Film presentato in anteprima alla 76ª Berlinale 
| Il Maynila Country Club è un complesso di 74 ettari, con abbastanza strutture da tenere distratta e al riparo la crème-de-la-crème della società filippina dai problemi socio-politici del paese. Tra le sue strutture c’è il campo pratica, dove lavora come ragazza addetta ai tee la diciassettenne Isabel. Pur essendo nuova nel suo lavoro, comincia a sgattaiolare via dal campo pratica per esplorare il verde rigoglioso del campo da golf circostante che le ricorda la città natale che ha lasciato alle spalle. Sul percorso nota il dottor Palanca, un uomo sulla sessantina che è il presidente del club. Isabel sviluppa un’infatuazione per lui e, alla fine, ha la possibilità di incontrarlo quando le viene affidato il compito di restituire un ferro da golf che lui ha dimenticato. Isabel esplora i vari anfratti delle strutture del country club alla ricerca del dottor Palanca, ma non riesce a trovarlo. Al suo posto, scopre un ritratto più chiaro e profondamente disincantato del country club e dello stesso dottor Palanca. |
Ci sono film che si capisce immediatamente dove vogliono stare. Filipiñana non è cinema da sala commerciale, non è cinema da pubblico generalista, non è nemmeno cinema da competizione principale. È cinema da sezione Perspectives. E già questo dice molto.
Presentato alla 76ª Berlinale proprio in quella categoria dedicata a sguardi autoriali emergenti e linguaggi più radicali, il film di Rafael Manuel conferma fin dai primi minuti la propria natura “altra”. La scelta del formato 4:3, in un’epoca dominata dal 16:9, non è un semplice vezzo estetico: è una dichiarazione di intenti. L’inquadratura più stretta comprime i corpi, li incornicia come in una teca, li rende quasi oggetti esposti. È una scelta che si nota subito e che, volenti o nolenti, impone allo spettatore una postura diversa.
Filipiñana, tra l’altro, non è un debutto assoluto alla Berlinale. Manuel aveva già presentato nel 2020 un cortometraggio omonimo, premiato con l’Orso d’Argento. Questo lungometraggio ne è l’espansione naturale: da 24 minuti si passa a 100, con il ritorno delle quattro protagoniste del corto, ovvero Jorrybell Agoto, Micah Musa, Sunshine Teodoro ed Elle Velasco nei rispettivi ruoli.
You are not allowed on the golf court.
Ed è proprio qui che emerge il primo, grande limite dell’operazione.
L’idea di base non è abbastanza corposa per sostenere un’ora e quaranta. Visivamente il film è affascinante, quasi ipnotico. Le inquadrature sono studiatissime, la composizione è geometrica, i movimenti dei personaggi hanno una sincronia teatrale che ricorda un balletto coreografato al millimetro. In alcuni momenti sembra di assistere a un tableau vivant più che a una narrazione tradizionale.
Ma la bellezza formale non basta a riempire il tempo.
La lentezza è una scelta. E può essere una scelta potente. Qui però diventa spesso dilatazione fine a sé stessa. I silenzi sono lunghi, insistiti, reiterati. Silenzi voluti, certo. Silenzi che cercano di creare tensione simbolica. Ma che, sommati, possono tranquillamente arrivare a occupare un quarto d’ora abbondante del film. E quando il silenzio non è carico di significato ma solo sospensione, rischia di spezzare il ritmo invece di elevarlo.
Filipiñana è tanto bello da vedere quanto rarefatto nel racconto.
A livello stilistico si percepisce chiaramente un’influenza alla Wes Anderson: simmetrie, personaggi che si muovono come su un palcoscenico, colori in contrapposizione netta, una certa bidimensionalità volutamente artificiale. Ma questa impronta occidentale si fonde con suggestioni tipiche del cinema asiatico, anche coreano, soprattutto nell’uso dello spazio e nella gestione delle dinamiche di potere.
I hate how, once you are married in this country, your whole existence is around your husband.
E proprio il potere è il centro tematico del film. Manuel mette in scena una società filippina spaccata in due. Da una parte pochi privilegiati, dall’altra una massa silenziosa che vive in condizioni precarie. La contrapposizione è evidente fin dalle prime sequenze: la razionalizzazione dell’acqua per la popolazione comune contro lo spreco per annaffiare campi da golf perfettamente verdi. Un’immagine semplice, quasi didascalica, ma efficace.
A questo si aggiunge la questione di genere. Le donne nel film sono chiaramente relegate a una funzione, spesso ridotte a strumenti del piacere o del potere maschile. È un tema che attraversa molte opere di questa Berlinale e che qui viene declinato in maniera quasi allegorica, più simbolica che realistica.
Il problema, però, è che l’intenzione supera spesso la concretezza narrativa. Filipiñana sembra più interessato a costruire immagini e metafore che a raccontare una storia con un vero sviluppo. E quando si esce dalla sala, resta più impressa l’estetica che l’evoluzione dei personaggi.
Non è un film per tutti. E non vuole esserlo. È un’opera che si rivolge a un pubblico disposto ad accettare tempi dilatati, rarefazione, astrazione. Ma anche all’interno di questa categoria, la sensazione è che l’espansione dal corto al lungometraggio non sia stata del tutto giustificata.
Resta un oggetto visivamente affascinante, con una forte identità autoriale e un discorso politico chiaro. Ma è anche un film che avrebbe probabilmente mantenuto maggiore forza se fosse rimasto nella forma compatta e incisiva del corto.
Filipiñana dimostra che Rafael Manuel ha uno sguardo. Ora serve trovare una struttura narrativa altrettanto solida per sostenerlo.
| TITOLO ORIGINALE: Filipiñana REGIA: Rafael Manuel SCENEGGIATURA: Rafael Manuel INTERPRETI: Jorrybell Agoto, Carmen Castellanos, Teroy Guzman, Carlitos Siguion-Reyna, Nour Hooshmand DISTRIBUZIONE: Cinema DURATA: 100′ ORIGINE: Singapore, United Kingdom, Filippine, Francia, Olanda 2026 DATA DI USCITA: presentato in anteprima alla 76ª Berlinale |



