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Freak Out - Recensione
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Freaks Out

Mainetti e Guaglianone dimostrano coraggio nel liberare il potenziale del cinema italiano, con la sua infinita tradizione artistica nonché tecnica, da troppo tempo rimasta sopita.

Nella Roma del 1943, quattro “freaks” dai poteri soprannaturali lavorano in un circo gestito da Israel, che la notte prima della loro fuga in America sparisce nel nulla. Senza il loro capo a guidarli, Matilde, Cencio, Fulvio e Mario si sentono abbandonati e cercano una via di fuga dalla città occupata dai nazisti.

 

Quanto è passato da Lo Chiamavano Jeeg Robot e da quel 2016 che sembrava l’anno della rinascita del cinema italiano, col genere tornato nuovamente in auge, tra pubblico e critica, rafforzato poi dalla geniale analisi sociale di Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese e dal rombo di motori di Veloce come il vento di Matteo Rovere. Cinque anni, una pandemia di mezzo, eppure quei celebrati exploit sembrano essere rimasti degli incredibili casi isolati. L’apertura nazionale alla “rivoluzione del genere” ha registrato un ristretto seguito, ancor meno lo hanno avuto i soprannominati spaghetti cinecomic, di brevissima vita. Anche gli eventuali nuovi nomi emergenti sono rimasti pressoché i medesimi.
Certo, la Groenlandia di Rovere è cresciuta sempre di più a livello produttivo (vedasi l’ultima grande impresa dell’Incredibile storia dell’Isola delle Rose), ma Il Primo Re non ha entusiasmato il pubblico, tanto meno il box-office. Simile sorte, in forme diverse naturalmente, toccata a Genovese e al suo pur di ottima fattura The Place, datato già 2017. Lo sceneggiatore Guaglianone è salito sì alla ribalta nelle produzioni casalinghe, firmando perlopiù numerose (e spesso di riconoscibile valore) commedie brillanti.
Intanto l’astro nascente Mainetti, dopo la richiesta incessante della massa di un possibile Continuavano a chiamarlo Jeeg Robot, avviava una macchina produttiva che ha portato ritardi, rumors e morbose curiosità. Freaks Out è diventato, col tempo, atteso come un blockbuster della Marvel. Perché solo lui e il fidato amico/compagno in scrittura potevano (di nuovo) “salvare il genere” nel nostro cinema. Dopo rinvii infiniti, tra festival (il film era in listino già nel 2019 a Torino) e distribuzione in sala (annunciata per ottobre dell’anno scorso, poi naturalmente posticipata per forze maggiori), Freaks Out è finalmente arrivato, dopo un passaggio alla Mostra del Cinema di Venezia (stavolta meno sfolgorante del predecessore, va riconosciuto), con tutto l’enorme carico di responsabilità e hype creatisi col tempo. Come spesso accade in questi casi, un investimento che non sempre dà buoni frutti, in un senso o nell’altro, visto che ai delusi fanno eco quelli che invece già parlano di ennesima svolta. In mezzo c’è poi magari chi riesce a goderselo per com’è, senza le (anche giuste) sovrastrutture del caso: un bellissimo film.

Tu sei speciale, ragazzi’!

MIRACOLO A ROMA


Con i suoi 12 milioni di euro di budget, l’imponente sforzo produttivo è reso ben visibile dall’altissimo livello di regia e fotografia, oltre che di tutti gli altri reparti tecnici, dalla scenografia ai costumi. Tanto da elevare a dismisura il peregrinare dei quattro protagonisti, in un viaggio meraviglioso e incantevole da guardare, di una portata talmente elevata da rappresentare già di per sé un unicum nel nostro cinema. Perché se maestranze e creatività sono da sempre un fiore all’occhiello del nostro cinema, quello che è spesso mancato alle grosse produzioni negli ultimi anni è l’ambizione, non solo a livello materiale, ossia di puro impegno economico, ma proprio spirituale, quel “sognare in grande” che invece dovrebbe appartenere di base al linguaggio della settima arte.
Un approccio disincantato che non a caso è proprio del cinema di riferimento dell’accoppiata Mainetti&Guaglianone, ossia quello dei due ragazzi terribili della new hollywood americana, Lucas&Spielberg. Gli omaggi espliciti non mancano, da E.T. a Indiana Jones, specie dell’ultimo, dove l’ambientazione nella seconda guerra mondiale dà libero sfogo a quella cara e tanto funzionale divisione manichea tra gli eroi e i “cattivissimi” nazisti, sfociando in un inseguimento (rovesciato) in side-car del Terzo Reich a rendere ancor più gustoso il “gioco” citazionista. Ma come già Jeeg Robot aveva insegnato, i due “ragazzi romani” non si fermano certo, neanche stavolta, ad una superficiale emulazione e l’avventura dei Freaks è comunque sempre immersa nel contesto nazionale, tanto da un punto di vista cinematografico (vedasi un tocco di western di salsa leoniana, altro grande riferimento del duo), quanto storico, dove emerge l’aggiunta dei partigiani a far da variabile impazzita nella trama. Variabile impreziosita dall’irresistibile special guest d’eccezione, ossia quel Max Mazzotta che i meno giovani ricorderanno per Paz! e la sua iconica analisi di Apocalypse Now.
Perché se è pur vero che il cinema di Mainetti guarda tanto al cinema statunitense, è altrettanto lampante (e spesso sottovalutato, specie nelle sceneggiature di Guaglianone) l’attaccamento alla tradizione italiana. A partire dal genere che abbiamo saputo elevare più di tutti, quello della commedia, sorretta brillantemente, nelle sue diverse forme e varietà, dal comparto maschile dei Freaks protagonisti, in cui se Claudio Santamaria è la solita sicurezza, Pietro Castellitto conferma la buona stella che sta illuminando (si perdoni il facile gioco retorico col suo “potere”) il suo inizio di carriera. Ma è l’eredità dei grandi maestri del passato, dei Fellini e dei De Sica, l’aspetto più riconoscibile e incisivo della messa in scena di Mainetti. La magica atmosfera che accompagna il cammino per le vie romane di Matilde, Cencio, Fulcio e Mario, arriva quindi direttamente da quella favola moderna e metropolitana, da quel poetico contrasto con le tragedie della guerra sullo sfondo, che tanti immortali capolavori ha saputo regalarci.

“IO VOJO FA’ ‘R BOTTO”


Freaks Out è quindi un film che fa del “non accontentarsi” il suo marchio di fabbrica, basti pensare ai continui ritardi, pre-pandemia, causati dalla sua lunga post-produzione. E il risultato, a lavoro finito, li giustifica meravigliosamente, mostrando un livello davvero mai visto nel nostro cinema e che vale assolutamente la visione in sala, raddoppiando perciò il suo valore dato il momento storico attuale. L’opera di Mainetti, quindi, non si fa mancare nulla, nemmeno qualche caduta di tono, specie nella sua parte centrale. Tra fughe e rapimenti, il corso della trama un po’ s’inceppa attraversando una lunga fase di stanca, per quanto possa giovarne la caratterizzazione e il percorso dei protagonisti, in particolare quello in solitaria di Matilde. Una frazione troppo in bilico tra un indomito osare, nel suo allargare il focus narrativo ad universo più grande, e l’eccessiva aderenza a certi schemi narrativi, che ne appiattiscono l’avventura.
In tal senso, il villain Franz ne è il perfetto esempio. Il soldato nazista, ripudiato dall’esercito per le sei dita con cui adesso allieta al piano il pubblico europeo, durante gli spettacoli del circo itinerante che dirige (e che usa, in realtà, per trovare i suoi “simili”), rappresenta perfettamente le due facce del film. Funziona, per esempio, ancora il legame con la musica, proprio come accadeva con lo Zingaro di Luca Marinelli. Qui l’idea volendo è addirittura più estrema e geniale, oltre che di forte impatto, con la sua componente surreale della “preveggenza”, che gli permette di suonare in forma anacronistica celebri brani dei Radiohead e dei Guns ’N Roses (una specifica “visione” che, a quanto racconta il regista, è stato il vero punto di partenza del personaggio). Funziona molto meno, però, il lato più narrativo: pur con una buona presentazione, un background coerente e sottile (un villain che però è un freak, proprio come lo sono i protagonisti), fino ad uno sviluppo umano e significativo, sono le sue azioni all’interno della storia a risultare poco convincenti, se non ripetitive. Arrivando, in tal maniera, ad influire su tutta la trama, che giunge al suo decisivo punto di non ritorno in maniera più confusionaria e forzata del necessario, rappresentando forse l’unico vero punto debole dell’opera.

Il mio non è un dono, è una maledizione!

“I’M A WEIRDO”


E proprio come accade nell’ultimo atto, che si basa sul ricongiungimento dei Freaks e sul loro trovare un posto nel mondo insieme, così anche il film stesso si nutre della forza della loro unione. È qui che la sua celebrazione della diversità raggiunge una potenza più significativa, non riducendosi solo a un divertissement su degli “X-Men nella seconda guerra mondiale”, come in molti possono averlo subito banalizzato, ma degli emarginati (con dei superpoteri, certo) perseguitati nell’epoca più oscura della storia, quella in cui la diversità veniva osteggiata nella maniera più brutale e cinica possibile (d’altronde, per ritornare ai mutanti di Stan Lee, è da qui che risalgono non caso le origini di Magneto). E la rivalsa dei protagonisti, nonché dello stesso villain, è resa ancor più epica e stupefacente proprio da quell’ambizione senza limiti del suo autore, sorretto inoltre da un comparto tecnico senza precedenti.
Perciò va indubbiamente premiata la diversità di Freaks Out nel panorama nazionale, che vince la sua battaglia personale contro il complesso di inferiorità nei confronti dell’industria fuori dai nostri confini. L’arco di Matilde diventa lo specchio del cinema italiano, col suo sentirsi sperduta fuori dal Circo “Mezzapiotta”, pur avendo un enorme potenziale, che però auto-limita per paura, di osare, di rovinarsi, di non reggere il confronto. Mainetti e Guaglianone, insieme, dimostrano allora il coraggio della propria protagonista di liberare il potenziale del nostro cinema, con la sua infinita tradizione artistica nonché tecnica, da troppo tempo rimasta sopita. E proprio come per Matilde e i suoi compagni freaks, quando questo accade, è uno spettacolo incredibile e indimenticabile.


La seconda opera è sempre quella più difficile, si sa. Dopo un esordio che ha stupito e scosso tutto un movimento, Freaks Out mette in chiaro e inquadra perfettamente dove Mainetti vuole andare a parare col suo cinema. Ed è una direzione più “luminosa” (scusate ancora) che mai. Solo il tempo valuterà il suo reale impatto sull’intera “industria che non c’è” nazionale e, visti i già citati precedenti, meglio andarci cauti in tal senso. Una cosa è certa: la curiosità nel voler vedere cosa lui e Guaglianone avranno in mente per la loro prossima avventura è già molta, avendo già il merito di infondere una sensazione che purtroppo nei nostri lidi è stata affidata per troppo tempo sempre ai soliti pochissimi nomi. E se il genere è morto, viva il genere!

 

TITOLO ORIGINALE: Freaks Out
REGIA: Gabriele Mainetti
SCENEGGIATURA: Nicola Guaglianone, Gabriele Mainetti
INTERPRETI: Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo, Pietro Castellitto, Giancarlo Martini, Giorgio Tirabassi, Max Mazzotta, Franz Rogowski
DISTRIBUZIONE: 01 Distribution
DURATA: 141′
ORIGINE: ITALIA, BELGIO 2021
DATA DI USCITA: 28/11/2021

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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