dust film berlinale recensione

DustTEMPO DI LETTURA 4 min

Un incipit interessante viene sciupato malamente da un focus sbagliato e da un montaggio claudicante che prolungano un'attesa di un confronto che non arriva mai e che è, sfortunatamente, l'unica cosa che lo spettatore aspetta di vedere.
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Film presentato in anteprima alla 76ª Berlinale berlinale logo

Nella primavera del 1999, gli imprenditori belgi Luc e Geert scoprono che la loro rete di società di comodo sta per essere smascherata dalla stampa internazionale. Viene convocata una riunione d’emergenza del consiglio: le prove devono essere distrutte e vengono dettate delle linee guida per salvaguare la società. Lunedì mattina la polizia busserà alla porta. Dopo quest’ultimo incontro, i due uomini si separano, entrando nel loro ultimo giorno da uomini liberi, ricchi e potenti.
Lentamente, i due si rendono conto di non essere davvero in fuga, ma in viaggio verso qualcosa che non possono più evitare: la responsabilità. E anche la responsabilità l’uno verso l’altro.

Ci sono film che promettono una dissezione chirurgica del potere economico e finiscono per perdersi in un esercizio di stile autoreferenziale. Purtroppo Dust è uno di questi.
Visto in anteprima alla 76ª Berlinale, in concorso per l’Orso d’Oro, il film di Anke Blondé parte da una premessa solidissima: due imprenditori belgi, Luc e Geert, scoprono che la loro rete di società di comodo sta per essere smascherata dalla stampa internazionale. Hanno un weekend per prepararsi. Lunedì dovranno consegnarsi alla polizia. Il tempo stringe, le responsabilità incombono, il carcere è una possibilità concreta. È materiale perfetto per un thriller finanziario teso, morale, quasi claustrofobico.
E infatti la prima parte funziona: c’è tensione, c’è un senso di inevitabilità, cè la percezione di un sistema che sta crollando. Ma è esattamente qui che Dust commette il suo errore principale: invece di accompagnare lo spettatore verso il confronto con la giustizia, decide di fermarsi nell’attesa. E non per dieci minuti. Per quasi due ore.

UN FOCUS SBAGLIATO


La domanda che dovrebbe guidare qualsiasi operazione narrativa è semplice: qual è il miglior modo per raccontare questa storia? Perché ogni trama offre infinite possibilità: flashback, strutture parallele, unità di tempo, punto di vista singolo o multiplo. Qui la scelta di Blondé e dello sceneggiatore Angelo Tijssens è chiara: separare Luc e Geert e seguirli individualmente nelle ultime ore prima dell’arresto.
Una decisione che, sulla carta, potrebbe anche essere interessante. Due uomini che reagiscono in modo diverso alla stessa catastrofe: due etiche, due paure, due coscienze (e anche due orientamenti sessuali in una trama e in un contesto in cui non era necessario aggiungere questo elemento). Il problema è che non è quello che interessa davvero allo spettatore.
Non si è davanti a un dramma esistenziale su due uomini in crisi identitaria. Si è davanti a un caso di frode internazionale. E l’aspettativa naturale è assistere allo scontro con la legge, alle conseguenze, alla dinamica giudiziaria. Invece Dust si concentra quasi esclusivamente sull’attesa, trasformando il weekend in una dilatazione narrativa che non genera suspense ma stanchezza.

Forse Blondé e Tijssens hanno preso troppo alla lettera la celebre massima di Lessing secondo cui “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere”. Qui però l’attesa del faccia a faccia con la polizia non è piacere, né tensione: è un limbo ripetitivo.

TANTE ALTRE COSE SBAGLIATE


Il montaggio non aiuta. I continui salti temporali, utilizzati per spiegare come si sia arrivati al punto di rottura, risultano confusi e poco incisivi. Non chiariscono, non approfondiscono davvero le responsabilità, non costruiscono un crescendo morale. Sembrano frammenti inseriti più per dare una struttura “artistica” che per reale necessità narrativa.
Anche la scelta di limitare i dialoghi pesa. Gli sguardi persi nel vuoto, i silenzi, i tentativi di suicidio, i momenti di solitudine dovrebbero sobbarcarsi la tensione drammatica. Ma senza una costruzione solida alle spalle, questi elementi finiscono per risultare manieristici. Il silenzio funziona quando è carico. Qui spesso è solo vuoto.
Luc e Geert vengono presentati inizialmente come una coppia oliata, complice, quasi rassegnata ma determinata a contenere i danni. La loro dinamica è interessante. Ma la decisione di separarli per quasi tutto il film priva la narrazione di un confronto che sarebbe stato molto più stimolante: due uomini costretti a negoziare tra loro colpe, responsabilità e strategie. Invece ognuno affronta il proprio percorso in solitaria, e il risultato è una frammentazione emotiva che indebolisce l’impatto complessivo.
Dust sembra voler essere un film sull’interiorità del potere economico al collasso, ma finisce per trascurare il lato sistemico, politico, giudiziario che avrebbe dato sostanza alla vicenda. Il focus scelto è troppo intimista per un materiale narrativo che chiedeva una dimensione più ampia.


Oggettivamente, a conti fatti, resta difficile comprendere come questo film sia entrato in competizione per l’Orso d’Oro. Non perché manchi ambizione, ma perché l’ambizione non è sostenuta da una realizzazione all’altezza. La premessa era forte e attuale ma la messa in scena sbaglia il bersaglio.
Dust non è un disastro totale ed è un film che avrebbe potuto essere molto di più. Ed è proprio questo il suo limite maggiore: non la bruttezza, ma l’occasione mancata dissipata in due ore che non finiscono mai.

TITOLO ORIGINALE: Dust
REGIA: Anke Blondé
SCENEGGIATURA: Angelo Tijssens
INTERPRETI: Arieh Worthalter, Jan Hammenecker, Thibaud Dooms, Anthony Welsh
DISTRIBUZIONE: Cinema
DURATA: 115′
ORIGINE: Belgium, Poland, Greece, United Kingdom, 2026
DATA DI USCITA:
presentato in anteprima alla 76ª Berlinale

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Federico Salata

Fondatore di Recenserie sin dalla sua fondazione, si dice che la sua età sia compresa tra i 29 ed i 39 anni. È una figura losca che va in giro con la maschera dei Bloody Beetroots, non crede nella democrazia, odia Instagram, non tollera le virgole fuori posto e adora il prosciutto crudo ed il grana. Spesso vomita quando è ubriaco.

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