
Samuele Rossi trasforma la Resistenza in un survival storico fisico e claustrofobico, raccontando la guerra attraverso la solitudine e la lotta quotidiana per restare vivi.
Sinossi
Inverno 1944. Dopo essere sopravvissuto a un’imboscata che ha decimato la sua brigata, il giovane partigiano Gio raggiunge un rifugio sulle montagne. Rimasto progressivamente solo, riceve l’ordine di presidiare l’avamposto fino alla ripresa dei combattimenti in primavera. Inizia così una lunga lotta contro freddo, fame, paura e una guerra la cui presenza continua ad avvicinarsi senza mai concedergli tregua.
Accanto alle sezioni ufficiali della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia esistono le Giornate degli Autori, rassegna autonoma e parallela promossa da ANAC e 100autori che da oltre vent’anni porta al Lido opere capaci di muoversi con maggiore libertà rispetto alle logiche del concorso ufficiale.
Tra gli Eventi Speciali dell’edizione 2026 trova spazio Se Venisse Anche L’Inferno, nuovo film di Samuele Rossi, regista che dopo diversi anni dedicati soprattutto al documentario torna alla finzione con una storia ambientata nell’inverno del 1944, durante una delle fasi più difficili della Resistenza italiana.
Il film non cerca però di ricostruire un singolo episodio storico in maniera didascalica. Rossi utilizza il personaggio di Gio per trasformare la guerra in un’esperienza quasi esclusivamente fisica: fame, freddo, paura, isolamento e necessità di sopravvivere diventano molto più importanti delle strategie militari.
Una scelta che permette a Se Venisse Anche L’Inferno di distinguersi da altre rappresentazioni cinematografiche della Seconda Guerra Mondiale, come il più spettacolare Freaks Out. Qui non interessa costruire eroi larger than life, ma seguire un singolo uomo mentre cerca semplicemente di arrivare vivo al giorno successivo.
SALVATE IL PARTIGIANO GIO
La storia segue Gio, giovane partigiano interpretato da Luca Tanganelli, già apparso in Una Questione Privata. Dopo un’imboscata delle truppe naziste che stermina quasi completamente la sua brigata, Gio riesce a raggiungere un rifugio partigiano apparentemente abbandonato.
Al suo interno incontra Adelmo, interpretato da Stefano “Cisco” Bellotti, storico cantautore ed ex voce dei Modena City Ramblers qui alla sua prima esperienza cinematografica. È lui a spiegargli la situazione: l’avanzata alleata si è fermata, l’inverno ha congelato il fronte e il rifugio deve rimanere operativo fino alla ripresa dei combattimenti in primavera.
Quando anche Adelmo viene ucciso, la missione passa completamente sulle spalle di Gio. Non c’è più una brigata, non esiste praticamente una comunità sulla quale fare affidamento e ogni incontro può trasformarsi tanto in una possibilità di salvezza quanto in una minaccia.
Da questo momento Se Venisse Anche L’Inferno smette quasi di essere un classico film storico e comincia ad assumere la struttura di un survival. L’obiettivo del protagonista non è conquistare una posizione o vincere una battaglia: è semplicemente sopravvivere all’inverno.
UN SURVIVAL HORROR STORICO
È proprio questa trasformazione a rappresentare l’elemento più interessante del film. Se Venisse Anche L’Inferno assume progressivamente i contorni di un vero e proprio survival horror storico, costruito attraverso un climax nel quale gli ostacoli affrontati da Gio diventano sempre più difficili e imprevedibili.
Freddo, fame e isolamento sostituiscono progressivamente la guerra convenzionale. Anche quando arrivano gli attacchi dei nazisti e dei repubblichini, Rossi sceglie intelligentemente di non mostrare quasi mai direttamente il nemico. La minaccia esiste soprattutto attraverso spari, rumori, grida fuori campo e la consapevolezza che qualcuno possa comparire in qualsiasi momento.
È una scelta che aumenta enormemente il senso di vulnerabilità. Il protagonista non possiede mai una visione completa di ciò che accade attorno a lui e lo spettatore è costretto a condividere la stessa limitazione.
Anche dal punto di vista tecnico emerge chiaramente il passato documentaristico di Samuele Rossi. La regia utilizza piani sequenza, long take e un dispositivo mobile stabilizzato, mentre il formato 4:3 restringe ulteriormente lo spazio attorno al protagonista e contribuisce alla sensazione claustrofobica.
La macchina da presa segue Gio quasi fosse il soggetto di un reportage, rimanendo vicina al suo corpo e alle sue reazioni. Il risultato è un film che racconta la guerra molto meno attraverso le parole che attraverso la fatica fisica dell’uomo che la sta attraversando.
UN VIAGGIO NELL’ORRORE
Se Venisse Anche L’Inferno funziona quindi anche come una sorta di odissea personale. Ogni personaggio incontrato da Gio lungo il percorso rappresenta una diversa conseguenza della guerra: chi ha perso qualcuno, chi cerca di sopravvivere, chi continua a credere nella causa e chi sembra ormai aver perso qualsiasi fiducia nel prossimo.
Il riferimento quasi conradiano diventa evidente proprio in questa progressiva discesa nell’oscurità. La guerra non viene descritta soltanto come scontro fra eserciti o ideologie, ma come una condizione capace di trasformare radicalmente ogni relazione umana.
La natura stessa diventa parte di questo meccanismo. I boschi, la neve e le montagne potrebbero rappresentare un rifugio, ma vengono filmati come luoghi ostili nei quali l’essere umano appare costantemente fuori scala. La fotografia di Marco Minghi sfrutta bene questa contraddizione, alternando la bellezza del paesaggio alla sensazione che quello stesso spazio possa uccidere Gio in qualsiasi momento.
È interessante anche il modo in cui il film evita di trasformare automaticamente qualsiasi incontro in una dichiarazione programmatica. La dimensione politica rimane inevitabile, ma passa soprattutto attraverso ciò che accade concretamente ai personaggi.
SOPRAVVIVERE ALL’INFERNO
È proprio questa prospettiva a permettere a Samuele Rossi di raccontare la Resistenza senza trasformare il film in una semplice ricostruzione scolastica. Il contesto storico è preciso – inverno 1944, Linea Gotica, avanzata alleata bloccata e repressione nazifascista – ma l’interesse principale rimane sempre l’esperienza umana di chi si trova intrappolato dentro quella situazione.
Gio continua ad andare avanti perché possiede una missione e perché rimane legato a un sistema di valori che gli impedisce di abbandonarla. Non viene rappresentato come un eroe invulnerabile: soffre, ha paura, commette errori e in diversi momenti sembra semplicemente arrivato al limite delle proprie possibilità.
Proprio per questo la componente survival non entra mai realmente in conflitto con quella storica. Al contrario, diventa lo strumento con cui Rossi prova a rendere più immediato e fisico un periodo che rischia spesso di essere ricordato soltanto attraverso date, battaglie e grandi eventi.
Anche il titolo nasce da questa idea di resistenza estrema: Se venisse anche l’inferno deriva da un adattamento partigiano del canto alpino Su pei monti vien giù la neve, nato durante la Prima Guerra Mondiale e successivamente entrato nella tradizione della Resistenza.
Se Venisse Anche L’Inferno riesce così a essere contemporaneamente film storico, survival e racconto sulla memoria. Samuele Rossi costruisce un’opera fisica e tesa che merita pienamente il THANK.








