Kevin (Probably) Saves The World 1×01 – PilotTEMPO DI LETTURA 5 min

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“Abaye disse: il mondo ha all’interno di ogni generazione non meno di trentasei persone rette che accolgono la Presenza Divina. Come è scritto, felici sono tutti coloro che attendono Lui.”
[TalmudSanhedrin 97b]

L’idea giudaica dei Lamed-tad Tzaddikim, i trentasei giusti che comparirebbero in ogni generazione praticando lavori umili e assicurando, con la propria sola esistenza, che Dio non distrugga l’umanità, è alla base di Gospel of Kevin Kevin (Probably) Saves the World, la nuova serie della ABC ideata da Michele Fazekas e Tara Butters, che da ora in poi sarà abbreviata in K(P)SW.
Kevin Flynn, il protagonista, è infatti uno di questi trentasei uomini retti, incaricato direttamente dal Padreterno, tramite l’angelo la guerriera di Dio Yvette, di trovare i suoi trentacinque simili sparsi in giro per il mondo, dispensando nel contempo bontà e felicità tramite abbracci e riscattando un’esistenza non proprio retta, culminata in un tentativo di suicidio. Detta così, la trama sembra un pot-pourri di cose già viste in altre serie, da Touched by an Angel a Joan of Arcadia, da Reaper (creata proprio da Fazekas) alle prime serie fulleriane come Dead Like Me, Wonderfalls e Pushing Daisies, fino a My Name Is Earl: l’incontro con entità sovrannaturali, l’acquisizione di nuovi poteri e di una missione divina, il tentativo di fare disinteressatamente del bene per il prossimo, la commistione tra comedy e drama. Da un lato, K(P)SW va sul sicuro, riciclando meccanismi narrativi sapientemente utilizzati da altre serie, facili da padroneggiare e con incredibili potenzialità; dall’altro, però, questo significa sacrificare freschezza e originalità e rende necessario lavorare alacremente per conferire all’opera una propria identità e trovarle una propria cifra caratteristica che le permetta di scrollarsi di dosso quanto prima l’etichetta di “incrocio tra Il tocco di un angelo, My Name Is Earl e un intero barattolo di miele”.
Non si parla a caso di miele, perché K(P)SW è una serie che rischia di diventare zuccherosa e smielata più del necessario. Il messaggio che vuole trasmettere è senz’altro lodevole: per quanto la vita possa essere dura, per quanto enormi possano essere le difficoltà che affrontiamo quotidianamente, per quanto strazianti possano essere i lutti che immancabilmente ci colpiranno, ci sarà sempre qualcosa nel mondo di cui godere e da apprezzare, anche se magari è qualcosa di piccolo e di apparentemente insignificante che normalmente sfugge, come l’affetto di una sorella o l’abbraccio di uno sconosciuto. Bombardati come siamo continuamente da serie televisive che parlano di mafiosi e di narcotrafficanti, di tiranni sanguinari e di eroici guerrieri, di malati di cancro che si mettono a cucinare metanfetamina e di pubblicitari farfalloni e fedifraghi, insomma il peggio che può esserci a questo mondo (o in mondi di fantasia che fino ad un certo punto ricalcano quello reale), forse si ha davvero bisogno di un’opera che sappia rassicurare e confortare mostrando quanto c’è di bello e di buono. Il problema è che, partendo da queste premesse, è molto facile cadere nella stucchevolezza e nel sentimentalismo esasperato fine a se stesso, nella risoluzione di ogni problema e sfida a tarallucci e vino, come si suol dire: scene come quella dell’abbraccio tra Kevin e il sordo all’aeroporto, se abusate, potrebbero rendere K(P)SW una serie sdolcinata e melensa, indigesta a quella grossa fetta di pubblico resa meno naif e più cinica da un quindicennio di golden age televisiva.
Il modo migliore per evitare il succitato rischio è riuscire a trovare il giusto equilibrio tra la componente drammatico-sentimentale e quella comica, valorizzando entrambe le caratteristiche della dramedy. Sulla base di quanto visto nel pilot, si può affermare che c’è ancora da lavorare su entrambi i versanti, a cominciare da quello umoristico: la comicità, almeno in questo primo episodio, è troppo spesso poco incisiva, affidata ad una battuta o ad una gag poco ispirata o semplicemente fiacca, che suscita tutt’al più un sorriso ma mai la risata vera e propria. Altra grossa pecca della serie è la caratterizzazione del personaggio di Kevin, a cui viene dato un background tale da creare un forte contrasto con la sua attuale missione salvifica: nel corso dell’episodio si scopre che è una persona che non crede in Dio, è un bugiardo, una volta ha rubato dei soldi per comprare marijuana, ha vilmente abbandonato la sorella nel momento in cui aveva più bisogno di lui (ossia quando è rimasta vedova) e, dulcis in fundo, ha tentato il suicidio. Non è un’idea proprio originale, certo, ma funzionerebbe se non fosse che questa caratterizzazione da bad boy di Kevin è tutta affidata a dialoghi e allusioni a eventi del passato, mentre sullo schermo non assume nessun comportamento che possa connotarlo come una cattiva persona in cerca di redenzione. Chi funziona davvero, invece, è l’attore che interpreta Kevin, ossia Jason Ritter, già visto in Parenthood e Another Period: è semplicemente perfetto in un ruolo che richiede versatilità e capacità di interpretare allo stesso tempo parti comiche e parti drammatiche e la chimica che riesce a creare con gli altri attori è lodevole.
A giudicare da quanto visto nel pilot, K(P)SW ha anche un’ulteriore potenzialità da sfruttare, una sottotrama thriller/sci-fi legata all’interesse del governo per le misteriose meteore cadute sulla Terra, contenenti ognuna un angelo guerriero di Dio inviato a fare da guida ai trentasei giusti. Potrebbe essere un altro ottimo mezzo per bilanciare e limitare la stucchevolezza della componente più smaccatamente sentimentale.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Jason Ritter
  • Rassicurante e confortante
  • Meccanismi narrativi già visti: la serie vuole andare sul sicuro…
  • Potenzialità da sfruttare
  • Kevin Flynn
  • Parti comiche non sempre incisive
  • Il rischio stucchevolezza è dietro l’angolo
  • …ma dovrà impegnarsi a trovare una propria identità

 

Il primo episodio di Kevin (Probably) Saves the World si sarebbe potuto benissimo chiamare Jason Mitter (Probably) Saves the Pilot, perché un altro attore, forse, non avrebbe saputo reggere quasi da solo la scena in una puntata che lascia intravedere tante potenzialità ma anche tanti elementi su cui lavorare. La maggiore sfida del nuovo prodotto ABC è quella di riuscire a trovare una propria identità, oltre ovviamente a salvarsi dalla mannaia della cancellazione, tenendosi stretti i suoi quattro milioni di spettatori della premiere; prima ancora che il mondo, Kevin dovrà salvare se stesso e la sua serie.

 

Pilot 1×01 4.17 milioni – 1.0 rating

 

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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