
Greta Lee e Wagner Moura provano a salvare un survival horror dalla buona premessa, distrutto però da un montaggio frenetico, una regia superficiale e una sceneggiatura senza profondità.
Sinossi
Una famiglia di quattro persone si ritrova improvvisamente sigillata all’interno della propria casa, senza alcuna possibilità di uscire. Mentre le risorse iniziano progressivamente a diminuire e i giorni diventano mesi e poi anni, genitori e figli devono trovare un modo per sopravvivere e capire quale misteriosa minaccia li stia tenendo prigionieri.
Se ne parlava giusto in questo episodio del podcast SPIN-OFF: The Last House, nonostante una buona idea di partenza, sembrava avere tutte le caratteristiche per non essere all’altezza né delle aspettative né del raggiungimento di una semplice sufficienza. Il tutto derivava da uno strano mix di positività e pessimismo. Da una parte due protagonisti come Greta Lee e Wagner Moura, oltre a Matthew Robinson, già sceneggiatore del magnifico Good Luck, Have Fun, Don’t Die. Dall’altra un trailer non proprio maestoso, un evidente problema di credibilità legato alla componente temporale della storia e, soprattutto, Louis Leterrier alla regia.
Purtroppo ogni timore è stato confermato. E si è andati anche molto oltre il livello al quale si temeva di dover assistere. Perché The Last House non è semplicemente un survival horror mediocre costruito intorno a una buona idea: è un film che sembra essere stato compromesso durante le riprese e successivamente massacrato in fase di montaggio, fino a rendere quasi impossibile apprezzare perfino gli elementi che avrebbero potuto funzionare.
UN REEL DI DUE ORE IN FORMATO ORIZZONTALE
Dev’essere successo qualcosa di inspiegabile in fase di montaggio, ma anche durante le riprese, perché questo survival horror restituisce costantemente una sensazione di estrema superficialità. Il problema più evidente è una regia accompagnata da un montaggio semplicemente insopportabile. In quasi due ore di film si possono contare sulle dita di una mano le scene in cui l’inquadratura sembra avere il permesso di respirare per più di pochi secondi prima di essere sostituita dalla successiva.
È una scelta che sembra appartenere più alla grammatica di un Reel di TikTok o di uno Short di YouTube che a quella di un lungometraggio. E sì, senza aver visto il film potrebbe sembrare un’esagerazione, ma The Last House sembra realmente un Reel di quasi due ore girato in formato orizzontale. Campo, controcampo, dettaglio, volto, altra angolazione, ritorno sul volto, oggetto, reazione: tutto viene frammentato compulsivamente, anche quando in scena ci sono soltanto due persone sedute su un divano, in cucina o in camera da letto che stanno semplicemente parlando.
Una scelta che Louis Leterrier dovrà prima o poi spiegare perché è l’elemento più fastidioso e difficilmente giustificabile dell’intera pellicola. Si può comprendere il desiderio di aumentare la velocità del racconto, soprattutto considerando che la vicenda rimane confinata nella stessa abitazione per anni, ma la soluzione scelta annienta qualsiasi costruzione dello spazio e impedisce allo spettatore di sentirsi veramente imprigionato insieme ai protagonisti.
Ed è quasi paradossale considerando che Netflix ha raccontato come la casa sia stata progettata per evolvere e deteriorarsi insieme alla famiglia, con la prima metà del film girata addirittura in 35 mm e con Leterrier intenzionato a utilizzare effetti pratici quando possibile. Tutto questo lavoro tecnico viene però soffocato da un montaggio incapace di mantenere ferma l’attenzione su qualsiasi elemento abbastanza a lungo da permettergli di avere davvero un peso.
GRETA LEE E WAGNER MOURA NON POSSONO SALVARLO
Tralasciando la sterile polemica di un film ambientato a Seattle ma realizzato principalmente in Inghilterra, The Last House restituisce anche la netta impressione di avere avuto a disposizione risorse piuttosto limitate rispetto alle proprie ambizioni. Lo sfondo della città appare spesso posticcio e, soprattutto quando entra in gioco la componente più apertamente fantascientifica, la CGI delle creature è estremamente discutibile.
Di per sé non sarebbe necessariamente un problema. Un film quasi totalmente ambientato all’interno di una casa può permettersi di ridurre enormemente la spettacolarità e basare tutto sulla recitazione, sulla tensione psicologica e sulla progressiva trasformazione dell’ambiente domestico da rifugio a prigione. Il punto è proprio questo: la casa non sembra mai veramente claustrofobica come Leterrier vorrebbe che fosse. Manca la sensazione del soffocamento, manca la progressiva perdita dello spazio personale e manca soprattutto la percezione concreta degli anni trascorsi fra quelle mura.
Di conseguenza tutto il peso finisce sulle spalle di Greta Lee e Wagner Moura, che fanno letteralmente quello che possono per tenere a galla (battutona per chi ha visto il film) una pellicola che non può essere salvata sotto quasi alcun punto di vista. Moura, in particolare, riesce comunque a imprimere una certa fisicità e disperazione al proprio Jason, mentre Lee prova a dare consistenza emotiva ad Ann. Il problema è che perfino le loro performance vengono continuamente appiattite dal montaggio e da una regia che annienta qualsiasi possibilità di lasciare sedimentare un’emozione.
È un peccato soprattutto considerando il livello dei due interpreti. Quando due attori di questo calibro vengono messi dentro una casa insieme a due figli e costretti a viverci per anni, il materiale per costruire un vero dramma psicologico sarebbe praticamente infinito. The Last House decide invece di utilizzare quella situazione quasi esclusivamente come un problema logistico.
ANNI DI CLAUSURA E ZERO PROFONDITÀ PSICOLOGICA
Ed è proprio qui che emerge il problema più grave dopo quello registico. The Last House è una pellicola tremendamente sciocca che attinge in maniera evidente dall’esperienza collettiva della clausura durante il COVID, ma non sembra avere pressoché nulla da dire su quello che significhi realmente vivere rinchiusi per anni all’interno della stessa casa con il proprio partner e i propri figli.
Il potenziale era enorme. I rapporti familiari avrebbero potuto deteriorarsi, ricostruirsi, cambiare completamente. I bambini avrebbero dovuto crescere dentro una realtà senza scuola, amicizie, privacy o contatti esterni. I genitori avrebbero potuto iniziare a mettere in discussione il proprio ruolo, la coppia, l’autorità, la speranza stessa di uscire. La casa avrebbe potuto progressivamente diventare un mondo completo e allo stesso tempo un carcere psicologico. Invece, più il film procede con i propri salti temporali, più la sceneggiatura sembra interessata quasi esclusivamente a una domanda: quanto cibo è rimasto?
La ricerca delle risorse diventa praticamente l’unica vera rappresentazione del trascorrere del tempo. Passano mesi, poi anni, ma la profondità dei personaggi non sembra procedere alla stessa velocità. E proprio quella componente temporale che avrebbe dovuto rappresentare uno dei punti di forza della storia finisce per accentuarne la superficialità. Non basta mostrare barbe più lunghe, vestiti più sporchi, piante cresciute nel soggiorno o figli diventati più grandi per raccontare l’effetto di anni di isolamento.
Più si va avanti e più quella che poteva essere una buona riflessione sulla sopravvivenza, sulla famiglia e sull’isolamento si trasforma in una vaccata progressivamente più difficile da prendere sul serio. Il paradosso è che Matthew Robinson aveva appena dimostrato con Good Luck, Have Fun, Don’t Die di saper gestire un concept fantascientifico assurdo costruendogli intorno personaggi, ritmo e una sceneggiatura capace di far combaciare tutti i pezzi. Qui sembra essere successo l’esatto contrario.
Alla fine rimangono una buona premessa, Greta Lee, un Wagner Moura ancora più convincente e poco altro. Tutto ciò che avrebbe potuto rendere The Last House inquietante, claustrofobico o psicologicamente interessante viene sacrificato sull’altare di una regia ipercinetica e di un montaggio che sembra terrorizzato dall’idea di lasciare un’inquadratura sullo schermo per più di qualche secondo. Uno dei peggiori film che chi scrive abbia visto nell’ultimo paio d’anni.






