
Paolo Strippoli trasforma la protezione dei figli in una spirale di violenza, costruendo un horror familiare e soprannaturale tra i più interessanti di Venezia 83.
Sinossi
Una donna si presenta improvvisamente a casa della propria figlia per confessarle la verità sulla loro famiglia, segnata da un patto stretto molti anni prima con una misteriosa estranea. Un segreto custodito per vent’anni che ora torna a reclamare il proprio prezzo.
Nome ormai familiare alla Mostra dopo la presentazione fuori concorso di La Valle Dei Sorrisi a Venezia 82, Paolo Strippoli torna al Lido facendo un ulteriore passo avanti: L’Estranea entra direttamente nel concorso principale dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Il regista continua così un percorso personale all’interno del cinema di genere italiano iniziato anche con A Classic Horror Story, cambiando ancora una volta ambientazione e registro. Dalle comunità isolate della Calabria e delle Alpi si passa alle realtà più urbanizzate di Roma e Bari.
L’intento rimane però riconoscibile: cercare il male dietro luoghi e dinamiche apparentemente rassicuranti. Questa volta il terreno dell’orrore è quello che dovrebbe rappresentare per eccellenza protezione e sicurezza: la famiglia.
LA SPIRALE
Mai titolo internazionale fu forse più azzeccato: fuori dall’Italia L’Estranea viene infatti presentato come The Spiral. Ed è proprio una spirale di violenza quella in cui precipita Anna Colonna, interpretata da Jasmine Trinca, quando la figlia Alice rischia di perdere una gamba dopo essere stata aggredita dal cane di famiglia.
I Colonna appartengono alla Bari benestante. Il padre Walter, interpretato da Adriano Giannini, è un imprenditore di successo, mentre i figli Tobia e Alice sembrano avere davanti a sé un futuro già perfettamente costruito. Lui punta al calcio, lei alla recitazione. Proprio per festeggiare un importante risultato ottenuto da Alice, la famiglia organizza un grande ricevimento nella propria villa.
È durante quella festa che tutto crolla. Il cane Zuppa attacca improvvisamente Alice e la ragazza viene ricoverata con il rischio concreto di conseguenze gravissime. Nella cappella dell’ospedale Anna incontra allora una misteriosa Estranea, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, che le assicura che sua figlia guarirà. Il prezzo, però, è semplice quanto terrificante: ogni sofferenza evitata dovrà necessariamente essere trasferita su qualcun altro.
Prende così forma una spirale di ricompense e punizioni nella quale il desiderio apparentemente più comprensibile di tutti – proteggere i propri figli dalla sofferenza – si trasforma progressivamente nella causa stessa del male.
UN FAUST BARESE
La struttura richiama inevitabilmente una rilettura contemporanea, e fortemente italiana, del Faust di Goethe. Al centro non c’è però l’ambizione intellettuale o il desiderio di potere, bensì qualcosa di molto più quotidiano e quindi forse ancora più inquietante: l’ossessione di una madre per il benessere dei propri figli.
Anna è contemporaneamente amorevole, attenta e profondamente iperprotettiva e perfezionista. Il problema nasce quando la paura di vedere soffrire i figli diventa l’illusione di poter governare completamente il loro destino. Ogni nuovo ostacolo genera quindi un altro patto con l’Estranea, finché la protagonista non è più in grado di distinguere la protezione dal controllo.
L’Estranea diventa così una sorta di Mefistofele al femminile, perfettamente incarnato dall’energia volutamente sopra le righe di Valeria Bruni Tedeschi. Un personaggio capace di entrare in sintonia con ansie e desideri della protagonista invece di limitarsi a rappresentare un’entità apertamente malvagia.
Il film è del resto costruito soprattutto attorno ai suoi personaggi femminili. Accanto a Trinca e Bruni Tedeschi trova spazio anche un’intensa Romana Maggiora Vergano, già vista su Recenserie nella miniserie Portobello, qui nei panni di Alice adulta. La genitorialità viene così ribaltata: ciò che dovrebbe proteggere i figli finisce per imprigionarli dentro le paure dei genitori.
UN HORROR SOLARE
A distinguere L’Estranea è anche il comparto tecnico. La fotografia di Cristiano Di Nicola costruisce un efficace contrasto tra la solarità del paesaggio meridionale e l’oscurità morale che progressivamente emerge dietro la facciata della famiglia Colonna.
Le musiche originali sono firmate da ROB, alias Robin Coudert, ma Strippoli sfrutta anche brani pop perfettamente riconoscibili. Tra questi Narcotic dei Liquido e soprattutto Nessuno dei Baustelle, utilizzati per accentuare ulteriormente lo scontro tra quotidianità familiare e deriva soprannaturale.
La pellicola comincia quasi come un thriller psicologico e lentamente si trasforma in un horror sempre più esplicito, fino a una conclusione quasi da survival apocalittico ed ecologista, nella quale il diluvio diventa contemporaneamente distruzione, punizione e possibile purificazione.
L’Estranea non è un film perfetto, ma rappresenta una delle proposte più originali viste finora a Venezia 83 e un’ulteriore conferma della personalità di Paolo Strippoli. Un horror che usa il soprannaturale per parlare di famiglia, controllo, genitorialità e dell’impossibilità di eliminare completamente il dolore dalla vita. Un THANK decisamente meritato.








