
Il finale di Lanterns chiude il mistero sulla morte di Hal Jordan e completa il percorso di John Stewart, scegliendo la paura, le emozioni e la responsabilità al posto del tradizionale spettacolo supereroistico.
Il vero superpotere di Lanterns non è mai stato l’anello. Il finale della prima stagione lo chiarisce definitivamente, scegliendo di chiudere il mistero sulla morte di Hal Jordan e l’arco di John Stewart non con una battaglia spettacolare, ma con una serie di decisioni in cui il potere più difficile da esercitare rimane quello di non usarlo.
Il season finale porta finalmente a compimento il lungo percorso costruito dalla serie tra il disastro di Rushville, il passato di Hal, il segreto di Noah e l’indagine di John, ricomponendo un mosaico che per gran parte della stagione aveva deliberatamente preferito l’ambiguità alla mitologia supereroistica. Una scelta coerente con l’identità di Lanterns, anche quando non tutto ciò che viene rivelato possiede la stessa solidità.
Il risultato è un episodio imperfetto, a tratti persino troppo interessato a chiudere ogni porta lasciata socchiusa, ma capace di trovare una sorprendente compattezza emotiva proprio quando smette di chiedersi che cosa debba diventare un Green Lantern e comincia a domandarsi che cosa significhi scegliere chi essere.
UN FINALE CHE SCEGLIE LA CALMA
La rivelazione che Noah sia un Manhunter non sorprende particolarmente. La serie aveva disseminato abbastanza indizi perché la soluzione risultasse quasi inevitabile, e anche il coinvolgimento di Sinestro nella sua fuga e nella creazione di un nuovo anello non produce chissà quale terremoto narrativo. Lanterns non sembra però interessata a trasformare il finale in un trampolino per il prossimo capitolo del DCU, preferendo utilizzare la mitologia come strumento per concludere il viaggio di John. Ed è proprio qui che la puntata trova la sua idea migliore.
Noah non rappresenta soltanto una minaccia cosmica, ma il conflitto tra ciò che si è “programmati” a essere e ciò che si sceglie di diventare. Il ragazzo sa di avere dentro di sé qualcosa di potenzialmente mostruoso, teme le proprie pulsioni e arriva persino a chiedere a John di ucciderlo prima di poter diventare ciò che crede inevitabile.
John, però, riconosce quella paura. La sua intera esistenza è stata costruita intorno alla necessità di reprimerla, di apparire invulnerabile, di trasformare il controllo emotivo in una forma di sopravvivenza. Per questo la risposta a Noah non può essere semplicemente quella del giustiziere. John sceglie di credere che l’educazione, l’amore e la capacità di mettere in discussione la propria natura possano, in qualche modo, essere più forti della programmazione. Una soluzione che, nella sua romantica semplicità, risulta essere molto più interessante di qualsiasi scontro a fuoco o combattimento nello spazio.
LA PAURA RENDE UMANI
La parte più delicata del finale riguarda invece la soluzione del mistero principale. È Kerry ad aver ucciso Hal, sparandogli quando l’uomo scopre la verità su Noah, una scelta che, anche in questo caso, non sorprende più di tanto – anche perché lo stesso “Hal-ogram” aveva già spoilerato il finale nello scorso episodio con un più che esaustivo “She killed me […] I know guilt when I see it“. Sicuramente il gesto ha una sua logica emotiva, ma la sua esecuzione forse troppo rapida e il già menzionato foreshadowing da parte di Hal contribuiscono a renderla un po’ meno devastante.
Kelly Macdonald, tuttavia, riesce a dare alla scena una profondità che riesce a sopperire a una scrittura decisamente lontana dall’essere criptica. Kerry quindi non uccide Hal perché improvvisamente diventa un’assassina, ma perché per anni ha costruito la propria vita intorno alla paura di perdere il figlio. E quando quella paura si materializza, la ragione cede inevitabilmente il passo all’istinto di protezione materno.
Il paradosso è che proprio Hal, ormai cambiato dopo dieci anni di prigione, non rappresenta più necessariamente la minaccia che Kerry in quel momento crede di vedere. Il suo ultimo tentativo, infatti, consiste nel proporre una fuga, una soluzione che permetta sia a Noah che a Kerry di salvarsi. La tragedia nasce quindi da due persone che si amano ma che, nel momento decisivo, non riescono più a riconoscersi, e la serie lega così la morte di Hal al proprio tema centrale: la paura non rende necessariamente cattivi, ma può spingere anche le persone migliori a compiere scelte irreparabili.
HAL E JOHN NEMICIAMICI
John non diventa un eroe perché finalmente acquisisce un anello, ma perché smette di avere bisogno che qualcun altro gli dica come utilizzarlo. Il confronto con Noah e quello con Kerry completano così il suo percorso stagionale: John non è più il ragazzo costretto a reprimere ogni emozione, ma nemmeno un uomo che lascia che i propri sentimenti decidano per lui. Può provare rabbia senza diventare vendicativo, paura senza lasciarsi paralizzare e compassione senza perdere il senso della responsabilità.
Il passaggio di testimone con Hal diventa allora molto più efficace nel momento in cui la serie rinuncia alla consueta retorica del maestro che consegna il mantello all’allievo. John non può e non deve diventare il nuovo Hal Jordan, ma deve capire da solo quale strada prendere per portare a termine il suo percorso da Lanterna Verde.
Anche l’ultimo dialogo con l’Hal-ogram restituisce finalmente alla loro relazione una tenerezza che la stagione aveva spesso sacrificato al conflitto. Quando John rivela che le ultime parole di Hal a Kerry sono state “I love you”, il saluto dell’eco digitale “And I love you too, Junior” riesce a essere finalmente, in maniera del tutto inaspettata, molto commovente.
#FREETHELANTERN
Il momento più importante arriva però quando John incontra Guy Gardner e rifiuta implicitamente di diventare un semplice ingranaggio del Corpo delle Lanterne Verdi. Anche il nuovo giuramento sintetizza perfettamente il suo arco narrativo. Non si tratta più di eliminare la paura, bensì di accettarla. Non di essere scelto passivamente dall’anello, ma di scegliere quell’anello e quella responsabilità. È una dichiarazione di indipendenza tanto dal Corpo quanto da Hal, dai Guardiani e persino dalla necessità di dimostrare continuamente di essere senza paura.
Il fatto che John riesca finalmente a volare proprio alla fine è quasi secondario. La vera conquista è aver capito perché farlo.
Lanterns conclude così la sua prima stagione con un bilancio più che positivo e dimostrando che il vero viaggio non era scoprire chi fosse il prossimo Green Lantern, ma capire che un eroe non deve necessariamente smettere di avere paura per essere coraggioso.
John Stewart non sconfigge la paura. Impara a conviverci, e proprio per questo finalmente diventa un eroe.
THUMBS UP 👍
- Il percorso di John Stewart
- Aaron Pierre e Kyle Chandler
- Il tema comune della paura e della scelta
- Un finale emotivo invece che spettacolare, ma che funziona
THUMBS DOWN 👎
- Alcune rivelazioni troppo prevedibili







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