Euphoria 3×06 – Stand Still And SeeTEMPO DI LETTURA 7 min

Euphoria intercetta il vuoto esistenziale di una generazione cresciuta senza reali prospettive di stabilità e trasforma Rue in una figura sospesa tra colpa, fede e desiderio di redenzione.
Recensione Serie TVEuphoria Stagione 3 Episodio 6 Stand Still And See HBO

Il sesto episodio della terza stagione di Euphoria segna probabilmente il punto di svolta più importante dell’intera annata, riuscendo finalmente a dare uno straccio di direzione narrativa a una stagione finora dispersiva, frammentata e incapace di bilanciare il proprio impianto estetico con una reale profondità emotiva. “Stand Still And See” abbandona almeno in parte l’autocompiacimento visivo che ha caratterizzato gli episodi precedenti e sceglie di concentrarsi sul conflitto interiore di Rue, trasformando il suo viaggio spirituale nel vero motore dell’episodio.
La religione non è mai stata assente dall’universo creato da Sam Levinson, ma qui assume una centralità quasi ossessiva, caricando ogni scena di simbolismi biblici estremamente espliciti. Il titolo stesso dell’episodio richiama l’Esodo, mentre la visione finale dell’albero in fiamme costruisce un parallelismo inevitabile con il roveto ardente di Mosè. Una scelta tutt’altro che sottile, coerente però con la scrittura di Levinson, da sempre incline a enfatizzare i propri riferimenti fino a renderli quasi didascalici.
Eppure, nonostante la pesantezza simbolica, l’episodio riesce almeno in parte a trovare una propria forza emotiva perché tutto converge sulla disperata necessità di Rue di sentirsi perdonata. Dopo tre stagioni trascorse a distruggere sé stessa e chiunque le orbitasse attorno, il personaggio interpretato da Zendaya sembra finalmente arrivato al punto di rottura definitivo. Non cerca più soltanto una via di fuga dalle dipendenze o dai debiti accumulati, ma qualcosa di molto più semplice e irraggiungibile: una vita normale.

“CHE I PIAGNISTEI VADANO IN CHIESA”


La scena nella chiesa rappresenta senza dubbio il momento più intenso dell’episodio. La telefonata con Leslie permette finalmente alla serie di ricordare uno degli elementi più forti delle prime due stagioni: il rapporto devastato tra madre e figlia. La regia insiste sulle vetrate illuminate, sui silenzi, sui primi piani trattenuti, ma è soprattutto l’interpretazione di Zendaya a dare autenticità alla sequenza.
L’attrice evita qualsiasi eccesso melodrammatico e costruisce il dolore di Rue attraverso piccole incrinature emotive, lasciando emergere tutta la stanchezza di un personaggio ormai consumato dai propri errori. Quando Rue ammette di non voler restare intrappolata nelle proprie colpe e implora implicitamente una possibilità di ricominciare, Euphoria torna finalmente a essere il dramma umano che aveva conquistato il pubblico nelle prime stagioni.
È significativo che la redenzione di Rue passi ancora una volta attraverso Jules, anche se il loro confronto si trasforma rapidamente nell’ennesima esplosione tossica. La serie continua a sottolineare come Rue utilizzi l’amore come sostituto della dipendenza, caricando Jules di aspettative impossibili da sostenere. La reazione di Jules, culminata nello schiaffo che interrompe brutalmente la conversazione, rappresenta uno dei pochi momenti in cui il personaggio riesce davvero a liberarsi dal ruolo estremamente passivo assegnatole dalla stagione.

IL TRAUMA CHE ALIMENTA LA MISOGINIA


L’episodio dedica moltissimo spazio anche ad Alamo, personaggio che continua a occupare una porzione enorme della stagione, spesso a discapito del nucleo originale della serie. Tuttavia, il lungo flashback iniziale riesce almeno a contestualizzare la sua ossessione per il controllo e la manipolazione femminile.
La presenza di Danielle Deadwyler dona complessità a una figura che avrebbe potuto facilmente risultare caricaturale, e la figura della madre non viene presentata soltanto come una truffatrice opportunista, ma come una donna intrappolata in un sistema in cui il corpo e la seduzione diventano strumenti di sopravvivenza economica. Il trauma infantile di Alamo nasce proprio da qui, dalla convinzione che ogni rapporto umano sia inevitabilmente una forma di inganno.
La narrazione costruisce così un parallelo inquietante tra il modo in cui sua madre sfruttava gli uomini e il modo in cui lui sfrutta le donne del Silver Slipper. Alamo si percepisce come un salvatore, quasi una figura messianica capace di offrire opportunità economiche, ma il suo sistema resta fondato sul controllo, sulla paura e sulla totale negazione dell’autonomia femminile.
Il problema è che Euphoria continua a dedicare a questa guerra criminale molto più tempo di quanto emotivamente necessario. Le dinamiche tra Laurie, Alamo e i rispettivi traffici risultano spesso meno coinvolgenti rispetto ai drammi personali dei protagonisti storici della serie, creando una certa disconnessione narrativa che l’episodio riesce solo parzialmente a mascherare.

LA GROTTESCA VACUITÀ DI CASSIE


Se Rue rappresenta il tormento spirituale dell’episodio, Cassie continua invece a incarnarne il lato più vuoto, grottesco e disperatamente performativo. La storyline legata a “LA Nights” si muove continuamente sul confine tra tragedia emotiva e parodia hollywoodiana, trasformando il dolore del personaggio in uno spettacolo consumabile, applaudito e immediatamente monetizzato.
Sydney Sweeney continua a offrire una performance fragile e nevrotica, ma la scrittura del personaggio insiste ormai su una dimensione quasi caricaturale. Cassie sembra vivere esclusivamente attraverso lo sguardo degli altri, incapace di distinguere la propria identità dalla continua necessità di essere desiderata, approvata o salvata. Persino il suo improvviso successo nasce dall’ennesima umiliazione personale trasformata in intrattenimento, come se la serie volesse sottolineare quanto Hollywood sia pronta a premiare il trauma soltanto quando diventa contenuto.
Il confronto con Lexi amplifica ulteriormente questa sensazione di vuoto emotivo. Le due sorelle non comunicano più davvero, ma sembrano osservarsi reciprocamente come personaggi da analizzare, giudicare o riscrivere. L’idea che Lexi possa costruire la storyline televisiva di Cassie rende il loro rapporto ancora più disturbante, quasi una prosecuzione del voyeurismo emotivo che ha sempre caratterizzato Euphoria.
Il momento in cui Cassie cancella OnlyFans, salvo poi ricevere il dito mozzato di Nate per posta, sintetizza perfettamente l’identità caotica di questa stagione: melodramma, black comedy, thriller criminale e satira convivono continuamente senza trovare mai un equilibrio stabile.

NARCOS: LOS ANGELES


Il problema più grande di questa terza stagione, e che anche “Stand Still And See” non riesce completamente a risolvere, è che Euphoria sembra ormai diventata un’altra serie. Non si tratta di una naturale evoluzione dei personaggi o della volontà di raccontare il passaggio all’età adulta, ma di una trasformazione radicale che ha alterato irrimediabilmente l’identità stessa dello show. Le prime due stagioni funzionavano perché, dietro l’estetica esasperata di Sam Levinson, esisteva un nucleo emotivo preciso: adolescenti fragili, autodistruttivi e disperatamente umani che cercavano di sopravvivere a sé stessi. La droga, il sesso, la violenza e la dipendenza erano conseguenze del loro dolore, non semplici strumenti narrativi per creare tensione o spettacolo.
Questa terza stagione, invece, sembra molto più interessata ai cartelli criminali, alle guerre tra gangster, ai simbolismi biblici e ai giochi meta-televisivi che alla psicologia dei suoi protagonisti. Rue resta l’unico personaggio a mantenere una continuità emotiva a tratti credibile, soprattutto grazie alla performance di Zendaya, mentre figure fondamentali come Jules, Nate o Lexi sembrano versioni svuotate o distorte di ciò che erano un tempo.
Jules, che un tempo rappresentava il cuore emotivo e identitario della serie, è ormai ridotta a comparsa passiva dentro una relazione tossica raccontata superficialmente. Nate è diventato quasi una caricatura tragica senza reale direzione narrativa. Lexi, invece, viene progressivamente trasformata in una presenza cinica e giudicante che perde gran parte della sensibilità che la rendeva uno dei personaggi più umani dello show.
Il risultato è che Euphoria continua a essere visivamente impressionante, spesso persino magnetica, ma sempre meno autentica. Quasi come se la serie stesse osservando i propri personaggi dall’esterno, come figure estetiche da manipolare, invece di comprenderli davvero. E questo distacco emotivo rischia di essere il vero fallimento di quest’ultima stagione.

THUMBS UP 👍

  • L’interpretazione di Zendaya.
  • La scena della chiesa e il tema della redenzione.
  • Il flashback di Alamo.
  • La satira hollywoodiana nella storyline di Cassie.

THUMBS DOWN 👎

  • Alcune sottotrame ancora dispersive.
  • Nate e Jules non pervenuti.
  • Simbolismi religiosi spesso eccessivamente espliciti.
  • Euphoria ormai è diventata Narcos.
Il giudizio di Recenserie

SAVE THEM ALL

Tra personaggi sempre più lontani dalle loro origini, dinamiche narrative frammentate e un’identità ormai ibrida, Euphoria continua a procedere in bilico tra ciò che era e ciò che non sembra più essere, lasciando aperta la domanda su cosa resterà davvero nel finale di stagione.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL
Fabrizio Paolino

Fabrizio è un autore di Recenserie, giornalista freelance e teledipendente cronico. Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e lo guarda in loop da più di dieci anni.

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