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American Gods 3×08 – The Rapture Of BurningTEMPO DI LETTURA 3 min

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American Gods 3x08 recensioneA due sole puntate da quello che potenzialmente, anche visti gli scarsi dati d’ascolto, potrebbe non essere un season ma un series finale, American Gods continua fondamentalmente a cazzeggiare. È un cazzeggio molto conscio e anche molto ricco di autocompiacimento che, ovviamente, non può piacere a tutti. Specie a ridosso della fine.
Charles H. Eglee ed il suo team di sceneggiatori non hanno ancora reso chiaro l’intento di questa terza stagione che, finora, si è sempre focalizzata più sulla regia (veramente curatissima) che sulla sceneggiatura. E qualche domanda sorge spontanea:

  • dove sono finiti gli scontri tra New Gods e Old Gods?
  • qual è il punto di trasferire gran parte della narrazione a Lakeside in Wisconsin?
  • che ruolo ha Shadow Moon in tutto ciò?

IL DIO DEI CONIGLIETTI


Come al solito l’episodio si apre con un breve flashback su una divinità, questa volta il fortunato Dio a ricevere un po’ di attenzioni è il misconosciuto Tu’er Shen, noto in Cina come The Rabbit God e soprattutto come divinità protettrice dell’amore omosessuale. In Cina, prima che venisse ovviamente censurata dal regime dittatoriale, era considerata una divinità come un’altra mentre oggi è rimasto solo un tempio nel distretto di Yonghe a Taiwan.
Breve excursus a parte, la scelta di proporre Tu’er Shen è ovviamente legata a Salim e ad il suo processo di elaborazione del lutto del Jinn. Un processo che in questa puntata arriva finalmente a compimento, concludendo una storyline secondaria che non è mai stata approfondita abbastanza ma che qui riceve, paradossalmente, anche troppo spazio. Sembra un paradosso da quello che si sta dicendo, eppure la visione della puntata porta a questa naturale sensazione.
I problemi che si sono riscontrati qui sono fondamentalmente due: da un lato c’è un edonismo visivo che si crogiola su se stesso con riprese a volte eccessive, dall’altro c’è uno script che lascia tanto alla libera interpretazione senza sforzarsi di dare qualche dettaglio in più.

UN DISCUTIBILISSIMO SCRIPT


Quando si parla di problemi di script, si intende la palese scelta degli sceneggiatori di optare per un approccio piuttosto che per un altro. Nel caso di “The Rapture Of Burning” l’approccio consiste nel saltare di palo in frasca in ogni scena pur di arrivare al minutaggio designato.
Ripescando quanto detto nel paragrafo precedente, nella scena che vede Salim “dimenticare” Jinn, ci sono ben 5 minuti onirici senza una singola parola e con un limitatissimo apporto alla trama. Il tutto richiama quanto visto in “Fire And Ice” con il ballo di Bilquis, anch’esso piuttosto lungo e senza dialoghi, il che non è da vedersi generalmente come un difetto ma nemmeno come un grande pregio se l’obiettivo (come in questo caso) è meramente superficiale. La regia, come detto più volte, è sempre il punto di forza di questa stagione di American Gods ma a volte viene semplicemente abusata e, palesemente, si predilige una certa superficialità a momenti più intensi che meriterebbero più spazio.
In “The Rapture Of Burning” l’intera porzione di trama che comprende Wednesday, Shadow Moon e Tyr è trattata con estrema velocità, tanto che lo spettatore non sente minimamente il rischio per nessun character: grosso errore. Allo stesso modo si potrebbe giudicare lo spazietto riservato a Technical Boy che, purtroppo, continua ad essere bloccato nello stesso status quo da oltre metà stagione. Il focus su Salim e Laura Moon è piacevole ma non è supportato adeguatamente da una regia e da uno script che sembrano quasi forzati con questi character. Qualche minuto in più avrebbe riequilibrato aspettative e dato un po’ più di profondità.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Scontro tra Wednesday e Tyr
  • È sempre un piacere vedere il faccione di Iwan Rheon, questa volta in formato Leprecauno
  • Risoluzione della storyline di Salim
  • Troppi momenti onirici con il solo scopo di allungare il minutaggio dell’episodio
  • Diverse scene sembrano come essere state tagliate ed emerge una certa superficialità che poteva essere serenamente evitata
  • Puntata molto autoconclusiva
  • Lakeside completamente dimenticato, di nuovo

 

American Gods continua ad oscillare tra episodi che funzionano bene ed esaltano lo stile della serie e puntate (come questa) che sembrano nate con il solo scopo di riempire un vuoto narrativo

Fondatore di Recenserie sin dalla sua fondazione, si dice che la sua età sia compresa tra i 29 ed i 39 anni. È una figura losca che va in giro con la maschera dei Bloody Beetroots, non crede nella democrazia, odia Instagram, non tollera le virgole fuori posto e adora il prosciutto crudo ed il grana. Spesso vomita quando è ubriaco.

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