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American Gods 2×06 – Donar The GreatTEMPO DI LETTURA 6 min

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American Gods è tra quelle serie che non si preoccupano di mantenere un ritmo narrativo serrato e concitato: lo si è visto nella prima stagione, che aveva il sapore di un gigantesco pilot allungato all’inverosimile, e lo si sta vedendo ancora di più quest’anno. Altrove, su altri network e in altre opere, la riunione degli dei, la riparazione di Gungnir e la “guarigione” di Laura sarebbero state liquidate in una puntata e mezza, due al massimo; nella trasposizione del capolavoro di Gaiman, ce ne sono volute sei. Perché? Perché American Gods gigioneggia e se la tira, si compiace di affastellare dialoghi ricercati e stracolmi di rimandi mitologici a volte nemmeno immediatamente comprensibili, digressioni, deviazioni dalla trama principale, parentesi fini a se stesse che vorranno pure veicolare messaggi lodevoli (come il tema delle tensioni razziali nella scorsa “The Ways of the Dead”) ma finiscono per far perdere di vista l’importanza della costruzione generale. E’ un bene? E’ un male? Sicuramente pregiudica il successo commerciale dell’opera, perché lo spettatore generico preferisce mille volte la ciccia narrativa all’aria fritta, e il numero di spettatori in caduta libera è lì a dimostrarlo; ma può anche capitare che questa tendenza del prodotto Starz a deviare dalla strada maestra dia vita a qualcosa di molto, molto buono artisticamente parlando. E il grosso flashback che occupa buona parte di “Donar the Great”, per quanto ai fini pratici non sembri dare chissà quali apporti alla trama principale a parte una spiegazione su come la lancia di Odino si sia rotta, è una delle cose migliori viste in questi quattordici episodi.
Anche la parte ambientata nel “presente”, in verità, è più che convincente, per quanto minata dalla solita lentezza con cui porta avanti la preparazione della battaglia contro Mr. World. Messa da parte la pletora di comprimari che ha fin troppo appesantito le ultime puntate, si torna al nucleo originario, la coppia Wednesday-Shadow, e le risate sono assicurate, perché è sempre un piacere vedere il dio norreno e il suo spiazzato ma sempre fedele socio alle prese con una spassosa truffa ai danni di un negoziante, per mettere le mani nientemeno che sulla giacca indossata da Lou Reed. Anzi, proprio il fatto che l’intera vicenda rappresenti una comica digressione, sorretta dalla sempre ottima performance dell’istrionico Ian McShane, riesce a rendere sopportabile il fatto che si tratti di una banalissima quest sputata fuori da un RPG, una di quelle in cui devi trovare l’oggetto magico per proseguire. L’inconcludente siparietto dei nuovi dèi, invece, sembra inserito soltanto per dare a Mr. World qualcosa da dire anche questa settimana e soprattutto per infliggere agli spettatori la solita dose di irritanti balletti e faccine kawaii di New Media, che dopo un mese e mezzo fa rimpiangere più che mai l’elegante e carismatica versione interpretata da Gillian Anderson.
Ma il meglio, lo si accennava, sta nella parte dell’episodio ambientata nel passato, aperta e chiusa dal solito straordinario McShane che questa volta si esibisce anche in vesti canore: tanto solare ed energico è il suo numero di burlesque d’apertura, quanto sconsolata e dolente la canzone di chiusura. La rivisitazione degli dei nel contesto degli  anni ’30, scintillanti e glamour fino al parossismo ma anche preludio alla più sanguinosa catastrofe bellica della storia, è a dir poco geniale: da un lato ritroviamo vecchie conoscenze quali un Techno Boy agli albori del suo potere tecnologico ma già piuttosto strafottente e un Anansi che indipendentemente dall’epoca storica non perde la sua natura di fascinoso affabulatore, dall’altro facciamo la conoscenza di divinità inedite come Columbia, personificazione della nazione americana e del suo destino manifesto, e Donar, il più possente fra gli dèi Æsir, che poi sarebbe semplicemente Thor col nome nella forma alto-tedesca antica e non scandinava. Su tutti domina la figura di Odino alias Al Grimnir, proprietario e gestore del cabaret, showman e burattinaio che tesse una rete di inganni e menzogne nel disperato tentativo di conquistare una nuova fetta di fedeli nel Nuovo Mondo. Sotto il completo bianco, il bastone da passeggio e il cappello, il Padre del Tutto è sempre lo stesso: un vecchio dio che agogna la vecchia gloria e che non appena scorge l’occasione favorevole decide di sfruttarla senza la minima remora, calpestando sentimenti e manipolando persone care. La scelta di vendere persino il proprio stesso figlio alla causa dei filo-nazisti americani non spiazza più di tanto soltanto perché nell’arco di due stagioni abbiamo imparato a conoscere Mr. Wednesday e non ci aspettiamo da lui alcuno scrupolo o indecisione.
Qui è necessaria una piccola parentesi: nel libro da cui è tratta la serie il destino di Thor è liquidato in una riga e mezza, accennando al suicidio compiuto nel 1932. “Donar the Great” va dunque visto come un tentativo di ampliare la già imponente mitologia dietro l’opera col probabile beneplacito di Gaiman stesso, che non sceneggia questo episodio ma è produttore esecutivo della serie e quindi sicuramente ci ha messo lo zampino; e la scelta di posticipare la morte in questione di un decennio si rivela vincente, perché permette di intrecciare le magagne di Odino con gli albori della seconda guerra mondiale, fra nazisti e nascente propaganda bellica. Il ritratto di Donar che viene fuori è breve, abbozzato ma comunque intenso: il figlio prediletto di Odino è sospeso tra il destino di divinità prescelta per riportare la sua razza all’antico splendore e una natura umana, troppo umana, come direbbe Nietzsche, che alla fine ha il sopravvento e lo porta a spezzare i fili del burattinaio, seppur a caro prezzo. Non è un caso che Donar opti alla fine per il suicidio, l’unica morte da cui gli dèi (ci tiene a precisarlo Mr. Wednesday) non possono tornare: togliersi la vita è un atto esclusivo della nostra specie, che non trova riscontro nel comportamento di nessun animale, che non rispetta apparentemente nessuna legge naturale o logica e che forse proprio per questo risulta così estraneo alla natura delle divinità.
Fun fact finale: l’alter ego cabarettista di Odino si chiama Al Grimnir. Se la seconda parte del nome è il solito epiteto del dio norreno più volte ripetuto nel corso delle varie puntate, la prima è sicuramente un omaggio ad un altro famosissimo personaggio che Ian McShane interpretò dal 2004 al 2006 nella serie Deadwood e che prestò ritornerà sul grande schermo: Al Swearengen, uno dei più grandi e affascinanti anti-eroi che il mondo televisivo abbia mai visto. E non a caso, anche Swearengen aveva un locale da gestire e una certa propensione a muovere le fila di un intero accampamento con acume, scaltrezza e una propensione agli intrighi che Ditocorto e Frank Underwood in confronto sono dei dilettanti.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Ampliamento della storia di Thor rispetto al libro di Gaiman
  • I vecchi e nuovi dèi nella versione Thirties
  • Ian McShane ballerino e cantante
  • La vicenda della giacca di Lou Reed
  • Omaggio a Deadwood
  • La trama principale continua ad avanzare a passo di lumaca
  • L’inutilità del siparietto di Mr. World e New Media

 

Costruito tra passato e futuro, “Donar the Great” mostra sotto una nuova luce l’affascinante Mr. Wednesday ma anche le sue interazioni con Shadow Moon, che sembrano ripetere le medesime meccaniche col figlio Donar. Le cose andranno diversamente? Ripeterà gli stessi errori? Troverà un tardivo riscatto?

 

The Ways Of The Dead 2×05 0.31 milioni – 0.1 rating
Donar The Great 2×06 0.24 milioni – 0.1 rating

 

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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