Frankenstein recensione film guillermo del toro netflix

FrankensteinTEMPO DI LETTURA 7 min

Il nuovo film di Guillermo del Toro trasforma il mito di Shelley in una sinfonia visiva di dolore, bellezza e riflessione sulla natura del creatore e della sua creatura.
4.3
(3)
Ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, Frankenstein di Guillermo del Toro rilegge il romanzo di Mary Shelley spostandone l’ambientazione nel cuore dell’Europa industriale, tra castelli, laboratori e distese di ghiaccio. Victor Frankenstein (Oscar Isaac), scienziato ossessionato dall’idea di restituire la vita alla materia inerte, trova nel mecenate Harlander (Cristoph Waltz) il finanziatore ideale per il suo esperimento di resurrezione. Dalla morte e dal fuoco nasce così una creatura imponente e fragile, un essere che, dotato di sensibilità e intelligenza, cerca disperatamente di comprendere la propria esistenza e di inserirsi in un mondo che lo rifiuta. Diviso tra la razionalità della scienza e l’orrore della propria creazione, Victor precipita così in una spirale di colpa, mentre la Creatura (Jacob Elordi) intraprende un doloroso percorso verso la consapevolezza e la libertà.

Ogni epoca ha il proprio Frankenstein, e Guillermo del Toro, con la sua estetica peculiare, rinnova il mito di Mary Shelley senza tradirne l’essenza, rivelando quanto sia ancora urgente la riflessione sull’uomo e sulle sue creazioni. In un mondo in cui la tecnologia plasma la vita e la morte, il regista messicano riscrive la parabola del “moderno Prometeo” come un poema cinematografico sulla responsabilità del sapere, coniugando il terrore gotico e la compassione umanistica che da sempre abitano la sua poetica. Il film diventa così una celebrazione del mostruoso come metafora dell’umano, un’elegia per le creature escluse, vittime dell’ambizione e del rifiuto.

And thus the heart will break, yet brokenly live on.

La direzione artistica di Guillermo del Toro, sostenuta da un imponente budget e da una cura scenografica degna dei grandi classici hollywoodiani, dà vita a un universo visivo di stupefacente potenza. I set, monumentali e claustrofobici al tempo stesso, riflettono il conflitto interiore dei personaggi: la scienza come cattedrale e prigione, la natura come specchio dell’ossessione e del rimorso. La fotografia di Dan Laustsen, densa di contrasti e ombre liquide, costruisce un’atmosfera sospesa tra l’incubo e la meraviglia, restituendo al gotico la sua dimensione lirica e sensuale. Ogni inquadratura sembra animata da un’energia tattile, da un pathos visivo che trasforma la materia in emozione.
Dal punto di vista narrativo, il film si articola in tre movimenti principali, che riprendono la struttura epistolare del romanzo e la traducono in una triplice prospettiva: il racconto del capitano intrappolato nei ghiacci, la confessione di Victor Frankenstein e infine la voce del suo mostro. Questa scelta, pur fedele alla fonte letteraria, introduce una frammentazione che rallenta l’andamento complessivo, generando un ritmo diseguale. La prima parte, dominata dalla figura di Victor e dal fervore prometeico che lo spinge a violare i confini della natura, procede con intensità febbrile; la seconda, affidata alla creatura, assume un tono più contemplativo e filosofico, ma rischia di disperdere la tensione accumulata. L’alternanza delle due anime del film – l’epica del genio e la tragedia della sua opera – crea così una dialettica affascinante ma irrisolta, segno di un’ambizione che talvolta si scontra con la necessità del ritmo cinematografico.

MOSTRI… DI BRAVURA


Oscar Isaac, nel ruolo dello scienziato, offre una performance di sorprendente intensità, incarnando la follia visionaria di un uomo che confonde la sete di conoscenza con la redenzione personale. Il suo Victor Frankenstein è un essere diviso tra la furia creatrice e la consapevolezza della colpa, un personaggio che Isaac modella con un’energia magnetica e disperata, mostrando al contempo la fragilità dietro la mania del controllo.
Jacob Elordi, nei panni della Creatura, rappresenta il vero cuore emotivo del film. La sua interpretazione, fisica e spirituale al tempo stesso, restituisce al “mostro” la dignità di un’anima in formazione, vulnerabile e commovente. Il lavoro corporeo dell’attore è notevole, ma ciò che lo rende indimenticabile è la misura con cui riesce a trasmettere la fame di amore e conoscenza attraverso gesti minimi, sguardi esitanti e una voce che evolve insieme al suo intelletto. È in lui che il film trova la propria anima, e in lui risiede la riflessione più alta di Del Toro sulla possibilità di riconoscere l’umanità nella diversità. La sua evoluzione, dalla furia istintiva alla malinconica lucidità, diventa il filo conduttore della narrazione e soprattutto il simbolo della visione di del regista, da sempre incline a umanizzare l’abietto e a mostruosizzare l’umano.
Accanto a loro, Mia Goth presta il suo volto enigmatico a un personaggio femminile che sfugge ai ruoli canonici di vittima o musa, assumendo il valore allegorico della coscienza morale che osserva, soffre e resiste, seppur limitata da una scrittura che la relega spesso a funzione più simbolica che drammatica. Il suo volto, sospeso tra desiderio e inquietudine, incarna la femminilità dolente del cinema di Del Toro, ma la sceneggiatura non le concede lo spazio necessario per sviluppare un vero percorso autonomo, e la sua presenza resta così affascinante ma incompiuta, un’eco di ciò che avrebbe potuto essere.
Christoph Waltz, nei panni del mecenate Harlander, dona alla prima parte del film una venatura ironica e sinistra, incarnando la dimensione industriale e capitalistica del male moderno, ma la sua prematura uscita di scena impoverisce il secondo atto, privandolo di una figura di contrasto morale e filosofico. La perdita si avverte, e il film fatica a colmare il vuoto lasciato dal suo carisma, segno di un equilibrio drammaturgico talvolta precario.

UN FILM SONTUOSO MA IMPERFETTO


Dal punto di vista tematico, Frankenstein è un’opera che unisce il romanticismo della perdita alla riflessione morale sull’arroganza della scienza. Il regista non si limita a rappresentare la creazione come atto sacrilego, ma ne indaga le conseguenze etiche, estetiche e affettive. Il suo sguardo si concentra sulla fragilità del confine tra creatore e creatura, mostrando come entrambi siano condannati a un destino di isolamento e incomprensione. Il film diventa così una parabola sulla responsabilità dell’artista e dello scienziato, ma anche un racconto di formazione rovesciato, in cui il vero percorso di crescita appartiene alla creatura, e non al suo autore.
Sul piano tecnico, Frankenstein è un trionfo visivo: le scenografie sono un labirinto di tubature, fulmini e acqua stagnante, un corpo meccanico che respira e pulsa come la creatura stessa. Tuttavia, la perfezione formale rischia di diventare manierismo, e la magnificenza della messa in scena finisce per distogliere l’attenzione dal conflitto interiore dei personaggi. Alcune sequenze d’azione, chiaramente pensate per compiacere un pubblico più vasto, interrompono la coerenza del tono gotico, introducendo un ritmo forzato che tradisce la profondità dell’intreccio. È nei momenti più quieti, negli sguardi e nei silenzi, che Del Toro ritrova la sua voce, mentre i passaggi più spettacolari appaiono come concessioni al gigantismo produttivo di Netflix.
La durata eccessiva – circa centocinquanta minuti – costituisce il limite più evidente del film. La seconda metà soffre di un’eccessiva dilatazione, e la chiusura, pur potente sul piano visivo, risulta affrettata sul piano drammaturgico. Del Toro tenta di inserire riflessioni su guerra, perdono e colpa, ma queste si affacciano solo nell’epilogo, apparendo più come appendici teoriche che come naturale conseguenza della narrazione. Tale discontinuità tematica non compromette l’impatto complessivo, ma attenua la coerenza di un’opera che, pur aspirando alla grandezza tragica, talvolta smarrisce il proprio centro emotivo.


Nei suoi momenti migliori, Frankenstein è una meditazione sulla solitudine della creazione e sull’impossibilità della redenzione, una riflessione sull’uomo che costruisce la vita e distrugge se stesso nel tentativo di comprenderla. Il film non raggiunge l’equilibrio perfetto di altri suoi film come “Il Labirinto Del Fauno”, ma rappresenta un ritorno all’essenza del suo cinema, con l’amore per le mostruosità che rivelano le verità più intime dell’essere umano.
La pellicola è un’opera sontuosa e imperfetta, un film che abbaglia per potenza estetica e sincerità morale ma inciampa sotto il peso della propria ambizione. Pur con i suoi squilibri, Frankenstein resta sicuramente un’esperienza visiva di ottima intensità, capace di fondere il romanticismo tragico con una sensibilità più moderna.
Unico rammarico, vista la distribuzione limitata a poche sale selezionate, è sicuramente l’impossibilità di vivere l’esperienza nella sua forma più completa, con una distribuzione su Netflix che comporta inevitabilmente che la grandiosità visiva del film possa risultare sacrificata su televisori o dispositivi ancora più compatti. Ciò non diminuisce il valore artistico dell’opera, ma sottolinea come la visione in sala rimanga la modalità ottimale per cogliere la vera dimensione di opere monumentali come Frankenstein, in cui spettacolo e introspezione si fondono in un’esperienza cinematografica totale.

TITOLO ORIGINALE: Frankenstein
REGIA: Guillermo del Toro
SCENEGGIATURA: Guillermo del Toro
INTERPRETI: Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Felix Kammerer, Christoph Waltz, David Bradley, Lars Mikkelsen, Charles Dance, Lauren Collins, Sofia Galasso, Ralph Ineson, Burn Gorman
DISTRIBUZIONE: Netflix
DURATA: 150′
ORIGINE: USA, 2025
DATA DI USCITA: 30/08/2025 (Venezia), 17/10/2025 (USA), 07/11/2025 (Netflix)

Quanto ti è piaciuta la puntata?

4.3

Nessun voto per ora

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Grey's Anatomy 22x05 recensione
Precedente

Grey’s Anatomy 22×05 – Sometimes I Feel Like a Motherless Child

v per vendetta serie tv hbo
Prossima

V Per Vendetta diventa una serie tv HBO