
Gli episodi 7 e 8 di American Horror Story: 13 puntano su ritorni illustri, resurrezioni in stile Dragon Ball e nostalgia, ma alla fine tutto viene divorato dal fan service.
La tredicesima stagione di American Horror Story entra ufficialmente nella sua seconda metà e il dinamico duo Murphy-Falchuk continua a confondere la celebrazione del proprio passato con la capacità di raccontare qualcosa di nuovo, affidandosi a un accumulo di ritorni, citazioni e personaggi storici che dovrebbe alimentare l’entusiasmo dei fan, ma che invece finisce per impoverire proprio ciò che ha reso la serie riconoscibile. Questi due episodi insistono su questa deriva nostalgica, trasformando il crossover tra Coven e Apocalypse in una sfilata di volti familiari, resurrezioni prevedibili e svolte che sembrano importanti soltanto perché coinvolgono personaggi già amati dal fandom. Il problema non è la volontà di recuperare il passato, quanto l’assenza di una ragione narrativa abbastanza solida da giustificare il ritorno.
LA LEGGENDA DEL PIANISTA NEL SALOTTO
Il confronto tra le streghe e i serial killer avrebbe tutte le carte in regola per restituire alla serie una dimensione horror più concreta, fatta di minacce riconoscibili e di uno scontro in cui la sopravvivenza non sia soltanto una formalità. Eppure, anche quando l’episodio prova a costruire tensione, la sensazione è che il risultato sia già scritto. I personaggi possono essere feriti, uccisi o messi alle strette, ma comunque la possibilità di riportarli in vita rende ogni pericolo provvisorio, ogni sacrificio reversibile, ogni momento drammatico meno incisivo di quanto vorrebbe essere.
La questione non riguarda soltanto l’abuso di resurrezioni, ormai diventato uno dei principali limiti strutturali della stagione, ma il modo in cui questa scorciatoia svuota le vicende di conseguenze. Quando la morte smette di rappresentare una soglia significativa, anche l’orrore perde parte della propria ragion d’essere. Rimangono la violenza, il gusto per il macabro e qualche trovata visivamente efficace, ma manca quella sensazione di vulnerabilità che permette allo spettatore di temere davvero per i personaggi.
In questo contesto, il ritorno di Fiona Goode, interpretata da Jessica Lange, dovrebbe rappresentare il momento culminante dell’episodio. Ma è proprio qui che emerge il limite di un’operazione tanto, anzi troppo dipendente dalla memoria del pubblico. La sua presenza non basta – ma non ci va manco vicino – a rendere memorabile una narrazione che fatica a trovare una direzione autonoma, e il personaggio viene accolto come un evento in sé, quasi che la sua semplice apparizione possa compensare le debolezze di ciò che la circonda.
La nostalgia, insomma, diventa una scorciatoia creativa che, se ve lo steste chiedendo, ha il solo merito di accelerare la corsa verso il fallimento.
PER CARITÀ MURPHY, MI FACCIA MORIRE
Il secondo episodio conferma questa impressione, spostando il baricentro verso il soprannaturale e introducendo nuovi accordi con le forze infernali, sacrifici e alleanze che dovrebbero preparare il terreno allo scontro con Satana. Anche qui, tuttavia, le idee sembrano funzionare più come pretesti per recuperare personaggi e buttarli nella mischia a caso, che come elementi di una costruzione narrativa coerente.
Il sacrificio di Queenie potrebbe costituire uno dei passaggi emotivamente più forti della stagione – naturalmente per quei pochi che effettivamente hanno sviluppato un legame con i personaggi di AHS – soprattutto considerando il legame del personaggio con Coven e il suo ruolo all’interno dell’universo delle streghe. La scelta di collocarla in un inferno costruito attorno a un turno di lavoro infinito da Chubbie’s Fried Chicken, con tanto di incontro con Delphine LaLaurie – così anche Kathy Bates torna per incassare il suo ultimo assegno riprendendo il personaggio con cui aveva conquistato un Emmy nel 2014 – riesce perfino a recuperare un po’ di quella vena grottesca che ha spesso rappresentato il lato più divertente di American Horror Story. Il problema è che, pur capendo la logica beffarda sottesa alla scena, nel contesto generale dell’episodio l’assurdo viene spinto talmente oltre da fare il giro completo e trasformare un’intuizione potenzialmente valida in – utilizzando un termine tecnico – una mezza cazzata.
Torna anche Marie Laveau, anche lei chiamata a collaborare con Fiona contro una minaccia demoniaca – Angela Bassett parrebbe tenerci un pelo di più al suo assegno rispetto a Kathy Bates, che come nonno Alberto ha invece detto a Murphy e Falchuk “Io gradirei morire“. L’idea di riunire figure tanto importanti per il passato della serie avrebbe potuto offrire un terreno fertile per esplorare rivalità, ambizioni e vecchie ferite. E invece, al momento prevale la sensazione di essere al pranzo di Natale a cui devi andare per forza nonostante nessuno ci tenga particolarmente e dove ci saranno tutti quei parenti che vedi solo una volta l’anno e che ti stanno pure un po’ sul cazzo.
NON STAMO A FA’ KUBRICK
Il limite più evidente di questi due episodi non è dunque la mancanza di idee, quanto l’incapacità di organizzarle attorno a una visione sufficientemente solida. American Horror Story ha sempre trovato nella contaminazione tra generi, nel gusto per l’eccesso e nella teatralità dei suoi personaggi una parte essenziale della propria identità. Il camp, il grottesco e l’irriverenza non sono mai stati elementi da correggere, ma strumenti da utilizzare con una certa consapevolezza. Qui, invece, sembrano spesso convivere senza un equilibrio preciso, passando dalla battuta macabra al sacrificio solenne con una disinvoltura che finisce per indebolire entrambi.
Di solito Murphy e Falchuk attendevano le ultime due o tre puntate per mandare tutto in vacca, quest’anno invece hanno deciso di farlo fin da subito e togliersi direttamente il pensiero. Il passato viene trattato come un repertorio da cui attingere a piacimento, ma raramente come qualcosa da interrogare, trasformare o persino contraddire. E così, mentre i personaggi tornano, muoiono e risorgono, la narrazione rimane sostanzialmente ferma, incapace di attribuire alle proprie svolte un significato che vada oltre l’impatto immediato di una Kathy Bates vestita da donna dell’Ottocento che si lamenta del suo pollo fritto troppo speziato.
THUMBS UP 👍
- Kathy Bates e il pollo fritto almeno strappano una mezza risata
THUMBS DOWN 👎
- Nostalgia usata come scorciatoia narrativa
- Personaggi che resuscitano più di Crilin
- Fan service eccessivo e fine a sé stesso
- Troppi personaggi, poca sostanza







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