
Un finale doloroso, spirituale e imperfetto che chiude il viaggio di Rue tra fede, dipendenza e redenzione impossibile.
“In God We Trust”: in Dio confidiamo. È con questo titolo che Euphoria sceglie di congedarsi dal suo pubblico. Non con una festa, non con un ultimo eccesso, ma con una riflessione sul dolore, sulla fede e sulla possibilità della redenzione. L’ottavo episodio chiude definitivamente un percorso iniziato nel 2019 e lo fa con una durata cinematografica, un’ora e trenta minuti di commiato. Euphoria era iniziata con una nascita. Finisce con una morte. Nel pilot Rue veniva introdotta al mondo; sette anni dopo, Sam Levinson compie il movimento opposto. Tra questi due estremi la serie ha costruito tre stagioni dedicate alla ricerca disperata di una forma di salvezza.
LEVINSON CAMBIA PELLE
L’episodio si apre con un mulino a vento stagliato contro l’orizzonte e l’immensità del paesaggio americano: si capisce ancora di più ormai che Sam Levinson non è più interessato a raccontare l’adolescenza. Ora c’è un racconto che guarda al western, al crime drama, alla spiritualità e alla tragedia americana, qualcosa di molto diverso dalla serie che aveva conquistato una generazione. Levinson ha trovato una tesi potente, ma per arrivarci ha sacrificato ciò che rendeva unica la sua creatura.
Ed è proprio qui che emerge il limite più evidente di questa terza stagione. Nata come un’opera capace di osservare il disagio giovanile attraverso un’estetica iper-riconoscibile, una colonna sonora identitaria e personaggi straordinariamente contemporanei, la terza stagione ha progressivamente allargato il proprio raggio d’azione fino a perdersi, dimenticando parte della propria natura. Questo finale ne è la manifestazione più evidente: “un po’ bello, un po’ confuso, affascinante”. Ma anche estremamente ambizioso.
Più che un episodio conclusivo, “In God We Trust” appare come un film contaminato da suggestioni diverse. E così western moderno, criminalità organizzata, DEA, melodramma e parabola religiosa convivono nello stesso racconto con la sensazione costante che Levinson abbia tentato di chiudere contemporaneamente opere diverse. Alcune intuizioni colpiscono nel segno, altre restano sospese. E mentre per tutta la stagione si è cercato di ampliare l’orizzonte, di stupire e rendere contemporanea Euphoria, personaggi come Rue e Cassie finiscono per essere schiacciati dal peso delle rispettive storyline, vicende che avrebbero meritato maggiore autonomia e approfondimento. Rimane la sensazione che, oltre a questo, al riguardo Sam Levinson non abbia molto altro da dire.
Resta così un finale dolceamaro, affascinante e imperfetto, che non è riuscito a trovare un equilibrio tra ciò che Euphoria è stata e ciò che avrebbe potuto diventare. Una tensione che resterà irrisolta.
QUANDO FINISCE L’EUFORIA
Quando finisce l’euforia? Non quando finiscono le droghe, il sesso o gli eccessi. Finisce quando arrivano le conseguenze. Se le prime due stagioni avevano raccontato la dipendenza come esperienza, vertigine e fuga dalla realtà, questa terza stagione sceglie di mostrarne il conto da pagare. Un cambiamento che attraversa tutti i personaggi.
Rue non è più soltanto una tossicodipendente in cerca della prossima dose, ma una ragazza intrappolata in un meccanismo criminale più grande di lei. Cassie continua a inseguire la propria immagine fino a trasformarla in una prigione. Maddie scopre che la corazza dietro cui si è nascosta per anni non basta più a proteggerla. Persino Lexi, da sempre osservatrice del mondo altrui, è costretta a confrontarsi con i limiti della propria visione morale.
In questo senso la morte di Rue rappresenta il punto di arrivo più coerente della stagione, una conclusione brutale e inevitabile. Dopo aver inseguito per anni una forma di salvezza attraverso le persone, come Jules, le sostanze e perfino la fede, Rue finisce vittima proprio di quella dipendenza che non è mai riuscita a lasciarsi alle spalle. Alamo non la uccide direttamente. Le offre semplicemente ciò che desidera di più, trasformando la sua fragilità nell’arma definitiva. È una sequenza scioccante non tanto per la morte in sé, quanto per la sua banalità. Nessun sacrificio eroico, nessuna redenzione spettacolare. Solo un divano, del Percocet contaminato con il fentanyl e una ragazza che perde ancora una volta la battaglia contro sé stessa.
E poi c’è Fezco. Non appare quasi mai, eppure la sua presenza attraversa l’episodio come un fantasma. La scelta di richiamarlo nel finale assume inevitabilmente un peso ulteriore alla luce della morte per overdose di Angus Cloud nel 2023.
RUE CORRE ANCORA
Non è semplice guardare questo episodio finale. La corsa disperata di Rue nel deserto è una delle immagini più potenti dell’intera stagione e forse dell’intera serie, e sembra condensare il percorso del personaggio. C’è qualcosa di profondamente simbolico in quella ragazza che corre verso l’orizzonte, che è convinta di poter trovare la salvezza, ma che improvvisamente viene catturata con un lazzo.
Rue ha sempre corso: verso le droghe, verso Jules, verso nuove possibilità. Ha corso per sfuggire dal dolore e da sé stessa. Ma qui corre per salvarsi, corre per restare viva, dopo aver intravisto una flebile speranza. In un fienile, proprio come nella premiere, quando, in fuga dal confine, trova una casa in Texas e in un fienile le viene offerto un bicchiere di latte. Ora Rue crede di avercela fatta, ma poi qualcosa la trascina indietro. Il lazzo che la blocca non è soltanto uno strumento narrativo, ma la materializzazione di tutto ciò da cui Rue non è mai riuscita a liberarsi davvero: le dipendenze, il senso di colpa, il bisogno costante di essere salvata da qualcuno.
E Rue continua a correre, anche quando sa che non esiste una destinazione capace di risolvere il suo dolore.
I SOPRAVVISSUTI
Se Rue rappresenta la tragedia, gli altri personaggi incarnano il dopoguerra. Cassie, Maddie e Jules sopravvivono, ma nessuna di loro esce davvero indenne dagli eventi. Cassie, archiviato il capitolo Nate, continua a trasformare la propria immagine in una merce, rifugiandosi in una performance che ormai coincide con la sua identità.
Maddie sceglie invece il compromesso, accettando una vita che assomiglia più a una tregua che a una vittoria. Jules resta immobile davanti al ricordo. Il suo screentime è ridotto al minimo, ma le immagini che dipinge raccontano ciò che attraversa la sua mente in quel momento: Rue tra le fiamme, Rue che rimane, Rue che continua a esistere anche dopo la sua scomparsa. E Jules diventa l’ultima custode della sua memoria.
VENDETTA E REDENZIONE
La morte di Rue lascia un vuoto che Ali non riesce ad accettare. Non è l’unica vittima del fentanyl che attraversa questa stagione ed è significativo, in questo senso, il discorso pronunciato da Ali durante l’ultima riunione: il fentanyl non è soltanto una droga, ma il simbolo di un sistema che genera profitto attraverso la dipendenza e la morte. Di fronte a una tragedia così grande e impersonale, Ali sceglie la risposta più antica e istintiva possibile: la vendetta.
La sequenza ambientata al Silver Slipper è probabilmente la più apertamente western dell’intera stagione. Ali entra armato, vestito da militare, attraversa il locale come un uomo che non ha più nulla da perdere e grida il nome di Alamo. Il successivo duello d’onore, con la spogliarellista Kitty che fa rotolare la bottiglia sul bancone e i due uomini pronti a sparare, trasforma il locale in una frontiera contemporanea dove Levinson sostituisce il deserto con lo strip club.
Eppure il momento più interessante arriva dopo. Ali ottiene ciò che voleva: Alamo muore, Rue è vendicata ma nulla cambia davvero. La morte dell’antagonista non restituisce la protagonista, non cancella il dolore. Per questo la vendetta non coincide mai con la redenzione. Ali può eliminare il responsabile della morte di Rue, ma non può salvare sé stesso. Quando lascia il Silver Slipper non sembra un uomo liberato. Sembra piuttosto un uomo che ha esaurito l’ultima ragione per continuare a combattere.
IN GOD WE TRUST
La fede è stata il vero leitmotiv della stagione. La Bibbia letta, ascoltata da Rue in cassetta, citata nei dialoghi e persino sognata. Non come strumento di evangelizzazione, ma come linguaggio attraverso cui interpretare il dolore. Quando le droghe, l’amore e persino la vendetta falliscono, Euphoria torna continuamente alla stessa domanda: come si continua a vivere dopo una perdita?
È una domanda che attraversa tutto il finale e che trova la propria formulazione più chiara nella conversazione tra Lexi e Cassie. Com’è la Bibbia? “Un po’ bella, un po’ confusa, affascinante”. Una definizione che dialoga con il percorso già tracciato nella sesta puntata, dove la simbologia religiosa aveva iniziato a prendere definitivamente il controllo della stagione.
Lexi non offre soluzioni, non propone verità assolute e non pretende di spiegare il mondo. Fa qualcosa di più onesto: accetta l’incertezza. Per la prima volta uno dei personaggi più razionali della serie si trova costretto a confrontarsi con qualcosa che non può controllare né comprendere fino in fondo. Le persone muoiono, se ne vanno, cambiano. Le vite si spezzano e gli altri continuano comunque ad andare avanti.
L’ULTIMO ORIZZONTE
La terza stagione di Euphoria si conclude nello stesso luogo in cui si era aperta: una fattoria dispersa nel Texas. È lì che Ali decide di andare, inseguendo un ultimo legame con Rue. Quel luogo, gli aveva raccontato lei stessa, era stato l’unico in cui si fosse sentita davvero in pace. Nella quiete di quel posto, alla tavola della famiglia che l’aveva accolta, Ali rivede Rue. E Rue sorride.
Una bandiera americana, a pieno pennone, sventola nel vento. Non è a mezz’asta. Le staccionate delimitano un piccolo angolo di serenità in mezzo al nulla. È una conclusione che riporta Euphoria là dove era arrivata dopo tre stagioni di fughe, dipendenze, violenza e ricerca disperata di una salvezza: all’idea che la pace non coincida necessariamente con la felicità e che la redenzione non cancelli il dolore. E, nonostante tutto, si va avanti.
La fede non ha evitato la sofferenza dei personaggi, non ha portato indietro Rue e non ha guarito le ferite di chi è rimasto, ma ha dato un significato all’andare avanti. E così Euphoria chiude il proprio viaggio guardando ancora una volta verso l’orizzonte. Lo stesso orizzonte che Rue ha inseguito per tutta la vita, dopo una stagione che, come già evidenziato nella recensione di Euphoria 3×07, ha portato tutte le trame verso un nodo tragico e inevitabile.
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