
Koji Fukada racconta identità, segreti e desideri non detti in una piccola comunità giapponese, ma la delicatezza del tema si scontra con una prima parte troppo rarefatta.
Sinossi
A Nagi, piccola cittadina rurale della prefettura di Okayama, Yoriko vive da sola e cerca di elaborare un amore passato che non riesce davvero a lasciarsi alle spalle. L’arrivo da Tokyo di Yuri, architetta appena separata ed ex cognata della donna, apre una parentesi sospesa in cui desideri taciuti, identità nascoste e legami familiari mai risolti finiscono lentamente per emergere.
I film giapponesi, ma in generale quelli asiatici, sono sempre molto differenti rispetto a quelli europei e americani perché la sensibilità e la cultura di registi e sceneggiatori sono molto diverse. Il che non vuol dire che non possano essere apprezzati, anzi, ma richiedono sicuramente maggiore contestualizzazione per poterli capire completamente. Piccoli esempi e piccoli gesti differenti hanno motivi e scopi differenti e sono direttamente collegati alla cultura del posto. Questa è una premessa generale perché molto raramente si è assistito alla visione di film giapponesi con protagonisti LGBTQ, ed è proprio da qui che parte Nagi Notes, film di Koji Fukada presentato in concorso al Festival di Cannes 2026.
Il motivo è presto detto perché, seppur gay e lesbiche siano spesso socialmente tollerati e sempre più accettati in Giappone, soprattutto tra giovani e nelle città principali, non sono però ancora pienamente accettati né protetti altrove. La discriminazione è spesso più sottile, avviene nelle case e nelle famiglie, dove la pressione a non fare coming out nasce da stereotipi, possibili pregiudizi familiari e problemi sul luogo di lavoro. Nagi Notes si occupa esattamente di questo, guardando a due generazioni diverse che affrontano la propria sessualità in segreto e quasi con vergogna.
NAGI E IL NON DETTO
Koji Fukada, regista e sceneggiatore della pellicola, si è trasferito per 10 mesi a Nagi, nella prefettura di Okayama, per vivere e assaporare in prima persona come sarebbe stato vivere in un paesino distante da tutto e tutti, con un museo e una base militare come elementi più noti della cittadina. Lì ha elaborato la trama del film, prendendo ispirazione da Tōkyō Notes di Oriza Hirata, con cui però ha molto poco in comune come riferisce lo stesso regista.
Il film segue l’arrivo di Yuri, l’ex cognata architetta di Yoriko, una scultrice che vive da sola a Nagi. Tutto il film si svolge in circa sette giorni e segue l’impatto che l’arrivo di Yuri ha sulle persone intorno a lei, a partire da Yoriko ma non solo, visto che ci sono altri due ragazzi come co-protagonisti. Fukada costruisce così una rete di legami sospesi in cui l’identità non viene mai dichiarata con forza, ma lasciata affiorare attraverso comportamenti, sguardi, reticenze e una costante sensazione di disagio sociale.
PRIMA ORA PESANTE
Nagi Notes è uno di quei film che non ha moltissimi dialoghi e ha invece una sfilza di scene che vogliono far intravedere allo spettatore determinati elementi utili alla trama e allo sviluppo del film, con la distinzione che la maggior parte di queste scene si svolge nella prima metà, rendendo la visione molto pesante e a tratti anche noiosa perché la sceneggiatura di Fukada non permette di capire esattamente dove voglia andare a parare.
Di tutt’altra fattura è invece la seconda parte che, infatti, risolleva la pellicola altrimenti insufficiente. La risolleva ma non la eleva perché, al di là di tutto, un film va analizzato nel suo complesso e Nagi Notes non è immune da critiche. Il problema non è la lentezza in sé, perché il cinema di Fukada non cerca mai scorciatoie emotive o narrative, ma il fatto che qui la sospensione diventi troppo spesso stasi, soprattutto in una prima ora che sembra chiedere moltissimo allo spettatore restituendo troppo poco in cambio.
AMBIGUITÀ E TAGLI
In un’intervista a Cannes, Koji Fukada ha spiegato che il finale del film, ma non solo, è lasciato volutamente all’interpretazione dello spettatore perché per lui è importante non forzare le proprie idee e non mandare messaggi che possono essere percepiti come “propaganda”. Il che ci può anche stare: non è né la prima né l’ultima volta che si assiste a un film che lascia un finale aperto o semi-aperto, e la direzione in cui il film lascia lo spettatore è abbastanza chiara e, personalmente per chi scrive queste righe, nemmeno così tanto difficile da immaginare.
Quello su cui Fukada pecca è l’ambiguità di molte altre situazioni in cui non vengono spiegati elementi che, specialmente per un pubblico non giapponese, sono necessari per capire meglio personaggi e trama. Piccoli esempi sono i costanti messaggi radio che annunciano le varie esercitazioni militari che si svolgono ogni giorno e che, al di là di rumori di spari ed esplosioni in sottofondo, non impattano in alcun modo la vita degli abitanti di Nagi; si può parlare anche di come le due protagoniste si addormentino improvvisamente con la testa sul tavolo, anche non a casa propria, con netti tagli nel montaggio che possono risultare difficili da digerire; oppure ancora tutti i momenti di silenzio durante le conversazioni che sembrano molto innaturali e finiscono nuovamente in tagli che spiazzano lo spettatore, che si sarebbe aspettato un naturale prosieguo della conversazione.
SAVE CON RISERVA
Dove funziona Nagi Notes è nel presentare le difficoltà di vivere la propria sessualità dei protagonisti e dei personaggi secondari, che si sentono giudicati e sono preoccupati di distruggere equilibri e costrutti sociali piuttosto visibili specialmente in un paesino piccolo come Nagi, dove praticamente tutti si conoscono. Il non detto è più forte di quello che viene espresso a parole, ma qualche dialogo in più avrebbe sicuramente aiutato Nagi Notes a essere leggermente più fruibile e meno noioso, specialmente nella prima ora.
La parte più interessante della pellicola resta infatti quella legata alla rappresentazione dei personaggi LGBTQ all’interno di un contesto giapponese non urbano, dove la pressione sociale non passa necessariamente da grandi gesti di violenza o rifiuto esplicito, ma da una forma molto più sottile di controllo collettivo. In questo senso, il film funziona quando mette in parallelo due generazioni diverse e mostra come vergogna, segreto e paura del giudizio si trasformino in linguaggi differenti a seconda dell’età. È proprio questa sensibilità a salvare Nagi Notes da un giudizio peggiore, ma non abbastanza da rendere la visione davvero fluida o pienamente riuscita.







