PrimetimeTEMPO DI LETTURA 9 min

01/10/2026
Primetime
Recensione FilmPrimetime Primetime Cinema Venezia 83 · CONCORSO

Robert Pattinson è un eccellente Chris Hansen in un film pieno di idee su televisione, giustizia e spettacolarizzazione, ma incapace di portare fino in fondo molte delle proprie intuizioni.

Sinossi

Nel 2006 Chris Hansen è il volto di To Catch a Predator, il controverso format di Dateline NBC che utilizza esche maggiorenni per attirare uomini intenzionati a incontrare sessualmente dei minori e confrontarli davanti alle telecamere. Mentre il programma diventa un fenomeno televisivo, Hansen, la produttrice Andie Bender e il giovane “Decoy Dan” si ritrovano sempre più immersi in una zona grigia dove giustizia, ambizione e spettacolo diventano difficili da separare.

Ormai basta vedere il logo A24 in un trailer per generare automaticamente una certa dose di hype. Un’associazione comprensibile, visto che il marchio negli anni è diventato sinonimo di prodotti tendenzialmente più sperimentali, strani e meno allineati al cinema mainstream. Ma vale sempre la pena distinguere una cosa: produrre e distribuire un film non sono la stessa cosa. Nel caso di Primetime A24 è effettivamente tra le società di produzione e cura anche la distribuzione americana, mentre in Italia il film arriva con I Wonder Pictures.
È una precisazione importante perché tutta la campagna promozionale di Primetime sfrutta perfettamente quell’immaginario: Robert Pattinson con lo sguardo inquietante, luci sporche, televisione dei primi anni Duemila, pedofili adescati online e una generale sensazione di non sapere esattamente che tipo di film si stia per andare a vedere.
Ed è proprio qui che nasce contemporaneamente uno degli elementi più interessanti e uno dei problemi principali dell’opera di Lance Oppenheim. Per il pubblico americano To Catch a Predator è praticamente un pezzo di cultura pop. Per quello italiano e, più in generale, per gran parte del pubblico internazionale, decisamente meno. E Primetime dà troppo spesso per scontato che lo spettatore conosca già il fenomeno che sta raccontando.

PRIMETIME, A24 E IL FENOMENO TO CATCH A PREDATOR


To Catch a Predator è andato in onda all’interno di Dateline NBC tra il 2004 e il 2007, diventando uno dei fenomeni televisivi più riconoscibili di quegli anni negli Stati Uniti. Il meccanismo era tanto semplice quanto controverso: membri dell’organizzazione Perverted Justice entravano online fingendosi minorenni, conversavano con uomini adulti e li invitavano successivamente in una casa dove ad accoglierli c’era inizialmente un decoy, cioè un’esca maggiorenne che interpretava il ragazzo o la ragazza della chat.
Poco dopo appariva Chris Hansen. Senza nemmeno presentarsi, il giornalista iniziava a confrontare l’uomo con le conversazioni avute online e con le sue intenzioni, trasformando progressivamente l’incontro in una specie di processo televisivo prima dell’intervento della polizia.
Per essere precisi, non si parlava necessariamente di pedofili in senso clinico ma di predatori sessuali intenzionati ad avere rapporti con minorenni. Una distinzione che Hansen stesso ha sempre considerato importante.
Il programma raggiunse una notorietà tale da trasformare il conduttore in una celebrità e le sue frasi in veri e propri meme. Ma Primetime arriva anche da un’altra epoca della televisione: quella in cui il nome stesso del film aveva ancora un peso molto diverso. La prima serata significava milioni di persone sedute nello stesso momento davanti allo stesso programma. Una televisione d’appuntamento che negli ultimi vent’anni Netflix, YouTube, streaming e social network hanno completamente frammentato.
Il film cerca di raccontare proprio il momento in cui un’inchiesta giornalistica diventa spettacolo, lo spettacolo diventa successo e il successo comincia inevitabilmente a condizionare l’inchiesta. Non conta più soltanto catturare un predatore. Bisogna realizzare una puntata che faccia ascolti.
Ed è qui che il titolo Primetime assume davvero senso.

TRE PUNTI DI VISTA, TROPPE STORIE LASCIATE A METÀ


L’intuizione migliore della sceneggiatura di Ajon Singh è quella di non raccontare tutto soltanto attraverso Chris Hansen. Il film costruisce infatti tre prospettive differenti attorno allo stesso prodotto televisivo.
Da una parte c’è Hansen, interpretato da Robert Pattinson. Per lui To Catch a Predator è certamente carriera e ambizione, ma è anche una missione morale: quei predatori devono essere smascherati perché rappresentano una minaccia reale. In uno dei confronti più interessanti del film, Hansen ricorda alla produttrice Andie Bender che lei non ha figli e quindi non può comprendere fino in fondo il motivo per cui lui senta quella battaglia come personale.
Dall’altra c’è proprio Andie Bender, interpretata da Merritt Wever. È la prospettiva industriale: la televisione deve funzionare, produrre pubblico, mantenere il programma competitivo e trasformare quello che accade davanti alle telecamere in un prodotto appetibile per la prima serata.
Infine c’è Dan Plumb, il “Decoy Dan” interpretato da Skyler Gisondo, già Jimmy Olsen nel Superman di James Gunn. Dan vede inizialmente il programma soprattutto come un lavoro e una potenziale occasione per entrare nel mondo dello spettacolo. Fa l’attore, vuole Hollywood e si ritrova improvvisamente dentro uno dei programmi più discussi della televisione americana.
È un’ottima struttura sulla carta, perché permette di mettere in conflitto giustizia, spettacolo e ambizione personale. Il problema è che Primetime apre continuamente percorsi che poi abbandona.
La famiglia di Hansen viene introdotta e apparentemente caricata di un’importanza narrativa che poi scompare quasi completamente per riemergere brevemente nel finale senza una vera conclusione. Lo stesso accade con Dan: il film costruisce per gran parte della durata un giovane affamato di successo e desideroso di sfruttare l’occasione professionale, per poi affidargli verso la fine una presa di posizione morale che sembra arrivare da una versione del personaggio mai veramente mostrata fino a quel momento.
Persino la rivalità iniziale tra Hansen e un altro volto NBC sembra promettere una riflessione sulla competizione interna al network, salvo poi evaporare.
Ed è questo uno dei problemi più evidenti del film: molte scene sembrano introdurre qualcosa che dovrebbe avere conseguenze, ma quelle conseguenze non arrivano mai. Dopo 110 minuti rimane quindi la sensazione che diverse sequenze avrebbero potuto tranquillamente essere eliminate oppure, al contrario, sviluppate molto di più.

ROBERT PATTINSON FUNZIONA, PRIMETIME UN PO’ MENO


Su Robert Pattinson, invece, c’è veramente poco da discutere. Basta recuperare su YouTube qualche segmento originale di To Catch a Predator, ascoltare Chris Hansen parlare, osservare le sue pause e quella particolare sicurezza nel modo di formulare le domande e poi guardare Pattinson ricostruire quella presenza. Il lavoro è notevole.
Dopo Mickey 17, l’attore conferma ancora una volta quanto poco gli interessi ripetersi. Il suo Hansen è controllato e carismatico davanti alle telecamere, molto più fragile e ossessivo quando queste si spengono. Ed è proprio questa ambiguità a sostenere buona parte del film.
Interessante è anche il lavoro visivo di Lance Oppenheim e del direttore della fotografia David Bolen. L’immagine sporca, granulosa e spesso quasi quadrata ricostruisce bene la televisione dei primi anni Duemila. Tecnicamente il film utilizza principalmente una Alexa 35 spinta ad altissima sensibilità e un passaggio su pellicola 16 mm per aumentare la grana, alternando questo materiale a vecchie telecamere broadcast utilizzate soprattutto nei momenti più soggettivi.
Ed è proprio lì che la scelta divide maggiormente. Le sequenze che imitano il linguaggio documentaristico e televisivo funzionano molto bene; molto meno convincenti sono alcuni improvvisi momenti estremamente stilizzati, illuminati di rosso, blu o con colori volutamente innaturali. Si comprende perfettamente il desiderio di entrare nella psicologia dei personaggi, ma il contrasto con l’estetica pseudo-documentaristica del resto dell’opera non sempre appare armonico.
Il problema più grande rimane comunque quello del contesto. Primetime funziona molto meglio se si arriva in sala conoscendo To Catch a Predator. Se si sono già viste le puntate, se si conosce Chris Hansen, se si conoscono i meccanismi delle case-trappola e l’enorme peso culturale avuto dal programma, tantissime scelte assumono immediatamente un significato diverso.
Un film, però, dovrebbe riuscire a funzionare anche senza compiti a casa.
Per uno spettatore italiano che entra al cinema semplicemente attirato da Robert Pattinson e dal logo A24, una parte importante del sottotesto rischia di rimanere superficiale. Oppenheim racconta un pezzo della cultura televisiva americana come se il pubblico mondiale avesse vissuto quella stessa esperienza, quando non è così.
Questo limite diventa ancora più evidente considerando quanto sia interessante il materiale originale. Primetime è liberamente ispirato all’articolo di Luke Dittrich Tonight on Dateline This Man Will Die, pubblicato da Esquire nel 2007 e dedicato soprattutto alla controversa operazione che segnò una svolta fondamentale nella storia del programma.
Ed è proprio qui che emergono tutte le zone grigie di To Catch a Predator. Davanti alla televisione lo spettatore vedeva uomini apparentemente colti sul fatto, confrontati con le proprie conversazioni e successivamente arrestati. Ma la colpevolezza televisiva e quella giudiziaria non sono necessariamente la stessa cosa. Un’analisi indipendente citata successivamente dal Columbia Journal of Gender and Law, basata sui numeri messi a disposizione da Perverted Justice, stimava che circa il 47% dei “busts” dello show avesse portato a una condanna, con percentuali enormemente differenti a seconda dell’operazione.
Questo non trasforma improvvisamente i soggetti mostrati dal programma in innocenti e non cancella le conversazioni avute con quelli che credevano essere dei minorenni. Ma evidenzia perfettamente il problema etico sul quale Primetime avrebbe potuto insistere ancora di più: cosa succede quando la televisione emette la propria sentenza prima ancora della giustizia?
A rendere la questione ancora più delicata c’è poi il rapporto del film con le persone reali che racconta. Chris Hansen non è stato coinvolto nella realizzazione di Primetime e ha criticato apertamente il modo in cui il film ricostruisce la sua persona e il lavoro della troupe. È perfettamente legittimo che un film non debba ricevere l’approvazione del proprio soggetto, soprattutto quando vuole analizzarlo criticamente, ma considerando l’intento quasi documentaristico di Oppenheim, l’assenza delle persone che hanno realmente vissuto quella storia pesa.
Ed è probabilmente la definizione migliore di tutto Primetime: un film pieno di idee valide, di domande interessanti e di intuizioni visive, ma che troppo spesso preferisce aprire un’altra porta anziché chiudere quella precedente.
L’interpretazione di Pattinson, le tre prospettive e il conflitto tra giustizia e spettacolo permettono al film di raggiungere tranquillamente la sufficienza. Ma con un materiale del genere, e con la possibilità di raccontare uno dei fenomeni più controversi e particolari della televisione americana degli anni Duemila, era lecito aspettarsi qualcosa di molto più compatto, universale e soprattutto compiuto.

Scheda film
Titolo originalePrimetime
RegiaLance Oppenheim
SceneggiaturaAjon Singh
InterpretiRobert Pattinson, Merritt Wever, Skyler Gisondo, Phoebe Bridgers, Matthew Maher, Bokeem Woodbine, Anna Faris
ProduzioneA24, Range Media Partners, Icki Aneo Arlo, Square Peg Films
Distribuzione ItaliaI Wonder Pictures
Durata110 minuti
OrigineStati Uniti, 2026
Festival83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Concorso
Data di uscita15 ottobre 2026 (Italia)
Il giudizio di Recenserie

SAVE THEM ALL

Primetime ha tra le mani un materiale enorme e trova tre prospettive interessanti per raccontare il confine sempre più sottile tra giustizia, giornalismo e spettacolo. Robert Pattinson è eccellente nei panni di Chris Hansen e Lance Oppenheim costruisce un’identità visiva molto precisa, ma la sceneggiatura apre troppe linee narrative senza portarle davvero a conclusione e dà per scontato un contesto televisivo che fuori dagli Stati Uniti non è affatto così conosciuto. Un film interessante e sufficientemente riuscito, ma con un potenziale decisamente superiore al risultato finale.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL

Federico Salata è il fondatore di Recenserie e autore di recensioni, news e approfondimenti dedicati a serie TV e film. Su Recenserie si occupa di critica televisiva e cinematografica, contenuti podcast e coverage di festival ed eventi del settore. Firma articoli editoriali su serialità, cinema, piattaforme streaming e principali uscite dell’intrattenimento.

Voce fondatrice del progetto, segue da vicino l’evoluzione del panorama televisivo e cinematografico con un taglio editoriale che unisce analisi, attualità e riconoscibilità stilistica.

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