
“Faceless Man” è un episodio che trova la propria forza non nello spettacolo della guerra, ma nella sua capacità di mostrare ciò che la guerra distrugge dentro le persone.
Nel mondo narrativo creato da George R.R. Martin esiste una costante difficile da accettare: le grandi ambizioni raramente conducono alle grandi ricompense immaginate da chi le coltiva. La gloria promessa dalla guerra, dal potere e dal destino spesso si trasforma soltanto in una lunga sequenza di compromessi, tradimenti e morti prive di celebrazione.
“Faceless Men”, sesto episodio della quinta stagione di House of the Dragon, costruisce proprio su questa distanza tra aspettative e realtà il proprio nucleo tematico. Una puntata che promette grandi battaglie e momenti decisivi, ma che utilizza ogni evento per ribadire quanto la Danza dei Draghi sia soprattutto una tragedia umana prima ancora che uno scontro dinastico.
La morte di Criston Cole rappresenta il simbolo perfetto di questa filosofia narrativa: un uomo che per anni ha inseguito l’idea di essere un cavaliere destinato ai racconti dei cantori, salvo scoprire troppo tardi che la storia non gli concederà alcuna redenzione epica. Intorno a lui, però, la serie continua a costruire un conflitto sempre più complesso, dove nessuno schieramento possiede davvero il controllo della situazione.
CRISTON COLE: IO (NON) SONO LEGGENDA
L’apertura dell’episodio rappresenta una delle sequenze di battaglia più efficaci dell’intera serie, perché il cosiddetto “Butcher’s Ball” riesce a sottrarsi alla spettacolarizzazione tipica dei grandi scontri fantasy per restituire una visione più sporca, caotica e brutale della guerra medievale. Non c’è spazio per l’epica celebrativa o per la costruzione del mito del guerriero: lo scontro è dominato dalla confusione, dalla violenza e dalla consapevolezza che, in un conflitto come quello della Danza dei Draghi, anche i personaggi più importanti possono essere semplicemente inghiottiti dagli eventi.
Dopo anni trascorsi come simbolo dell’odio verso Rhaenyra e come incarnazione di un rancore personale trasformato in ideologia politica, Criston Cole sembra finalmente confrontarsi con il peso delle proprie scelte, riconoscendo almeno in parte la natura distruttiva della strada che ha deciso di percorrere.
La prova di Fabien Frankel permette di cogliere tutta la complessità di un uomo consumato dalle proprie contraddizioni: Criston non è mai stato un semplice villain, ma un individuo incapace di elaborare la propria fragilità, trasformando una ferita sentimentale e un senso di umiliazione personale in una crociata contro una donna che rappresentava contemporaneamente ciò che desiderava e ciò che gli ricordava il proprio fallimento.
La sua ultima battaglia sembra inizialmente offrirgli la possibilità di ottenere quella morte gloriosa che ha inseguito per tutta la vita. Quando lega alla propria spada il fazzoletto donatogli da Alicent e sceglie di affrontare il destino combattendo, l’episodio sembra suggerire un possibile riscatto finale, la possibilità che almeno negli ultimi istanti Criston possa diventare il cavaliere che ha sempre immaginato di essere.
Ancora una volta, però, House of the Dragon rifiuta qualsiasi forma di consolazione narrativa e preferisce restituire la brutalità della realtà rispetto alle illusioni dei suoi protagonisti. Criston Cole non muore in un duello memorabile, non viene celebrato come un grande campione e non riceve la fine romantica che avrebbe desiderato: viene abbattuto dalla distanza, vittima della strategia militare e di una guerra che non concede gloria a nessuno.
La conclusione del suo arco narrativo risulta quindi perfettamente coerente con il personaggio: un uomo ossessionato dall’onore che, nel tentativo disperato di difendere un ideale ormai perduto, ha finito per comprometterne il significato più profondo. Criston non viene ricordato come l’eroe che avrebbe voluto essere, ma come una figura tragica incapace di distinguere tra il desiderio di lasciare un’eredità e la necessità di costruire qualcosa che fosse realmente degno di essere ricordato.
CONQUISTARE NON SIGNIFICA REGNARE
Se Criston Cole rappresenta il fallimento dell’uomo che voleva essere ricordato come un eroe, Rhaenyra incarna quello della sovrana che pensava che ottenere il trono fosse la parte più difficile da affrontare. La regina ha finalmente ciò che per tutta la vita le è stato promesso, ma scopre rapidamente che reclamare un diritto dinastico e governare un regno sono due cose completamente diverse.
“Faceless Men” continua il percorso di decostruzione della protagonista, mostrando una Rhaenyra sempre più lontana dall’immagine della regnante idealizzata: la protagonista non è una tiranna, ma nemmeno la leader illuminata che vorrebbe incarnare. Il problema della regina non è la mancanza di empatia, ma l’incapacità di trasformarla in una strategia politica efficace. Comprende la sofferenza dei propri sudditi, ma spesso reagisce agli eventi invece di anticiparli.
La crescente instabilità ad Approdo del Re dimostra proprio questo limite. Gli Hightower hanno certamente alimentato il malcontento, ma la propaganda funziona soprattutto quando trova terreno fertile. Rhaenyra si trova quindi davanti alla stessa contraddizione che aveva caratterizzato il regno di Viserys: la convinzione che la buona volontà possa compensare la mancanza di decisione. La differenza è che il padre poteva permettersi esitazioni perché governava in tempo di pace, Rhaenyra invece si trova al centro di una guerra civile dove ogni debolezza viene immediatamente trasformata in un’arma dai suoi nemici.
AEMOND E LA SOLITUDINE DEI VINCITORI
Per molto tempo Aemond è stato definito esclusivamente dalla sua rabbia: il ragazzo privo di un drago, deriso dalla famiglia e determinato a dimostrare il proprio valore. La conquista di Vhagar sembrava aver cancellato ogni insicurezza, trasformandolo nell’uomo che aveva sempre voluto diventare. Tuttavia, “Faceless Men” mostra il lato più fragile del personaggio. Il potere ottenuto non ha risolto il vuoto che lo accompagnava, lo ha semplicemente nascosto dietro una maschera di apparente sicurezza.
Aemond possiede il drago più temuto dei Sette Regni, ma si trova comunque isolato, costretto a muoversi con cautela e incapace di fidarsi completamente delle persone che lo circondano. Il rapporto con Alys Rivers diventa quindi fondamentale perché mette in discussione proprio questa immagine. Alys sembra vedere oltre il principe guerriero, riconoscendo l’uomo insicuro nascosto dietro la violenza e l’ambizione.
La loro dinamica funziona perché non è soltanto una possibile relazione, ma un confronto psicologico. Alys rappresenta una presenza capace di destabilizzare Aemond proprio perché non sembra interessata al simbolo che porta con sé, ma alla persona che si trova sotto quella corazza. A rafforzare ulteriormente questa dinamica contribuisce la rivelazione delle antiche uova di drago custodite ad Harrenhal. Più che un semplice momento di fan service, la scena assume un valore fortemente simbolico: Alys non mostra ad Aemond soltanto una reliquia del passato dei Targaryen, ma lo mette di fronte all’idea che il potere della sua casata non si esaurisca nella sola forza distruttiva di Vhagar. Quelle uova rappresentano un futuro ancora possibile, una continuità che sopravvive persino alla guerra civile e alle ambizioni dei singoli sovrani.
Il percorso del personaggio diventa così il riflesso oscuro di quello di Rhaenyra: entrambi hanno inseguito il potere come risposta alle proprie ferite personali, ma entrambi scoprono che il potere non può sopperire alle loro mancanze interiori.
TUTTA QUESTIONE DI PERCEZIONE
Mentre Rhaenyra fatica a mantenere il controllo del proprio regno, gli Hightower invece dimostrano una crescente capacità strategica. Ormund emerge come una figura politica molto più efficace rispetto alla gestione caotica della fazione verde vista in precedenza. La sua forza non risiede soltanto nelle capacità militari, ma nella comprensione che una guerra può essere vinta anche controllando la percezione delle persone.
Il conflitto tra Verdi e Neri non è più soltanto una questione dinastica, è una battaglia per stabilire quale versione della realtà verrà accettata dal popolo, perché è vero che i draghi possono distruggere città e eserciti, ma non possono automaticamente garantire consenso.
Anche Daemon affronta una fase di progressiva perdita del proprio mito. Il Principe Ribelle, un tempo simbolo di carisma e imprevedibilità, appare sempre più come un uomo incapace di adattarsi a una realtà che non può più controllare. Il suo trattamento nei confronti di Ulf il Bianco dimostra proprio questa incapacità. Daemon comprende l’importanza della disciplina, ma non comprende che il rispetto non nasce dall’umiliazione.
Allo stesso modo Alicent continua il percorso più doloroso della stagione: quello della donna che ha sacrificato la propria vita al dovere per scoprire che il sistema che ha difeso non le ha mai restituito nulla. La sua tragedia deriva dalla consapevolezza di aver costruito la propria identità intorno alla famiglia e alla tradizione, salvo rendersi conto di non conoscere davvero le persone per cui ha fatto ogni sacrificio.
THUMBS UP 👍
- La morte di Criston Cole
- Le fragilità di Rhaenyra e Daemon
- Rhaenyra sta passando lentamente al lato oscuro
- La crescita politica degli Hightower
- Aemond, Alys e le uova di drago
- Il rapimento di Corlys a cosa porterà?
THUMBS DOWN 👎
- Alcuni avvenimenti che risultano molto “convenienti” dal punto di vista narrativo
- Alcune sottotrame secondarie risultano poco incisive






