
La satira climatica di Iñárritu con Tom Cruise è un'opera ambiziosa, divisiva e più interessante nei suoi picchi che nella sua tenuta complessiva.
Sinossi
Digger Rockwell, descritto come l’uomo più potente del mondo, scatena accidentalmente una catastrofe ambientale di proporzioni globali. Mentre una gigantesca massa di ghiaccio minaccia le coste europee, il magnate intraprende una frenetica corsa contro il tempo per trasformare la propria responsabilità in una prova di eroismo e presentarsi come il salvatore dell’umanità.
Digger è il tipo di film che può dividere con estrema facilità: nasce da ambizioni enormi, mette insieme alcuni dei nomi più importanti del cinema contemporaneo e sceglie deliberatamente di complicare una premessa che, in apparenza, sembrerebbe appartenere al più classico dei disaster movie. Iñárritu non vuole semplicemente raccontare una catastrofe, ma usare la catastrofe per parlare del modo in cui gli esseri umani costruiscono, deformano e vendono la propria realtà.
Il risultato è irregolare, spesso eccessivo, ma difficilmente anonimo.
UN PROGETTO ENORME TRA IÑÁRRITU E TOM CRUISE
Alejandro González Iñárritu torna al cinema in lingua inglese per la prima volta dai tempi di The Revenant (2015) con Digger, sottotitolato A Comedy of Catastrophic Proportions, presentato in anteprima mondiale a Londra il 22 settembre 2026 e arrivato nelle sale italiane il 1° ottobre, un giorno prima dell’uscita statunitense e britannica distribuita da Warner Bros. Pictures. Alla sceneggiatura, oltre allo stesso Iñárritu, figurano i veterani di Birdman Nicolás Giacobone e Alexander Dinelaris Jr., insieme a Sabina Berman, mentre Jez Butterworth è accreditato per il soggetto. A produrre, insieme a Iñárritu, sono Tom Cruise e Mary Parent.
La genesi del progetto racconta già molto delle ambizioni che lo attraversano. Iñárritu ha dichiarato di aver concepito l’idea di Digger subito dopo aver completato The Revenant, nel 2015, salvo accantonarla per dedicarsi al suo film più personale, Bardo (2022). Il coinvolgimento di Cruise è invece più recente: l’attore è stato ufficialmente scritturato nel febbraio 2024, pochi mesi dopo aver firmato un accordo con Warner Bros. Discovery per sviluppare e produrre film destinati alle sale. Non è un caso isolato nella carriera di Cruise, che nei mesi precedenti aveva più volte espresso pubblicamente la propria ammirazione per il cinema di Iñárritu, ricordando di aver visto Amores perros al suo esordio, venticinque anni prima.
Tra le curiosità produttive spicca anche il titolo di lavorazione del film, inizialmente pensato come Blah, Blah, Blah: lo ha rivelato lo stesso regista, spiegando come quella frase racchiudesse già il tema portante dell’opera, ovvero il potere del linguaggio di distorcere la percezione della realtà. Sul fronte del cast, per trasformarsi in Digger Rockwell, Tom Cruise si è inoltre affidato al prosthetic makeup designer premio Oscar Kazu Hiro, lo stesso artista che ha reso irriconoscibile Gary Oldman nei panni di Winston Churchill ne L’ora più buia.
UNA SATIRA CLIMATICA CHE RIFIUTA LA LINEARITÀ
Nella sua premessa, Digger racconta una storia lineare: le trivellazioni petrolifere volute da Digger Rockwell, magnate americano descritto nel materiale promozionale come l’uomo più potente del mondo, provocano in Groenlandia il distacco di un’enorme porzione di banchisa, soprannominata Judy, alta oltre cento metri e grande quanto un’intera città, destinata a riversarsi sulle coste europee generando uno scenario di catastrofe climatica concreta e imminente. Digger, inizialmente negazionista delle proprie responsabilità, si getta in una frenetica corsa contro il tempo per presentarsi come il salvatore di una crisi che lui stesso ha scatenato.
È una struttura che sulla carta ricorda il disaster movie satirico già esplorato da altri titoli recenti, da Don’t Look Up in giù, ma che Iñárritu, fedele al proprio stile, rifiuta di raccontare in modo lineare. Il film si costruisce per strati che si sovrappongono e si rimescolano, portandosi dietro quella cifra metanarrativa che aveva già reso Birdman un caso cinematografico capace di dividere pubblico e critica. Accanto a Cruise, un cast internazionale di peso costruisce questo mosaico: Sandra Hüller, Riz Ahmed, John Goodman, Michael Stuhlbarg, Jesse Plemons, Sophie Wilde ed Emma D’Arcy si muovono in un impianto corale che, già nella sua premessa, promette più di quanto il film possa effettivamente mantenere.
Digger è un film pensato per dividere: difficile non apprezzare la prova dinamica e insolita di Cruise, ma era facile prevedere una reazione fredda da parte del pubblico generalista. Soprattutto considerati i precedenti lavori del regista.
FINALE SPIEGATO, COLPO DI SCENA E SIGNIFICATO
Attenzione: questo paragrafo contiene spoiler.
Il colpo di scena che ribalta la prospettiva arriva dopo circa mezz’ora di film: quello che fino a quel momento sembrava il racconto diretto del disastro si rivela in realtà essere la prova generale di un’opera teatrale satirica, intitolata Fossil Fools, costruita proprio su quegli eventi. Tom Cruise non interpreta solo Digger Rockwell, ma Curtis Markson, attore alle prese con un blocco creativo che non gli permette di entrare in sintonia con il personaggio a ridosso del debutto in scena.
È lo stesso meccanismo di messa in abisso tra attore e personaggio già sperimentato in Birdman, qui riportato su scala più ampia e con un bersaglio satirico ancora più esplicito: la responsabilità collettiva nel continuare a ignorare una crisi di cui, in fondo, siamo già tutti complici. Il momento più alto di questa operazione resta il monologo da dieci minuti, girato in un unico piano sequenza, che Digger pronuncia davanti a un tribunale internazionale dai tratti europei: non una confessione, ma un atto d’accusa capovolto, in cui il magnate rivendica di aver semplicemente fornito ciò che il mondo, con la propria dipendenza strutturale dal petrolio, continuava a pretendere.
Il film si chiude poi su un’immagine altrettanto ambigua: Digger, davanti alle acque ormai sollevate, sparge le ceneri della propria gatta e si lascia cadere nel vuoto, in un gesto che oscilla tra resa personale e ultimo atto performativo di un uomo incapace, fino alla fine, di distinguere la propria vita dal personaggio che interpreta.
REGIA, FOTOGRAFIA E INTERPRETAZIONI
Sul piano tecnico, il film è di inoppugnabile bellezza. La fotografia di Emmanuel Lubezki, storico collaboratore di Iñárritu, girata interamente in VistaVision su pellicola, è senza dubbio uno degli elementi più solidi dell’intera operazione, capace di restituire un’immagine densa e materica che passa con naturalezza dall’intimismo delle scene teatrali alla scala quasi documentaristica delle sequenze catastrofiche.
Tra le note positive c’è anche da segnalare la prova di Tom Cruise, tra le più audaci e fisiche della sua carriera recente. Accanto a lui, Riz Ahmed e John Goodman danno corpo e credibilità a dei ruoli che altrimenti rischierebbero di restare una semplice funzione narrativa. Una cosa sicuramente non semplicemente considerato l’impianto di scrittura verboso e i dialoghi spesso urlati più che recitati.
Tra gli aspetti negativi occorre evidenziare una seconda parte di pellicola che perde la tensione dell’apertura, trascinandosi in ripetizioni tematiche che appesantiscono un impianto già di per sé ambizioso.
Digger è, in definitiva, un film che chiede molto allo spettatore e non sempre restituisce in proporzione. L’ambizione autoriale di Iñárritu, la prova fisica e totale di Tom Cruise, la fotografia di Lubezki e un impianto satirico che non ha paura di essere scomodo restano gli elementi più convincenti di un’operazione che, nel complesso, fatica a tenere insieme i propri due strati narrativi. Il meccanismo metanarrativo, già sperimentato in Birdman, qui si allarga ma resta sviluppato meno di quanto meriterebbe, lasciando che gran parte del minutaggio resti ancorata alla storia più convenzionale del tycoon in cerca di redenzione.







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