Con “Happiness Mission” la serie torna finalmente alle sue dimensioni naturali, sia in termini di durata che di respiro narrativo.
Dopo una season premiere extra-long e con fin troppe storyline concentrate in una sola puntata, questo episodio ritrova il classico formato da 30–35 minuti che meglio si addice allo show e che gli permette di lavorare con maggiore precisione sulle relazioni, sulle emozioni e su quel fragile equilibrio tra commedia e dolore che è sempre stato il suo punto di forza.
E per l’occasione ritorna anche Zach Braff (il J.D. di Scrubs) alla regia.
CHIUDERE UN CAPITOLO PER APRIRNE UN ALTRO
“Happiness Mission” segna in maniera piuttosto netta la chiusura di un capitolo importante della serie e, allo stesso tempo, l’apertura di uno nuovo. Da un lato c’è la conclusione della storyline di Louis, interpretato da Brett Goldstein, che qui firma anche la sceneggiatura in quello che appare chiaramente come il suo canto del cigno all’interno dello show (anche perchè deve ritornare al lavoro su Ted Lasso nel ruolo di Roy Kent).
Il personaggio affronta finalmente la sua paura più grande, ovvero il confronto diretto con l’ex fidanzata che aveva abbandonato dopo l’incidente stradale in cui aveva ucciso involontariamente la moglie di Jimmy. È una chiusura dolorosa ma necessaria, trattata con la delicatezza che Shrinking ha sempre dimostrato quando si tratta di elaborazione del senso di colpa e del lutto.
Louis non viene assolto né condannato, ma semplicemente lasciato andare. Il suo trasferimento in un’altra città per ricominciare da capo è una scelta coerente e, soprattutto, coraggiosa dal punto di vista narrativo. In un panorama televisivo che tende a trattenere i personaggi finché funzionano o finché sono amati dal pubblico, Bill Lawrence e il suo team dimostrano ancora una volta di non voler restare intrappolati negli stilemi più pigri della serialità tradizionale.
ALLA RICERCA DELLA FELICITÀ
Parallelamente, l’episodio mette in luce il blocco relazionale di Jimmy che appare sempre più incapace di concedersi anche solo l’idea di una nuova relazione sentimentale. La felicità diventa così una meta dichiarata, quasi un obiettivo terapeutico, ma allo stesso tempo irraggiungibile finché non si accetta di essere vulnerabili.
E in tal senso, la ripresa della relazione con Sofi (Cobie Smulders), iniziata e lasciata in sospeso in “Changing Patterns” nella 2° stagione, appare quindi coerente e perfettamente inserita nel nuovo arco narrativo anche se per ora resta in sospeso in una terra di nessuno, non per mancanza di interesse, ma perché Jimmy è ancora invischiato nelle varie fasi dell’elaborazione del lutto.
Per chi ha amato How I Met Your Mother, anche solo immaginare che Marshall e Robin possano scambiarsi un bacio è un qualcosa di totalmente inimmaginabile e inaccettabile, ma questo non è How I Met Your Mother. Ma Shrinking non gioca sul fan service nostalgico, e fa bene a non farlo. Qui i personaggi non sono archetipi rassicuranti, ma adulti emotivamente disfunzionali che cercano di rimettere insieme i pezzi.
La sensazione è che questa terza stagione voglia essere esplicitamente un percorso verso la felicità, non come stato permanente ma come processo. Shrinking continua a ribadire che la felicità passa inevitabilmente dall’amore e dall’amicizia, e che entrambe richiedono apertura, rischio e crescita. È un messaggio semplice, forse persino ovvio, ma che la serie riesce ancora a rendere autentico grazie alla scrittura e alle interpretazioni.
PAUL, LA MALATTIA E UN CAMBIO DI TONO NECESSARIO
A fare da sfondo emotivo a tutto l’episodio c’è il peggioramento delle condizioni di Paul, che ora soffre di allucinazioni, un segnale inquietante dell’aggravarsi del Parkinson. Questo elemento aggiunge un peso specifico notevole alla puntata e contribuisce a spostare leggermente il baricentro della serie verso toni più cupi e maturi. Non è solo una questione medica, ma esistenziale. Paul è costretto a confrontarsi con la perdita progressiva di controllo sulla propria mente, mentre gli altri personaggi si interrogano su cosa significhi davvero prendersi cura di qualcuno.
È anche attraverso Paul che “Happiness Mission” sembra dichiarare apertamente la propria intenzione di cambiare passo. Shrinking non è più soltanto una serie sul lutto e sulle sue conseguenze immediate, ma diventa una riflessione più ampia sulla felicità possibile, imperfetta, fragile. Un cambio di rotta che appare necessario per evitare di ripetersi e che, almeno in questo episodio, funziona.
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“Happiness Mission” è un episodio di transizione che fa esattamente quello che deve fare. Chiude ciò che era giusto chiudere e prepara il terreno per una stagione che sembra voler parlare meno di dolore irrisolto e più di felicità possibile. Non è un episodio memorabile, ma è solido, onesto e coerente con l’identità di Shrinking. Ed è esattamente ciò di cui la serie aveva bisogno in questo momento.


