Sheep In The BoxTEMPO DI LETTURA 8 min

12/08/2026
Sheep In The Box
Recensione FilmSheep In The Box 箱の中の羊 Anteprima

Sheep In The Box porta Hirokazu Kore-eda nel territorio della fantascienza e dell'intelligenza artificiale, ma la sua riflessione su lutto, identità e famiglia non riesce a trovare una direzione davvero originale.

Sinossi

In un futuro prossimo, Otone e Kensuke sono ancora sconvolti dalla morte del figlio Kakeru, avvenuta due anni prima in un incidente stradale. Quando la società tecnologica REbirth offre loro un umanoide dotato dell’aspetto, dei ricordi e della personalità del bambino, la coppia decide di accettarlo. Il nuovo Kakeru sembra però sviluppare una propria identità, mettendo in discussione il confine tra essere umano e intelligenza artificiale. Mentre il passato torna a galla, la famiglia dovrà confrontarsi con il significato del lutto, della memoria e dell’amore.

Nel cinema di Hirokazu Kore-eda la famiglia è da sempre un organismo fragile, attraversato da assenze, segreti, incomprensioni e legami che sfuggono alle definizioni convenzionali. Con Sheep In the Box, presentato in concorso al Festival di Cannes e fuori concorso al Festival di Edimburgo, il regista giapponese prova però a spostare quello sguardo verso un futuro non troppo lontano, dove il lutto può essere affrontato attraverso una tecnologia capace di restituire artificialmente ciò che è stato perduto.

LUTTO, IA E IDENTITÀ


Otone e Kensuke hanno perso il figlio Kakeru, morto a sette anni in un incidente stradale provocato da un pirata della strada mai identificato. Due anni dopo, la loro vita è ancora segnata da quella tragedia, anche se i due affrontano il dolore in maniera profondamente diversa. Lei, architetta, sembra incapace di accettare l’assenza del bambino; lui, falegname, reagisce invece con maggiore diffidenza e con un senso di colpa che non riesce a confessare apertamente.
L’occasione per interrompere quella spirale arriva da REbirth, una società tecnologica che propone alla coppia un’incredibile possibilità: ricevere gratuitamente un prototipo umanoide costruito utilizzando fotografie, video e informazioni sul figlio scomparso. In altre parole, un nuovo Kakeru, fisicamente identico all’originale e dotato dei suoi ricordi e dei suoi tratti caratteriali, almeno per quanto un algoritmo possa ricostruirli. La premessa è immediatamente suggestiva, ma anche estremamente familiare. E proprio qui si trova il principale problema di Sheep In The Box: l’idea centrale è molto più interessante delle sue conseguenze.
Kore-eda affronta il rapporto fra lutto, intelligenza artificiale e identità attraverso la consueta delicatezza, evitando quasi completamente di trasformare il film in un racconto fantascientifico convenzionale. La tecnologia rimane sempre sullo sfondo, mentre al centro restano le persone e il modo in cui reagiscono alla possibilità di riempire artificialmente un vuoto.
È una scelta coerente con la filmografia del regista, ma in questo caso rischia di diventare anche un limite. Sheep In The Box sembra contenere almeno quattro film differenti: un dramma sul lutto di una coppia, una riflessione sull’intelligenza artificiale, una storia sull’identità e sull’evoluzione di una nuova forma di vita e, infine, una vicenda quasi distopica sulla possibilità che gli androidi sviluppino una propria coscienza e aspirino alla libertà. Nessuno di questi percorsi, però, viene mai realmente sviluppato fino in fondo.

KAKERU v2.0


La parte più convincente rimane quella legata a Otone e Kensuke. L’arrivo del nuovo Kakeru costringe entrambi a confrontarsi con ciò che hanno cercato di reprimere, ma il film avrebbe potuto scavare molto più profondamente nelle conseguenze emotive e sociali di una situazione tanto assurda. Come reagisce davvero una famiglia davanti alla copia perfetta di un bambino morto? Che cosa significa crescere un figlio che non può crescere? È possibile amare una replica senza trasformare quel sentimento in una forma di negazione? Sono tutte domande potenzialmente potentissime, ma Kore-eda tende a sfiorarle più che ad affrontarle direttamente.
Particolarmente interessante è il rapporto fra Kakeru e i suoi genitori. Otone accetta quasi immediatamente il bambino artificiale, mentre Kensuke fatica persino a chiamarlo con il nome del figlio. La differenza fra i due diventa così una nuova manifestazione del loro dolore, ma anche una metafora sul rapporto fra memoria e identità, e quindi su quanto di una persona possa essere ricostruito attraverso le immagini che ha lasciato dietro di sé.
Il film suggerisce una risposta ambigua. Kakeru non è semplicemente una copia, perché sviluppa progressivamente caratteristiche proprie. Impara il mestiere del padre, osserva il lavoro della madre, manifesta curiosità e sembra costruire una propria percezione del mondo. Il suo interesse per il legno e per gli alberi diventa persino il centro di una metafora fin troppo scoperta sul rapporto fra natura e tecnologia.
È proprio questa tendenza a spiegare ciò che dovrebbe essere lasciato alla sensibilità dello spettatore a indebolire alcune delle intuizioni migliori del film. Kore-eda, solitamente maestro della sottrazione, qui appare curiosamente più didascalico. I concetti vengono spesso pronunciati ad alta voce dai personaggi, mentre immagini e simbolismi finiscono per sottolineare ulteriormente ciò che è già stato detto.

SHEEP IN THE BOX


Anche il titolo, riferimento diretto a “Il Piccolo Principe”, acquista progressivamente un significato legato alla ricerca di un nuovo equilibrio fra esseri umani e creature artificiali. Quando il protagonista del racconto chiede al narratore di disegnargli una pecora, dopo diversi tentativi falliti arriva una soluzione tanto semplice quanto brillante: una scatola, dentro cui la pecora può esistere soltanto attraverso l’immaginazione. Kore-eda ribalta quella stessa intuizione trasformando Kakeru nella pecora uscita dalla scatola: ciò che Otone e Kensuke non riescono più ad accettare è proprio l’idea che il figlio possa continuare a esistere senza essere fisicamente presente. La tecnologia offre loro ciò che il lutto aveva sottratto, trasformando il ricordo in un corpo, l’assenza in una presenza. Ma è proprio qui che Sheep In The Box suggerisce la propria riflessione più interessante: forse amare qualcuno significa anche accettare di non poterlo più vedere. Nel Piccolo Principe la pecora vive perché qualcuno è disposto a immaginarla; nel film di Kore-eda, Kakeru rischia invece di diventare prigioniero del bisogno dei suoi genitori di renderlo nuovamente visibile.
Quando successivamente Kakeru entra in contatto con altri bambini-robot abbandonati, il film sembra poi trasformarsi improvvisamente in una storia sulla nascita di una nuova specie. Questi androidi vivono lontani dagli esseri umani e iniziano a immaginare una società autonoma, introducendo inevitabilmente il tema della libertà delle intelligenze artificiali.
È probabilmente il momento in cui il film mostra maggiormente i propri limiti. La ribellione dei robot potrebbe aprire una riflessione estremamente interessante sul rapporto fra creatore e creatura, ma viene inserita quando il film non ha più lo spazio necessario per svilupparla. La svolta appare così più come un’ulteriore idea da aggiungere alla storia che come la naturale conseguenza di quanto raccontato fino a quel momento.

UN’OPERA POCO INQUADRATA


Il problema non è dunque l’ambizione di Kore-eda, ma la sproporzione fra la quantità di temi introdotti e il tempo dedicato a ciascuno di essi. Anche perché Sheep In The Box si confronta inevitabilmente con opere che hanno già esplorato territori molto simili. Il precedente più evidente è lo stesso Air Doll, con cui Kore-eda aveva già riflettuto sulla possibilità che un essere artificiale sviluppasse una propria umanità. Ma il film richiama anche A.I. – Intelligenza artificiale, Swan Song e soprattutto After Yang, che aveva utilizzato la figura di un essere artificiale per interrogarsi con maggiore precisione su memoria, famiglia e identità.
Rispetto a questi titoli, la pellicola appare meno interessato alla speculazione e più concentrato sulla dimensione sentimentale. Una scelta legittima, ma che finisce per rendere il film meno sorprendente proprio quando avrebbe bisogno di trovare una propria identità.
Anche sul piano visivo Kore-eda rimane fedele a se stesso. Le immagini sono composte con eleganza, i movimenti sono misurati e la natura assume un ruolo centrale attraverso alberi, luce e spazi domestici. La delicatezza della regia contribuisce a creare un’atmosfera sospesa, quasi fiabesca, ma produce anche un curioso cortocircuito: una storia potenzialmente inquietante viene raccontata con una serenità che tende ad attenuarne continuamente il conflitto.
Sheep In The Box è quindi un film elegante, sensibile e certamente non privo di ambizioni, ma anche un’opera sorprendentemente poco nuova per un autore che avrebbe avuto tutte le possibilità di utilizzare una premessa simile per mettere in discussione il suo stesso cinema. Il risultato è un film che invita alla riflessione senza riuscire sempre a lasciare qualcosa su cui riflettere davvero. Kore-eda rimane un regista capace di osservare la fragilità dei rapporti umani con una grazia rara, ma questa volta quella grazia finisce per diventare una coperta troppo morbida sotto cui nascondere le debolezze di una sceneggiatura che avrebbe avuto bisogno di maggiore coraggio, precisione e soprattutto di una direzione più chiara.

Scheda film
Titolo originale箱の中の羊 (Hako no naka no hitsuji)
RegiaHirokazu Kore-eda
SceneggiaturaHirokazu Kore-eda
InterpretiHaruka Ayase, Daigo Yamamoto, Rimu Kuwaki
Distribuzione / PiattaformaToho
Durata127′
OrigineGiappone, 2026
Data di uscita16/05/2026 (Cannes), 29/05/2026 (Giappone)
Il giudizio di Recenserie

SAVE THEM ALL

Kore-eda sembra voler utilizzare l’intelligenza artificiale per tornare a parlare delle sue ossessioni abituali: la famiglia, l’abbandono, i legami che si costruiscono al di fuori della biologia, la possibilità di trovare affetto nelle forme più imprevedibili. Il problema è che la fantascienza non diventa mai davvero il linguaggio attraverso cui reinventare questi temi, rimanendo piuttosto un involucro dentro cui il regista continua a raccontare storie che gli sono già familiari.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL
Fabrizio Paolino

Fabrizio è un autore di Recenserie, giornalista freelance e teledipendente cronico. Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e lo guarda in loop da più di dieci anni.

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