Liz: “We’re about one month away from D-Day, which is “Delivery Day” for us and “Doomsday” for your bajingo.“
Con “D-Day”, Shrinking lascia da parte ogni ambiguità sul proprio percorso narrativo, abbandonando definitivamente l’illusione che il dolore possa essere semplicemente elaborato o superato, per interrogarsi invece su come venga trasmesso, condiviso e, talvolta, ereditato. Dopo aver impostato la stagione sul tema del coraggio necessario per voltare pagina, l’episodio trasforma il parto imminente di Ava in una metafora esplicita di nascita e separazione, mettendo in scena un giorno in cui tutti i personaggi sono costretti a ridefinire il proprio posto nel mondo. Il titolo, apparentemente ironico, rivela rapidamente la sua natura programmatica, e il “Delivery Day” improvvisamente non coincide più soltanto con un momento di compimento, ma con una soglia, un confine in cui ciò che nasce impone simultaneamente una perdita, rendendo impossibile qualsiasi forma di celebrazione priva di ambivalenza.
PASSAGGIO DI TESTIMONE
Alice: “I guess I feel like a failure.”
Paul: “Life has a way of making sure that no one’s ever really done with this stuff. Least now you know you can get it trough it on your own if you have to. But hear this: you never have to.”
L’introduzione del padre di Jimmy, interpretato da Jeff Daniels, aggiunge un ulteriore livello di profondità al discorso sulla genitorialità imperfetta che attraversa Shrinking sin dalla prima stagione, legando la narrazione a una genealogia emotiva fatta di assenze, incomprensioni e silenzi protratti nel tempo. La sua presenza non viene caricata di enfasi melodrammatica, ma inserita come un elemento di tensione latente, evocato più che esplorato, lasciando intendere un passato complesso fatto di assenze e incomprensioni mai completamente risolte, e il semplice fatto che Alice desideri invitarlo al diploma, temendo però la reazione del padre, dice più di qualsiasi flashback esplicativo.
È tuttavia nel rapporto tra Paul e Alice che l’episodio raggiunge la sua densità emotiva più elevata. La loro conversazione sulla panchina, costruita attorno alla confessione di sentirsi un fallimento, non assume mai i contorni di un discorso terapeutico tradizionale, ma si configura come un raro spazio di vulnerabilità reciproca. Paul, che con chiunque altro difende la propria identità attraverso l’ironia o il distacco intellettuale, sceglie con Alice una forma di verità disarmata, riconoscendo che il dolore non si archivia, ma si attraversa ciclicamente.
La battuta, riportata poco sopra, in cui Paul sottolinea che nessuno deve mai affrontare certe cose da solo assume un valore retroattivo potentissimo, soprattutto alla luce della decisione immediatamente successiva di “passare” Alice a Gaby. Questo gesto, apparentemente generoso, è in realtà uno degli atti più dolorosi compiuti dal personaggio, perché nasce dalla consapevolezza che la malattia lo costringerà a rinunciare progressivamente a quei legami che lo rendono ancora umano. Le lacrime silenziose mentre si allontana dalla panchina condensano in pochi secondi l’intera tragedia di Paul: non la paura della morte, ma dell’erosione graduale dei legami che definiscono la sua identità.
Il tema dell’identità, già centrale nell’episodio precedente, trova qui una declinazione ancora più netta attraverso la crisi professionale di Paul. Per quest’ultimo, l’impossibilità di continuare a esercitare il lavoro di terapeuta equivale a una sospensione del senso, a una domanda irrisolta su chi sia senza la funzione che lo ha definito per decenni. Il confronto con Gaby non offre risposte rassicuranti, ma introduce una prospettiva alternativa, invitandolo a riconoscere il valore di ciò che è stato senza pretendere che debba necessariamente prolungarsi all’infinito.
ANATOMIA DEL FALLIMENTO
Ava: “My mom just got so in my head. She is so judgemental. She made me feel like the worst person for doing this. I’m not a bad person, Am I?”
Brian: “Ava, you’re a kind, generous, gift of a person, and Charlie and I are so grateful you picked us.“
La storyline di Ava trova il suo nucleo più doloroso non tanto nell’atto dell’adozione in sé, quanto nella frattura emotiva che si apre nel rapporto con la madre, incapace di riconoscere la legittimità di una scelta che non riesce a immaginare per sé. Il giudizio materno non nasce da una valutazione etica articolata, ma da un’incapacità profonda di decentrarsi, di sospendere il proprio sistema di valori per abitare, anche solo per un istante, l’esperienza emotiva della figlia.
Quando Ava confessa che la madre l’ha fatta sentire la persona peggiore del mondo per aver compiuto quella scelta, emerge con chiarezza come il senso di colpa non sia un sentimento originario, ma un’emozione indotta, instillata attraverso uno sguardo che interpreta la rinuncia come fallimento morale. La maternità, filtrata dallo sguardo giudicante della madre, viene ridotta a una funzione biologica assoluta, e qualsiasi decisione che non coincida con il possesso viene automaticamente tradotta in colpa.
La domanda di Ava, “Am I a bad person?”, non esprime quindi incertezza sul gesto compiuto, ma il risultato di una valutazione introiettata, in cui il valore di sé viene misurato solo ed esclusivamente attraverso l’approvazione materna. È il punto in cui il giudizio esterno diventa voce interiore, e la mancanza di supporto si trasforma in un sabotaggio identitario. Ava non chiede di essere assolta, ma di essere vista, riconosciuta nella complessità della sua scelta.
In questo contesto, la risposta di Brian assume una funzione riparativa fondamentale, perché spezza la catena del giudizio e restituisce ad Ava una dignità che non passa attraverso il sacrificio totale. Definirla una persona gentile e generosa non significa giustificare la scelta, ma riconoscerla come legittima, sottraendola alla logica binaria di giusto e sbagliato imposta dalla madre.
FELICITÀ = TRADIMENTO
Paul: “Enjoy the ride, kid.“
Il percorso di Jimmy, ancora intrappolato in una forma di lutto che si manifesta come autosabotaggio emotivo, viene raccontato attraverso una leggerezza solo apparente, dietro cui si nasconde una resistenza profonda al cambiamento. Il suo rifiuto iniziale di chiedere all’infermiera di uscire non nasce dall’imbarazzo o dall’insicurezza, ma da una paura più radicale, ovvero quella di trovarsi di fronte a qualcosa di troppo reale (esattamente come con Sofi) e quindi impossibile da archiviare come semplice deviazione momentanea.
Proprio per questo ogni possibile relazione diventa una minaccia, perché il solo pensiero di legarsi a qualcuno implica l’accettazione di una vita che continua senza bisogno di tragedia come fondamento identitario. In questa prospettiva, il rifiuto non è rivolto all’altro, ma alla possibilità stessa di essere ancora felice, vissuta come un tradimento silenzioso di una promessa fatta a se stesso e soprattutto alla memoria della moglie.
La storyline di Sean e Marisol, pur trovando una risoluzione emotiva formalmente corretta, continua invece a soffrire di una certa piattezza narrativa. Il confronto sincero e il bacio finale risultano coerenti ma prevedibili, incapaci di generare quella tensione ambigua che rende le relazioni di Shrinking emotivamente stratificate. In assenza di veri conflitti irrisolti, il loro ricongiungimento appare più come una chiusura funzionale che come un passaggio trasformativo, lasciando la sensazione di una traiettoria già vista e raramente messa in discussione.
Infine, il momento conclusivo in ospedale davanti alla neonata di Brian e Charlie, restituisce all’episodio una semplicità carica di senso. Lo sguardo di Paul sulla bambina non è quello di chi contempla un nuovo inizio, ma di chi riconosce la continuità del viaggio, con tutto il dolore e la bellezza che comporta. La frase “Enjoy the ride, kid” assume così il valore di una dichiarazione esistenziale disillusa e tenera allo stesso tempo, in cui la consapevolezza della perdita non annulla la fiducia ostinata nell’esperienza del vivere.
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“D-Day” conferma Shrinking come una delle serie più lucide attualmente in circolazione nel raccontare la fragilità umana senza scorciatoie consolatorie, scegliendo di abitare il dolore invece di neutralizzarlo. Pur con qualche storyline meno riuscita di altre, l’episodio continua a mantenere alta l’asticella di questa terza stagione, trasformando una nascita in una meditazione profonda sul tempo, sulla perdita e sulla necessità di affidarsi agli altri.


