Alex e Ruari. Il ragazzo si comporta spesso in maniera difficile da giustificare, ma proprio attraverso questa irritabilità emerge una relazione madre-figlio credibile.
Ruari pretende indipendenza, respinge le attenzioni materne e contemporaneamente continua ad averne bisogno. È quel classico territorio adolescenziale in cui un abbraccio può essere accettato a patto che, cinque secondi dopo, il genitore torni immediatamente a farsi gli affari propri.
La serie sembra voler utilizzare la sua imminente uscita di casa come detonatore per il cambiamento di Alex. Il problema, almeno dopo questa prima puntata, è capire esattamente quale cambiamento voglia raccontare.
IL PROBLEMA È CAPIRE DOVE VUOLE ANDARE YOUTH
Ed è qui che “Lockjaw” perde qualcosa. I personaggi funzionano, Sharon Horgan è estremamente a suo agio, il tono è riconoscibile e diversi momenti comici vanno a segno. Quello che manca è invece un vero filo narrativo capace di indicare chiaramente quale sarà il motore delle otto puntate.
Probabilmente è una scelta intenzionale. Youth sembra voler concedere alla propria protagonista il tempo necessario per definirsi, mostrando una donna in una fase di transizione prima ancora di stabilire dove quella transizione la porterà.
Come costruzione del personaggio può funzionare. Come pilot lascia però un piccolo punto interrogativo.
La sensazione è quindi quella di trovarsi davanti a una buona serie che deve ancora spiegare esattamente quale serie voglia essere. Non abbastanza per penalizzare seriamente “Lockjaw”, ma abbastanza per impedirgli di raggiungere immediatamente il gradino più alto.
Youth parte bene grazie soprattutto alla scrittura e all’interpretazione di Sharon Horgan, capace di rendere Alex una protagonista tragicomica, esplicita e piacevolmente imperfetta. Funzionano la schiettezza con cui viene affrontata la sessualità femminile, il rapporto con il figlio e persino piccoli elementi apparentemente accessori come l’ambientazione londinese e il cameo di Damian Lewis.
Rimane però da capire quale sia la reale direzione creativa della serie. “Lockjaw” introduce bene Alex, ma molto meno chiaramente il viaggio che dovrà affrontare nei prossimi sette episodi.
Un pilot riuscito, quindi, ma ancora in cerca della propria rotta.
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