VisionQuest 1×07 – ImmolationTEMPO DI LETTURA 9 min

VisionQuest 1x07 Immolation: Visione alla ricerca delle proprie origini
Recensione Serie TVVisionQuest Stagione 1 Episodio 7 Immolation Disney+

Phineas Horton e Jim Hammond aprono nuovi interrogativi sulle origini di Visione. Un episodio ambizioso, ma appesantito dal ritmo e da alcuni personaggi ancora troppo passivi.

Con “Immolation”, settimo e penultimo episodio di VisionQuest, la serie Marvel raggiunge uno dei momenti più ambiziosi della stagione, ma anche uno dei più difficili da seguire. Terry Matalas continua ad approfondire la questione dell’identità di Visione, trasportando ancora una volta lo spettatore all’interno della mente del protagonista, in un luogo nel quale ricordi, intelligenze artificiali e programmazione finiscono inevitabilmente per sovrapporsi.
Si tratta di una soluzione narrativa già ampiamente utilizzata nel corso della stagione e che continua a rappresentare uno degli elementi più riusciti dello show. Questa volta, però, la complessità aumenta ulteriormente: vengono introdotti nuovi collegamenti con il passato del Marvel Cinematic Universe, recuperati personaggi provenienti dai fumetti e aggiunti ulteriori interrogativi a una storia che aveva già parecchie questioni da risolvere.
Il risultato è una puntata impegnativa, molto densa e che sembra durare decisamente più del necessario, pur riuscendo a offrire momenti particolarmente riusciti dal punto di vista della regia e della costruzione della mitologia Marvel.
Il suo merito principale, comunque, è quello di mettere nuovamente in discussione le vere origini di Visione, collegandole a Phineas Horton e alla prima Torcia Umana. Un recupero affascinante, capace di dare ulteriore profondità al protagonista, anche se non tutte le soluzioni narrative utilizzate per arrivarci risultano altrettanto convincenti.

PHINEAS HORTON E JIM HAMMOND: LE ORIGINI DI VISIONE


Una delle rivelazioni più interessanti di “Immolation” arriva attraverso un flashback ambientato nel 1939, nel quale viene introdotto Phineas T. Horton, scienziato che gli appassionati dei fumetti Marvel conoscono come il creatore della prima Torcia Umana.
Non si tratta naturalmente di Johnny Storm dei Fantastici Quattro, ma di Jim Hammond, un androide apparso per la prima volta in Marvel Comics n. 1 del 1939, uno dei personaggi più antichi della casa editrice. Hammond diventerà successivamente un supereroe e combatterà durante la Seconda guerra mondiale insieme agli Invaders, formazione che comprende(va) anche Capitan America e Namor.
Un personaggio dunque abbastanza fondamentale nella storia editoriale Marvel, ma rimasto sostanzialmente inesplorato nel MCU, fatta eccezione per un riferimento visivo in Captain America: Il Primo Vendicatore.
Il vero colpo di scena, però, non riguarda soltanto la sua introduzione ma la sua rappresentazione fisica visto che Phineas Horton viene interpretato da Paul Bettany. Una scelta che solleva immediatamente una domanda: perché il creatore della prima Torcia Umana dovrebbe avere le stesse sembianze del protagonista della serie?
È qui che “Immolation” comincia a diventare particolarmente interessante perché lascia intuire un possibile collegamento tra le tecnologie sviluppate da Horton e il codice che costituisce l’identità di Visione. La cosa assume un significato ancora maggiore quando Visione incontra anche Jim Hammond (nella foto recap), interpretato a sua volta da Bettany. La scena in cui si confrontano Horton, Hammond e Visione, tre personaggi accomunati dallo stesso volto, rappresenta uno dei momenti migliori della puntata (e probabilmente anche una delle scene che hanno divertito di più un ottimo Paul Bettany).
Non soltanto perché permette all’attore di confrontarsi con tre caratterizzazioni differenti, ma soprattutto perché il legame tra Horton, Hammond e Visione permette di comprendere appieno la natura del protagonista.
Nei fumetti, infatti, esiste già una connessione tra Visione e la prima Torcia Umana. Per molto tempo le storie Marvel hanno sostenuto che Ultron avesse utilizzato il corpo dell’androide originale per creare Visione, prima che successive reinterpretazioni complicassero ulteriormente questa continuità.
La serie sembra quindi voler recuperare questo elemento, reinterpretandolo all’interno di un universo cinematografico in cui la creazione di Visione era stata ricondotta soprattutto a Ultron, Tony Stark, Bruce Banner e alla Gemma della Mente.
È una scelta che funziona perché non si limita a inserire un riferimento per gli appassionati dato che le nuove informazioni danno molta più profondità all’identità del protagonista che continua a sostenere di non essere lo stesso Visione conosciuto negli Avengers e di non possedere le sue emozioni.
Il problema non è più soltanto capire chi sia Visione oggi, ma anche comprendere da dove provengano realmente la sua coscienza, la sua programmazione e quella parte di sé che continua a cercare risposte. Una questione che si collega direttamente al paradosso della nave di Teseo affrontato in “Theseus”, sviluppandone ulteriormente le conseguenze.
Tutto questo rende il percorso di Visione più affascinante e contribuisce ad aumentare la curiosità in vista del finale.

L’UOMO IN NERO E UNA QUEST TROPPO COSTRUITA


L’altro grande elemento della puntata è rappresentato dal misterioso uomo vestito di nero che qui assume un ruolo più importante.
La figura compare sia a Visione sia a Jocasta e Ultron, presentandosi con delle pergamene che sembrano contenere indicazioni sul percorso da affrontare. I personaggi vengono quindi spinti a ricercare ulteriori risposte all’interno del proprio codice, cosa che è un espediente narrativo coerente con quanto raccontato finora da VisionQuest. La mente di Visione continua infatti a essere rappresentata come uno spazio autonomo, nel quale le diverse intelligenze artificiali possono confrontarsi, agire e intraprendere percorsi di consapevolezza differenti.
Il problema è che questa volta la ricerca delle risposte appare troppo simile a una successione di prove da superare per sbloccare il livello successivo. Un meccanismo che appartiene a una tradizione narrativa ampiamente conosciuta e che, proprio per questo, finisce per rendere alcune situazioni più prevedibili di quanto dovrebbero essere.
La sensazione è che una storia così complessa avrebbe potuto svilupparsi in maniera più organica, lasciando emergere le rivelazioni direttamente dai rapporti tra i personaggi e dalle loro decisioni, anziché attraverso una figura misteriosa incaricata di indicare continuamente la strada.
A rendere tutto ancora più intrigante è la rivelazione finale, quando emerge una figura con le sembianze di Ultron. Un collegamento che, almeno per il momento, rimane tutto da spiegare, perché non è ancora chiaro se si tratti effettivamente dello stesso Ultron conosciuto finora oppure di un’altra manifestazione legata alla sua identità.
La serie preferisce lasciare aperta questa domanda in vista della conclusione, una scelta comprensibile che però rischia di appesantire ulteriormente una storia già particolarmente ricca di misteri.
Anche perché il punto centrale rimane sempre lo stesso: Visione continua a negare di possedere i sentimenti della propria versione precedente e, di conseguenza, di poter amare Tommy Shepherd come un figlio. La ricerca delle sue origini dovrebbe aiutarlo a comprendere se questa convinzione sia davvero corretta.
La contraddizione è affascinante e Matalas dimostra ancora una volta di avere una chiara direzione tematica per la serie. Rimane però il dubbio che il percorso scelto per svilupparla sia talvolta fin troppo artificioso.

UN EPISODIO LUNGO, CON TROPPI PERSONAGGI PASSIVI


Se le rivelazioni sulle origini di Visione rappresentano il lato migliore di “Immolation”, il limite principale è invece il ritmo. Si tratta di una puntata che richiede molta attenzione, soprattutto per la quantità di informazioni introdotte e per la natura delle riflessioni che vengono affrontate.
La durata si sente, al punto che l’episodio sembra quasi estendersi per un’ora e mezza. Non mancano sequenze ben dirette e momenti particolarmente riusciti dal punto di vista visivo, ma diversi passaggi risultano più lenti del necessario e rendono la visione meno scorrevole di quanto ci si potrebbe aspettare.
Il problema non è necessariamente la complessità, che anzi rappresenta uno dei maggiori punti di forza di VisionQuest. Il problema nasce quando il racconto non riesce a trovare il giusto equilibrio tra la necessità di approfondire determinati concetti e quella di mantenere una progressione narrativa coinvolgente. A risentirne sono soprattutto i personaggi secondari, a cominciare da Tommy Shepherd. Dopo essere stato introdotto come una figura potenzialmente fondamentale per il futuro dell’universo Marvel, il ragazzo continua a svolgere un ruolo troppo marginale nello sviluppo degli eventi.
Il confronto con Billy Maximoff in Agatha All Along diventa inevitabile. Billy era un protagonista attivo, coinvolto direttamente nelle decisioni e nelle conseguenze della storia. Tommy invece si limita ad accompagnare Visione, senza incidere realmente sulla direzione della trama. Scelta davvero poco convincente, soprattutto considerando che il personaggio possiede poteri che potrebbero essere utilizzati per renderlo molto più partecipe. Naturalmente VisionQuest è una serie dedicata a Visione, ma questo non significa che Tommy debba necessariamente rimanere una presenza passiva.
Anche Lisa Molinari continua a essere poco valorizzata (e va bene così visto che l’attrice non convince affatto). Il suo rapporto con Tommy potrebbe rappresentare un interessante contrappunto umano alle riflessioni sull’identità e sui legami familiari, ma il character non ha trovato una funzione narrativa degna di nota e/o in qualsiasi modo rilevante per lo spettatore.
Non convince completamente nemmeno Paladin, che continua a oscillare tra il ruolo di antagonista e quello di possibile alleato. Un’ambiguità morale che potrebbe anche funzionare, ma che in questo caso sembra dipendere da cambiamenti di comportamento non sempre sviluppati con la necessaria chiarezza.
Sono tutti elementi che finiscono per indebolire una puntata dalle ambizioni notevoli. La serie dimostra di conoscere molto bene la mitologia Marvel e di voler costruire qualcosa di diverso rispetto al tradizionale racconto supereroistico, ma sembra talvolta dimenticarsi che la complessità non deve necessariamente tradursi in una narrazione più macchinosa.
Eppure sarebbe ingeneroso non riconoscere il lavoro svolto da un ottimo Terry Matalas che, finora, è riuscito a costruire una storia difficile da realizzare, recuperando elementi relativamente poco conosciuti dei fumetti e utilizzandoli per approfondire uno degli Avengers più particolari del MCU.
Il risultato è un episodio ambizioso e affascinante, ma non sempre altrettanto efficace nella gestione del ritmo e dei personaggi. Le rivelazioni su Horton e Hammond, insieme al mistero legato a Ultron, sono sufficienti per mantenere alta la curiosità verso la conclusione, ma diverse scelte narrative avrebbero meritato maggiore attenzione.

THUMBS UP 👍

  • Le rivelazioni su Phineas Horton e Jim Hammond
  • Paul Bettany nei tre ruoli e l'approfondimento delle origini di Visione
  • La rappresentazione della mente di Visione e il mistero legato a Ultron
  • L'ambizione narrativa e il recupero della mitologia Marvel

THUMBS DOWN 👎

  • Durata percepita eccessiva e ritmo poco scorrevole
  • Tommy e Lisa ancora troppo passivi e poco sviluppati
  • Paladin continua a oscillare tra antagonista e alleato
  • La ricerca delle risposte attraverso prove guidate appare troppo costruita

Il giudizio di Recenserie

THANK THEM ALL

Immolation è uno degli episodi più ambiziosi e complessi di VisionQuest. Le rivelazioni su Phineas Horton, Jim Hammond e le possibili origini di Visione ampliano la mitologia del MCU, mentre il mistero legato a Ultron mantiene alta la curiosità. La durata percepita eccessiva, la passività di Tommy e alcune soluzioni narrative troppo convenzionali impediscono però alla puntata di raggiungere il BLESS. Un THANK meritato per un lavoro difficile, realizzato con buone intuizioni ma non senza difetti.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL

 

 

Federico Salata è il fondatore di Recenserie e autore di recensioni, news e approfondimenti dedicati a serie TV e film. Su Recenserie si occupa di critica televisiva e cinematografica, contenuti podcast e coverage di festival ed eventi del settore. Firma articoli editoriali su serialità, cinema, piattaforme streaming e principali uscite dell’intrattenimento.

Voce fondatrice del progetto, segue da vicino l’evoluzione del panorama televisivo e cinematografico con un taglio editoriale che unisce analisi, attualità e riconoscibilità stilistica.

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