DTF St. Louis è una di quelle serie che si guarda a scatola chiusa perchè “vuoi non vedere una miniserie da sette episodi con Jason Bateman, David Harbour e in più prodotta da HBO“?
La risposta è ovviamente no, anche perché già il solo significato dell’acronimo DTF, cioè “Down To Fuck”, basta a far capire che non si sta parlando del classico crime patinato e senz’anima. Anzi, si sta parlando di una serie con una buona dose di dark humor che potenzialmente può virare inaspettatamente in qualsiasi direzione, sia dramedy che crime puro.
Il pilot ha il merito di impostare subito un’identità abbastanza precisa, anche se non del tutto a fuoco, e di far percepire un potenziale che per ora è più intuitivo che pienamente concretizzato.
UN PILOT CHE NON PARTE DAL CADAVERE E FA BENE A NON FARLO
La scelta narrativa più evidente del primo episodio è anche quella più interessante: non partire subito dal ritrovamento del cadavere, ma prendersi del tempo per costruire prima la dinamica tra i due protagonisti, ovvero tra Floyd Smernitch, il character interpretato da David Harbour, e Clark Forrest, il meteorologo interpretato da Jason Bateman. È una decisione che può spiazzare, soprattutto se si entra nella visione aspettandosi un classico whodunnit HBO già impostato come meccanismo a orologeria, ma è anche una scelta da rispettare perché prova a lavorare in maniera un po’ meno telefonata.
Il primo episodio dedica infatti gran parte del suo minutaggio a definire le situazioni familiari dei due protagonisti, il contesto da cui provengono e soprattutto il motivo per cui entrambi arrivano a scaricare quest’app chiamata DTF e a geolocalizzarsi a St. Louis.
In questo senso il pilot ragiona più da drama relazionale che da crime puro, quasi volesse guadagnarsi il diritto di passare poi all’indagine. Il problema è che questa costruzione, pur sensata, diventa anche leggermente anticlimatica quando la seconda parte della puntata si sposta di colpo due mesi nel futuro e il racconto cambia pelle, trasformandosi apertamente in una storia di omicidio e indagine. Il passaggio funziona sul piano dell’idea, molto meno su quello del ritmo, perché la cesura è netta e si percepisce.
BATEMAN E HARBOUR REGGONO TUTTO, MA IL RITMO ZOPPICA
Jason Bateman fa esattamente ciò che ormai gli riesce meglio: torna nel ruolo dell’uomo all’apparenza ordinario, quasi rassicurante, ma con qualcosa di opaco sotto la superficie. È un tipo di personaggio che si porta dietro da anni e che ormai maneggia con disarmante naturalezza, da Ozark fino al recente Black Rabbit, e anche qui il suo Clark Forrest vive di quell’ambiguità controllata che rende Bateman così efficace. Stavolta con l’aggiunta di un paio di occhiali molto da nerd.
David Harbour, invece, torna sul piccolo schermo dopo la fine di Stranger Things con un personaggio molto più introverso e chiuso, e proprio per questo interessante. Floyd Smernitch parla poco, comunica male e in più il fatto che lavori usando il linguaggio dei segni contribuisce a renderlo ancora più distante, quasi imprendibile.
La dinamica tra i due è quindi costruita su uno sbilanciamento evidente: Clark è il volto pubblico, il personaggio che sa stare nel mondo, mentre Floyd è uno che sembra vivere fuori asse, in un angolo del frame e della vita. È una coppia potenzialmente fortissima, ma il pilot la lascia quasi tutta in sospensione. Lo spettatore intuisce che tra i due sia successo qualcosa di rilevante nel lasso di tempo non mostrato e proprio questa omissione è chiaramente il gioco che la serie vuole fare con chi guarda.
Si vuole creare curiosità, si vuole alimentare il mistero, si vuole lasciare un buco che poi verrà riempito più avanti attraverso prospettive diverse. È un’idea che si può apprezzare ma che nel primo episodio finisce anche per depotenziare un po’ il coinvolgimento immediato, perché ciò che dovrebbe essere il cuore emotivo del pilot resta ancora troppo allusivo. In generale si percepisce che il ritmo non è ancora perfettamente a punto. La prima metà si dilata, la seconda corre di più, e il raccordo tra le due non ha ancora quella fluidità che una miniserie di questo tipo dovrebbe avere già dalla puntata iniziale.
UN “CRIMEDY” HBO
DTF St. Louis è difficile da inquadrare in maniera definitiva già da questo pilot, ed è forse proprio questo il suo lato più promettente essendo a metà tra un dramedy e un crime. Potremmo coniare il nuovo termine “crimedy”.
Da una parte è evidente che si stia andando verso un crime drama costruito attorno alla domanda più semplice e più efficace del mondo, cioè chi ha ucciso il character di cui non si può rivelare il nome per non fare spoiler? Dall’altra, però, c’è la chiara volontà di non farne subito un semplice meccanismo investigativo e di usare invece il tempo, i salti cronologici e le omissioni come parte stessa del racconto.
HBO continua a muoversi dentro territori che conosce benissimo e in cui il genere crime fa sempre da calamita. Qui però il tono è leggermente più strano, più obliquo, quasi più interessato alla zona grigia dei rapporti tra uomini adulti e delle loro fratture esistenziali che al delitto in sé.
È una strada intrigante ma richiederà una scrittura molto precisa per non trasformarsi in una semplice posa autoriale. A oggi il pilot non può ancora dirsi pienamente riuscito, ma ha abbastanza fascino e abbastanza mistero da trascinare lo spettatore verso la puntata successiva. E quando un pilot, pur imperfetto, ti fa venir voglia di continuare, vuol dire che qualcosa di importante è già riuscito a farlo.
| THUMBS UP 👍 | THUMBS DOWN 👎 |
|
|
Non è un pilot perfetto ma è abbastanza intelligente da non buttare subito tutte le carte sul tavolo e abbastanza intrigante da farti voler restare. E in un crime HBO, spesso, è già metà del lavoro.

