Sleep No More recensione

Monster Pabrik Rambut – Sleep No MoreTEMPO DI LETTURA 4 min

Monster Pabrik Rambut non è un disastro, ma nemmeno un piccolo cult da riscoprire. Sufficiente nel contesto che gli è stato concesso ma insufficiente se lo si valuta con l'occhio mainstream dello spettatore.
2
(1)

Film presentato in anteprima alla 76ª Berlinale berlinale logo

La proprietaria di una fabbrica, Maryati, sfrutta i propri dipendenti imponendo turni eccessivamente lunghi, attirandoli con incentivi per spingerli a dare priorità alla produttività e all’avidità rispetto al sonno. Putri è convinta che, proprio a causa di questo, sua madre, che lavorava in fabbrica, si sia suicidata. Sua sorella Ida, però, crede che la madre sia morta perché posseduta. Le due sorelle hanno un fratellino, Bona, nato con un dono speciale: le sue ferite guariscono rapidamente ogni volta che si fa male. Mentre le sorelle indagano sulla morte della madre, una figura spettrale in cerca di un corpo ideale cerca di approfittare del dono di Bona, mettendolo in pericolo.

La doverosa premessa prima di affrontare la visione e la recensione di Monster Pabrik Rambut – Sleep No More arriva sotto forma di domanda ed è la seguente: cosa ci si può aspettare da un film horror indonesiano a basso budget?
È la domanda che precede inevitabilmente la visione di Monster Pabrik Rambut – Sleep No More, passato nella sezione Berlinale Special Midnight della 76ª edizione. Perché qui le aspettative devono fare i conti con la realtà produttiva: meno di un milione di dollari, 50.000 euro arrivati dal World Cinema Fund e una produzione lontanissima dagli standard occidentali. Ed è proprio da questa consapevolezza che deve partire qualsiasi giudizio onesto.
Edwin, che firma regia e sceneggiatura e torna a Berlino a distanza di 14 anni dalla candidatura all’Orso d’Oro con Kebun Binatang – Posters From The Zoo, costruisce un horror che non ambisce mai davvero al grande spettacolo. E fa bene, perché non potrebbe permetterselo. Il film si lascia guardare senza troppe pretese, ma il primo problema emerge subito: 96 minuti sono troppi per una storia che fatica a sostenere la propria durata. L’idea di base è semplice e quasi folkloristica: una fabbrica che dà lavoro a un intero villaggio è infestata da un demone che uccide gli operai, e tutti lo sanno. Nessuno si ribella, nessuno scappa, nessuno si fa troppe domande. È un presupposto che (se proprio ci si vuole spingere a più livelli di analisi) può funzionare come allegoria sociale, ma che richiede una sospensione dell’incredulità molto generosa da parte dello spettatore.

Bona!!!

Il vero scoglio, però, arriva con i tre protagonisti, fratelli e sorelle, di cui uno possiede addirittura la capacità di rigenerare i propri arti mutilati. Una caratteristica che viene trattata come assolutamente normale dalle sorelle, senza stupore né spiegazioni.
È qui che il film chiede troppo senza offrire abbastanza. Non tanto per l’elemento soprannaturale in sé, che in un horror è più che lecito, ma per la totale assenza di costruzione narrativa attorno a questa abilità. Se il demone può essere letto come metafora dello sfruttamento in una fabbrica che riduce i lavoratori a schiavi sotto il controllo di una figura padronale quasi feudale, il potere rigenerativo resta sospeso in un limbo poco definito e che si potrebbe semplicemente definire come “creato ad hoc” perchè, fatalità, la fabbrica costruisce protesi. È un elemento che disorienta, specialmente per un pubblico occidentale poco abituato a certe dinamiche narrative e culturali del cinema indonesiano contemporaneo.
La CGI, inutile girarci intorno, è fragile. Ma sarebbe quasi ingiusto accanirsi su questo aspetto considerando il budget risicatissimo. Piuttosto, va riconosciuto a Edwin il merito di “giocare d’anticipo”, costruendo molte sequenze attraverso inquadrature studiate, ombre, suggerimenti visivi e montaggio ellittico che limitano l’esposizione diretta degli effetti digitali. È una scelta intelligente che dimostra consapevolezza dei propri limiti produttivi. Il problema è che la buona volontà registica non basta a compensare una scrittura che resta troppo dilatata e a tratti confusa. L’atmosfera funziona a intermittenza, ma manca una vera escalation di tensione che giustifichi l’etichetta “Midnight”.


Monster Pabrik Rambut – Sleep No More non è un disastro, ma nemmeno un piccolo cult da riscoprire. È un horror che va giudicato per ciò che è e per ciò che può permettersi di essere. Ha intuizioni interessanti e una regia più furba di quanto il budget suggerirebbe, ma resta un’opera che non riesce a trasformare le proprie limitazioni in vera forza creativa. Sufficiente nel contesto che gli è stato concesso ma insufficiente se lo si valuta con l’occhio mainstream dello spettatore.

TITOLO ORIGINALE: Monster Pabrik Rambut
REGIA: Edwin
SCENEGGIATURA: Edwin, Eka Kurniawan, Daishi Matsunaga
INTERPRETI: Rachel Amanda, Lutesha, Iqbaal Ramadhan, Didik Nini Thowok, Sal Priadi
DISTRIBUZIONE: Cinema
DURATA: 96′
ORIGINE: Indonesia, 2026
DATA DI USCITA:
presentato in anteprima alla 76ª Berlinale

Quanto ti è piaciuta la puntata?

2

Nessun voto per ora

Federico Salata

Fondatore di Recenserie sin dalla sua fondazione, si dice che la sua età sia compresa tra i 29 ed i 39 anni. È una figura losca che va in giro con la maschera dei Bloody Beetroots, non crede nella democrazia, odia Instagram, non tollera le virgole fuori posto e adora il prosciutto crudo ed il grana. Spesso vomita quando è ubriaco.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

No Good Men recensione film
Precedente

No Good Men