“Ora le aspettative si sono decisamente alzate”. Così concludevamo la precedente recensione, incerti su come gli autori avrebbero gestito questo Homeland 2.0, rimasto orfano del suo main carachter, e da molti dato per spacciato dopo un inizio di stagione non certo esaltante. Con “Redux” si era indubbiamente raggiunto il climax sia a livello narrativo che emotivo, ragion per cui sembrava veramente difficile fare meglio. Ebbene, la promessa è stata mantenuta. “Halfway To A Donut” di per sé non aggiunge granchè alla trama, configurandosi anzi come una grande parentesi alla storia principale, riportandoci dopo cinquanta minuti esattamente al punto di partenza. Ad essere esplorato questa volta è l’elemento umano, elevato a vero protagonista dell’episodio e sviluppato gradualmente nella cornice della trattativa tra servizi segreti e pakistani, solo un eco di fondo rispetto al più centrale rapporto allievo/maestro tra Carrie e Saul su cui questi cinquanta minuti sono imperniati.
La riacquisizione di lucidità da parte di Carrie avviene molto rapidamente, presentandoci una ragazza completamente rinsavita e da subito pronta a ritornare sul campo. Questa scelta presenta, a nostro avviso, il pro di non protrarre la questione del bipolarismo, espediente di grande effetto nel finale di “Redux”, ma che avrebbe di sicuro portato questo episodio ad arenarsi. D’altra parte la velocità con cui la Mathison torna ad affiancare i suoi colleghi e la mancanza di dubbi da parte di Quinn sulla veridicità dello scambio di pillole appare un po’ una forzatura, quasi come si avesse la necessità di un ritorno repentino della protagonista nell’ormai iconica sala monitor.
Come dicevamo prima, l’episodio si sviluppa attorno al rapporto tra Carrie e Saul, oramai definitivamente compromesso dalla decisione oltremodo spiazzante della Mathison, che si ritrova a dover scegliere tra affetto e persecuzione dei propri doveri verso gli Stati Uniti. La decisione di optare per questa seconda ipotesi giunge in maniera assolutamente inaspettata, merito di una caratterizzazione del personaggio molto complessa, passata per scelte che definiremmo “spietate”, come l’abbandono della figlia o la “seduzione coatta” ai danni del giovane Aayan, senza mai seppellire completamente il lato umano della ragazza, semplicemente soffocato nel nome di un bene superiore impossibile da ottenere senza venir meno ai fondamentali principi della morale. Quello che ad un primo esame appare solo ed unicamente un tradimento nei confronti di un amico di vecchia data, in realtà si traduce in una mancanza di alternative, dove perfino il tentativo di tenere qualcuno in vita anzichè lasciarlo a morire, può rivelarsi una scelta “sbagliata”.
“I mean, how could saving someone’s life be the wrong choice? But it was, because there are only wrong choices.” Parole che esprimono un senso di ineluttabile confinamento all’interno di uno schema che nega ogni forma di arbitrarietà. Mascherato dal raggiungimento di un traguardo che utopisticamente dovrebbe portare alla sicurezza nazionale, ma che realisticamente sarà soltanto una vittoria temporanea nell’attesa dello scontro seguente. Un concetto già espresso dall’ormai fu Nicholas Brody prima della sua dipartita, resosi conto forse troppo tardi della logica spietata alla base della tanto osannata giustizia americana: “In what universe can you redeem one murder by committing another?“.
La fuga di Saul tra le strade di Makeen rappresenta l’apice emozionale dell’intero episodio. La reale possibilità di un estremo gesto da parte di Berenson contribuisce al raggiungimento di quella tensione che poi troverà il suo culmine con la cattura del capo della CIA da parte dei talebani. Senza dubbio la scelta di posizionare un indicatore rosso sulla testa degli uomini di Haqqani si è rivelata una scelta vincente, fornendo allo spettatore una visione immediata della situazione del fuggitivo e trasmettendo in maniera impeccabile il senso di impotenza di fronte all’orda talebana.
| THUMBS UP | THUMBS DOWN |
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Homeland entra nel vivo e conferma il trend positivo di questa stagione. L’episodio in sé aggiunge ben poco alla trama orizzontale, fatta eccezione per la rivelazione finale su Bloyd, ma riesce nell’impresa di tenere lo spettatore incollato allo schermo come non succedeva da tempo. Risultato di una scrittura intelligente volta a valorizzare l’aspetto emotivo dei protagonisti senza per questo sminuire la componente politico-spionistica, da cui la serie non può e non deve prescindere.
| Redux 4×07 | 1.55 milioni – 0.5 rating |
| Halfway To A Donut 4×08 | 1.54 milioni – 0.5 rating |



