Eddington recensione

EddingtonTEMPO DI LETTURA 5 min

Eddington è un film che riflette in pieno la poetica di Ari Aster: ambizioso, disturbante, visivamente potente ma narrativamente sbilanciato. Non è un film per tutti e non vuole esserlo. Ma chi si lascerà affascinare dalla prima metà dovrà comunque fare i conti con una seconda parte che tradisce in parte le premesse iniziali.
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Nel maggio del 2020, nel pieno della pandemia di COVID-19, delle proteste per la morte di George Floyd e della campagna elettorale per le presidenziali di novembre, la cittadina di Eddington, in New Mexico, sale agli onori della cronaca nazionale quando una disputa tra lo sceriffo Cross e il sindaco García diventa virale, mettendo gli abitanti gli uni contro gli altri.

Approcciarsi a Eddington con l’idea di trovarsi davanti a un film trainato dal trio di star Joaquin Phoenix, Pedro Pascal ed Emma Stone è un errore che compromette già in partenza la visione. Per quanto il cast sia di altissimo livello, Eddington non è il loro film: è un film di Ari Aster. E questo significa che bisogna guardarlo con le stesse lenti con cui si è guardato Beau Is Afraid o Midsommar: non una storia lineare con archi narrativi rassicuranti, ma un viaggio disturbante, a tratti claustrofobico, che riflette ossessioni, paure e contraddizioni dell’autore. Non è un film per tutti, e il pubblico generalista che entrerà in sala solo per i nomi stampati sulla locandina rischia di rimanere spiazzato.
Il primo grande problema nasce già dal marketing perchè il trailer di Eddington vende un film che in realtà non esiste. I materiali promozionali enfatizzano l’idea di un confronto psicologico tra due protagonisti che è “accessibile” a tutti in quanto incentrato in un mondo in pieno Covid-19, ed è un confronto costruito attorno a Phoenix e Pascal, con toni quasi da dramma corale hollywoodiano. La realtà è diversa: la prima metà conferma questa impostazione, salvo poi disattendere completamente le aspettative a partire dalla seconda parte. Non è un difetto in sé – Aster ama sovvertire i registri narrativi – ma lo scollamento tra promozione e prodotto rischia di alienare aliena lo spettatore medio, ingannato da un trailer che prometteva un’esperienza più convenzionale (pur tenendo in conto che si tratta di un film di Ari Aster).

Where’s your mask?

La delusione è amplificata dalla gestione di Pedro Pascal che continua ad essere utilizzato come specchietto delle allodole. La campagna marketing lo aveva posto quasi sullo stesso piano di Phoenix ed Emma Stone, alimentando l’illusione di un ruolo centrale (e lo stesso vale per Emma Stone). In realtà, Pascal è poco più di un comprimario, un personaggio inizialmente centrale ma che diventa ben presto secondario, entra ed esce dalla storia senza incidere troppo sull’economia narrativa. Una scelta che farà inevitabilmente discutere, perché alimenta la sensazione di un’operazione venduta in modo fuorviante.
Tolte queste criticità, il film si rivela un’esperienza altalenante. La prima metà funziona sorprendentemente bene: Aster costruisce un mosaico fatto di paure collettive, ansie contemporanee e tensioni sociali. Il racconto si intreccia con le ferite ancora aperte dell’America recente: la pandemia da Covid-19 e tutta la gestione cospirazionista intorno all’uso delle maschere e alla pandemia programmata a tavolino, le proteste seguite all’omicidio di George Floyd sono centrali nella narrazione, così come lo sono il dibattito sul razzismo sistemico, la diffusione incontrollata delle armi, le fake news e il clima tossico delle elezioni. Tutto converge in una narrazione lucida, disturbante e profondamente attuale, con personaggi che incarnano archetipi riconoscibili ma mai ridotti a macchiette. In questa prima parte, Eddington non solo regge bene, ma raggiunge una forza di denuncia che lo colloca tra le opere più potenti di Aster e che probabilmente avrà molto più appeal su i non-americani piuttosto che sugli americani stessi, spesso miopi della loro situazione.

So you vote Joe Cross, you take back our community. Save our soul.

Poi arriva la seconda metà ed è qui che iniziano i problemi. Il film cambia pelle almeno un paio di volte, abbandonando progressivamente il suo impianto socio-politico per abbracciare una deriva sempre più violenta. Non è la violenza in sé a stonare – Aster non ha mai avuto paura di spingersi oltre il limite – ma il modo in cui questa violenza diventa fine a sé stessa, senza una direzione precisa. La sensazione è quella di assistere a un film che non sa più cosa vuole essere: si è di fronte ad un affresco sociale, ad un thriller cospirazionista o, come la stampa piace chiamarlo, ad un western moderno? A differenza di Hereditary o Midsommar, dove il crescendo disturbante conduceva a un finale coerente, qui la narrazione sembra deragliare, con una seconda parte che si disperde senza trovare un punto di approdo.
La durata non aiuta con le sue oltre due ore e mezza, Eddington conferma la tendenza di Aster a dilatare i tempi ben oltre il necessario. Già con Beau Is Afraid la questione era diventata lampante, ma qui l’eccesso è aggravato dalla mancanza di una direzione chiara. Il risultato è un’esperienza che nella prima metà cattura e avvolge, ma che nella seconda stanca e disorienta, lasciando lo spettatore con la sensazione di un’occasione sprecata.

He’s aggressive. He’s dangerous. He needs to be locked up.

Sul fronte attoriale, Joaquin Phoenix, Pedro Pascal ed Emma Stone si confermano all’altezza delle aspettative. Phoenix porta sullo schermo un personaggio ambiguo e disturbante, come solo lui sa fare, mentre Emma Stone riesce a rendere molto bene una certa fragilità psicologica. Il problema è che i loro personaggi, pur ben interpretati, finiscono inghiottiti dal caos della sceneggiatura. E Pedro Pascal, come già detto, rimane in ombra, ridotto a ruolo secondario causa scatenante ma che mal si concilia con l’enfasi promozionale che gli era stata riservata.
Dal punto di vista visivo e tecnico, invece, Aster conferma il suo talento. La regia è precisa, ipnotica, capace di creare costante disagio attraverso scelte fotografiche fredde e claustrofobiche, accompagnate da un sonoro disturbante e ossessivo. L’aspetto formale resta impeccabile: ogni inquadratura è curata nei dettagli, e anche quando la trama si perde, la confezione mantiene intatto il marchio autoriale.


Alla fine, Eddington è un film sufficiente, ma non di più. Funziona quando si concentra sulla critica sociale della prima metà, fallisce quando abbandona quella direzione per inseguire derive violente senza meta. Rimane un’opera che dividerà il pubblico: per alcuni sarà l’ennesima dimostrazione della grandezza di Ari Aster, per altri l’ennesima prova del suo autocompiacimento registico.

 

TITOLO ORIGINALE: Eddington
REGIA: Ari Aster
SCENEGGIATURA: Ari Aster
INTERPRETI: Joaquin Phoenix, Pedro Pascal, Luke Grimes, Deirdre O’Connell, Micheal Ward, Austin Butler, Emma Stone
DISTRIBUZIONE: Cinema
DURATA: 149′
ORIGINE: USA, 2025
DATA DI USCITA: 18/07/2025 USA, 17/10/2025 Italia

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Federico Salata

Fondatore di Recenserie sin dalla sua fondazione, si dice che la sua età sia compresa tra i 29 ed i 39 anni. È una figura losca che va in giro con la maschera dei Bloody Beetroots, non crede nella democrazia, odia Instagram, non tollera le virgole fuori posto e adora il prosciutto crudo ed il grana. Spesso vomita quando è ubriaco.

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