UnabomberTEMPO DI LETTURA 8 min

02/10/2026
Unabomber
Recensione FilmUNABOMBER UNABOMBER Netflix

Il film Netflix su Ted Kaczynski prova a ricostruire l'origine dell'Unabomber, ma una ricostruzione storica discutibile e una narrazione poco incisiva finiscono per sprecare un'occasione.

Sinossi

Il film segue Ted Kaczynski dagli anni trascorsi ad Harvard, dove da giovane studente partecipa a controversi esperimenti psicologici, fino alla caccia all’uomo che negli anni Novanta porta l’FBI sulle tracce dell’Unabomber. Due linee temporali provano così a collegare la formazione dell’uomo alla sua successiva deriva criminale.

Mentre la passione per il crime giganteggia, Netflix non perde occasione e porta sulla sua piattaforma Unabomber, film riguardante l’omonimo bombarolo che tra il 1978 e il 1995 disseminò il terrore negli USA. Una figura molto peculiare quella di Theodore Kaczynski: un quoziente intellettivo ben oltre la media, una laurea ad Harvard, un genio della matematica e una carriera lavorativa alla Berkeley. Eppure qualcosa fa switch e Theodore si rintana in un bosco, inizia a spedire pacchi, minaccia giornali e imprenditori e pubblica il celebre saggio La società industriale e il suo futuro. Perché? Cosa è accaduto?
Queste dovevano essere le domande da cui sarebbe dovuto partire questo film, se l’intenzione era quella di raccontare una delle figure più particolari del mondo crime americano, ma anche mondiale. Sam Chalsen e Nelson Greaves, sceneggiatori, insieme a Janus Metz Pedersen, alla regia, decidono invece di dare tutt’altro taglio all’opera, soffermandosi sugli esperimenti dello studio MKULTRA a cui Kaczynski aveva partecipato ad Harvard e ricostruendo da qui l’intera vita dell’uomo. Un lavoro fallimentare nell’esposizione, che non viene salvato né dal comparto tecnico né dal cast.

 


UNA RICOSTRUZIONE NON PRECISA

Il film vede Ted Kaczynski (Jacob Tremblay), sedicenne prodigio della matematica, entrare nel 1958 ad Harvard, mentre trent’anni dopo l’agente dell’FBI Joanne Miller (Shailene Woodley) si mette sulle tracce dell’attentatore che il Paese conosce come Unabomber. Unabomber si regge su un montaggio alternato tra le due epoche: la costruzione e la cattura dell’Unabomber, per usare la formula con cui lo stesso regista ha descritto la struttura. Distribuito da Netflix dal 25 settembre 2026 e ispirato a eventi reali, il film sceglie quindi di concentrare buona parte del proprio racconto sul rapporto tra il giovane Kaczynski e gli esperimenti psicologici a Harvard.
La linea temporale ambientata negli anni Cinquanta segue un giovane isolato, incapace di legare con i compagni e di costruirsi un’identità tra le aule dell’università. Proprio in questo spazio di fragilità si inserisce il professor Henry Murray (Russell Crowe), psicologo di fama, che con la collaboratrice Christiana Morgan (Annabelle Wallis) conduce una serie di esperimenti sugli studenti. Il racconto insiste su un legame quasi paterno: Murray è seducente e carismatico e Ted arriva a vederlo come una figura paterna, al punto di mettere da parte i veri genitori. Le sedute, concepite come prove di resistenza psicologica, diventano il perno di una vicenda che il film vuole originaria di tutto ciò che verrà dopo.
Sul piano della trama, il passaggio dal ragazzo brillante e disorientato all’uomo che si ritirerà dalla società viene dunque affidato in larga parte a questa relazione, con un sottotesto di vendetta e manipolazione che attraversa diverse scene. Il problema è che questa impostazione finisce per trasformare un caso storico estremamente complesso in una spiegazione causale molto più semplice di quanto i fatti consentano.
Sull’altro versante, la storia si sposta alla metà degli anni Novanta. Miller, figura al centro delle indagini, segue le tracce di un bombarolo che da anni colpisce università e compagnie aeree, e la sua inchiesta la porta fino al Montana, dove l’uomo vive in una baita isolata. Entrano in scena anche il fratello David e la moglie Linda, mentre il film dedica spazio al momento in cui i sospetti si trasformano in una richiesta di aiuto alle autorità. Non manca il capitolo della stampa: la trama tocca anche la corsa della CBS per diffondere il nome del sospettato prima del blitz, un episodio che il film comprime e ridisegna nei tempi.
È sul piano della fedeltà storica, però, che l’operazione mostra le crepe più evidenti. Gli esperimenti di Murray furono reali e Kaczynski vi partecipò per circa tre anni, ma il rapporto amichevole e quasi familiare raccontato dal film non trova riscontro nei fatti: Ted era uno delle centinaia di soggetti dello studio. Lo stesso vale per la scena in cui Murray formulerebbe una diagnosi di schizofrenia, interamente di fantasia, e per il filone della vendetta ai danni dello psicologo, mai avvenuta.
Anche Joanne Miller, cuore della linea investigativa, non esiste: si tratta di un personaggio composito creato ad-hoc, e la sua visita in solitaria alla baita è un’invenzione drammaturgica. Alterata pure la figura di David Kaczynski, mostrato come un fratello che cerca di dimostrare l’innocenza di Ted, quando nella realtà fu lui, dopo aver confrontato il manifesto con gli scritti di Ted, a maturare il sospetto e a rivolgersi alle autorità per evitare altre vittime. Il merito dell’individuazione, nella ricostruzione cinematografica, finisce così in gran parte all’agente, mentre nei fatti furono David e Linda a collegare i testi.
A ciò si aggiunge una scelta interpretativa tutt’altro che neutra: il film presenta gli esperimenti di Harvard come chiave per capire il futuro terrorista, una tesi emersa in un articolo dell’Atlantic del 2000 e che molti, compreso lo stesso Kaczynski, considerano tutt’altro che essenziale. La cronologia, del resto, la rende una spiegazione problematica. Dopo la laurea Ted prosegue gli studi all’Università del Michigan, dove ottiene il dottorato, e nel 1967 diventa assistente di matematica a Berkeley, tra i più giovani della storia dell’ateneo.
Il primo segnale di rottura arriva anni dopo la fine degli esperimenti: nell’estate del 1966, Kaczynski attraversa una crisi personale profonda, fatta di vergogna e umiliazione. È in quel momento, ha raccontato lui stesso, che matura l’idea di una vendetta e di una vita da recluso nei boschi. Il passaggio all’azione richiede però molto tempo: il 30 giugno 1969 lascia senza spiegazioni la cattedra di Berkeley, nel 1971 acquista insieme al fratello David un piccolo lotto vicino a Lincoln, in Montana, dove costruisce una baracca senza acqua né elettricità, e solo nel maggio 1978, nove anni dopo le dimissioni e oltre sedici anni dopo la laurea, esplode il primo ordigno alla Northwestern University.
Sul perché di quella deriva le ipotesi sono più d’una, e nessuna riconduce direttamente a Harvard. Lo stesso Kaczynski ha raccontato di aver letto solo nel 1971-72, poco dopo il trasferimento in Montana, La società tecnologica di Jacques Ellul, testo che definisce un capolavoro e che dà forma alle sue idee contro l’industria. A questo si aggiunge il rapporto con il territorio in cui viveva: secondo la biografa Jamie Gehring, la cui famiglia gli affittò il terreno, Kaczynski sabotava segherie, mezzi da cantiere e macchinari minerari, e in un diario del 1984 annota il proprio dolore per le strade aperte su un altopiano vicino a Trout Creek e per gli alberi abbattuti.
Poiché la pagina è successiva al primo attentato, più che l’origine il degrado del paesaggio sembra aver alimentato e giustificato l’ostilità verso la società industriale. Nel frattempo vi sono il lavoro in fabbrica nell’Illinois, concluso con il licenziamento dopo la denuncia di una collega per molestie, e il ritorno in Montana: tappe che il film, concentrato sul 1958, lascia fuori. I dati generali, quanto meno, sono invece corretti: 16 attentati tra il 1978 e il 1995, tre morti e 23 feriti, in una delle cacce all’uomo più lunghe e costose della storia dell’FBI.


MEGLIO UN DOCUMENTARIO

Durante l’intera visione si ha la sensazione di ritrovarsi di fronte a una pellicola che con difficoltà è stata assemblata cucendo due sottotrame totalmente differenti: da una parte il passato di Ted, che in linea teorica dovrebbe “giustificare” e “motivare” il presente; dall’altra gli attacchi e la cattura di Ted, che avvengono in maniera quasi disinteressata, semplicistica e anche qui fallendo nella ricostruzione.
A rendere ancora più evidente il problema è il modo in cui il film tratta il proprio cast. Russell Crowe, nei panni di Henry Murray, pare essere stato spostato dal set di Norimberga, cambiato d’abito e semplicemente inserito per dire qualche battuta, senza che la sua presenza riesca davvero a incidere sulla storia. Jacob Tremblay offre invece una prova più centrale, ma il materiale a disposizione non gli permette di trasformare il personaggio in qualcosa di realmente sfaccettato. Shailene Woodley, infine, viene penalizzata da un personaggio investigativo costruito soprattutto come funzione narrativa e deus ex machina.
Anche sul comparto tecnico non mancano scelte difficili da comprendere. Un esempio particolarmente evidente è un’inquadratura in cui Jacob Tremblay guarda direttamente in telecamera poco dopo la metà del film, durante un confronto a tre tra Ted, Henry e Christiana. È un piccolo incidente, ma diventa emblematico di una pellicola che sembra non essere mai stata rifinita fino in fondo.
Dal punto di vista narrativo e della ricostruzione, il problema principale resta però la sproporzione tra ciò che il caso Unabomber avrebbe da raccontare e ciò che il film sceglie effettivamente di mostrare. La caccia all’uomo, la figura di David Kaczynski, il manifesto, la complessa elaborazione ideologica di Ted e il rapporto tra l’uomo e il territorio vengono compressi o sacrificati per sostenere una tesi psicologica che, proprio perché così centrale, avrebbe avuto bisogno di basi molto più solide.
Il prodotto Netflix del 2020 Unabomber: In His Own Words restituisce al pubblico maggiori particolari e soprattutto una cura che in questo film mancano totalmente. Non è necessario trasformare ogni storia vera in un documentario, ma quando una pellicola decide di intervenire così pesantemente sui fatti dovrebbe almeno riuscire a costruire una narrazione capace di giustificare le proprie libertà.
Costruire artificiosamente una base psicologica, smentita dai più, per presentare una propria storia è quanto di più lontano una pellicola simil-biopic dovrebbe fare. Il blando “ispirato da eventi reali” non può essere in alcun modo una giustificazione.

Scheda film
Titolo originaleUnabomber
RegiaJanus Metz Pedersen
SceneggiaturaSam Chalsen, Nelson Greaves
InterpretiRussell Crowe, Jacob Tremblay, Shailene Woodley, Annabelle Wallis
Distribuzione / PiattaformaNetflix
Durata100 minuti
OrigineStati Uniti, 2026
Data di uscita25 settembre 2026
Il giudizio di Recenserie

BURN THEM ALL

Un film inadatto sia a chi conosce la storia di Unabomber, sia a chi ci si approccia per la prima volta. Una grande occasione sprecata per raccontare uno spaccato storico ben preciso e una figura che l’ha segnato indelebilmente.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL

Aldo Longhena è autore di Recenserie conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal.
Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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