| Il giovane Colin intraprende una relazione sadomasochista con il misterioso motociclista Ray, ed è una relazione basata su un rapporto di dominazione-sottomissione dove Colin, chiaramente, non è quello che domina. E a lui va bene così. |
Pillion è uno di quei film che sembrano arrivare da un’altra traiettoria rispetto al cinema contemporaneo più “addomesticato”. È audace, spigoloso, volutamente scomodo e allo stesso tempo sorprendentemente tenero (in alcuni momenti).
Il titolo non è casuale: Pillion indica la sella posteriore della moto, il posto di chi viaggia dietro, di chi si affida, di chi accetta di non guidare. Ed è esattamente da lì che parte il film di Harry Lighton, un’opera prima che ha il coraggio di non spiegarsi mai del tutto e di lasciare allo spettatore il compito di trovare il proprio punto di equilibrio.
Roses are red, violets are blue. Each day at your heel, brings me closer to you. Your hand on the throttle, your leathers so tight. I crave your command, from morning to night. Your grip is a promise, your gaze a hot flame. Next to you I am nothing, but I’m yours all the same. The pleasure you give, the pain that you bring. I’ll take it all, Ray, for you are my king.
UN FILM NON CONVENZIONALE, NEL SENSO MIGLIORE DEL TERMINE
Non è un caso che Pillion abbia vinto l’Un Certain Regard Award per la Miglior Sceneggiatura a Cannes. Harry Lighton, qui al debutto nel lungometraggio dopo una serie di cortometraggi molto apprezzati, dimostra una lucidità sorprendente nel maneggiare un materiale narrativo complesso, tratto dal romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones. Il film non cerca mai di rendere “digeribile” il suo tema centrale, ovvero una relazione strutturata su un rapporto di dominazione e sottomissione, ma allo stesso tempo rifiuta qualsiasi deriva voyeuristica e quindi evita anche la trappola di essere un prodotto solo superficiale e “rumoroso”. Dietro l’estetica sadomaso e le dinamiche di potere c’è, senza mai urlarlo, una storia d’amore e soprattutto una storia di formazione. Pillion non provoca per il gusto di farlo, ma utilizza la provocazione come strumento per parlare di identità, desiderio e bisogno di appartenenza.
Se il nome che attira l’attenzione è quello di Alexander Skarsgård, il vero cuore pulsante del film è Harry Melling. Il suo Colin è un personaggio fragile, introverso, quasi invisibile all’inizio del racconto, e la sua trasformazione è interamente affidata al lavoro attoriale di Melling che sostiene il film con una recitazione intensa e spesso verbosa, fatta di dialoghi che sfiorano il monologo, di esitazioni, di silenzi riempiti a fatica e soprattutti di sguardi languidi e persi.
Skarsgård, al contrario, interpreta Ray con una presenza fisica quasi muta, pronunciando pochissime battute e affidando tutto a postura, sguardi e gesti. È un contrasto studiato e perfettamente funzionale: uno parla troppo perché non sa chi è ed è a disagio in una situazione nuova, l’altro domina la scena proprio perché non ha bisogno di parlare. Il casting di Skarsgård è ideale anche per il suo bagaglio cinematografico (The Northman) e televisvo (Succession, True Blood, The Stand), che aggiunge strati impliciti di autorità e carisma senza che il film debba esplicitarli semplicemente perchè hai dei tratti simili a ruoli già interpretati.
UN COMING OF (ADULT) AGE GAY MASCHERATO DA FILM PROVOCATORIO
Al netto delle sue componenti più estreme, Pillion è a tutti gli effetti un coming of (adult) age. Colin è un giovane inesperto, probabilmente vergine, che entra in un mondo che non conosce e che lo attrae e lo terrorizza allo stesso tempo. Il gruppo di motociclisti gay in cui viene introdotto segue regole ferree, rituali codificati e relazioni gerarchiche che possono risultare disturbanti per uno sguardo esterno. Eppure il film non giudica mai: Lighton osserva, accompagna, lascia spazio.
Il rapporto tra Colin e Ray segue schemi che ricordano i più classici racconti di formazione: l’incontro con l’adulto esperto, l’asimmetria iniziale, la fascinazione, la perdita dell’innocenza. La differenza è che qui il controllo è letterale, esplicito, dichiarato. Ed è proprio questa trasparenza a rendere il film meno scandaloso di quanto possa sembrare sulla carta.
Con un budget di circa 1 milione di euro, Pillion dimostra quanto sia ancora possibile fare cinema significativo senza ricorrere a produzioni mastodontiche. La regia di Lighton è sobria ma precisa, le inquadrature sono studiate per raccontare i rapporti di forza più che per stupire (anche se, ovviamente, ci si stupisce molto), e l’uso degli spazi è sempre funzionale alla psicologia dei personaggi.
Interessante anche la scelta di “ammorbidire” la versione cinematografica rispetto a quella presentata a Cannes, come detto dallo stesso Lighton stesso che ha ammesso di aver creato diverse versioni del film e quella presentata a Cannes è decisamente più “hardcore” rispetto a quella uscita al cinema, quindi ci sono diverse scene che non arriveranno al grande pubblico, principalmente per evitare una censura che possa incidere sul box office. . Alcune scene più esplicite sono state rimosse per evitare problemi di censura e distribuzione, una decisione comprensibile che però non snatura l’opera perché il film vive più di tensione emotiva che di shock visivo.
Pillion non diventerà un film per tutti e probabilmente non vuole nemmeno esserlo. Ma è uno di quei titoli che dimostrano come il cinema possa ancora osare senza perdere sensibilità. Non è il cult immediato che avrebbe potuto essere, forse perché sceglie consapevolmente di restare dentro confini emotivi più controllati, ma rimane un’opera sincera, intelligente e sorprendentemente romantica. Un debutto notevole che fa venire voglia di seguire con attenzione i prossimi passi di Harry Lighton.
| TITOLO ORIGINALE: Pillion REGIA: Harry Lighton SCENEGGIATURA: Harry Lighton INTERPRETI: Harry Melling, Alexander Skarsgård DISTRIBUZIONE: Cinema DURATA: 107′ ORIGINE: USA, 2025 DATA DI USCITA: 28/11/2025 (USA), 12/02/2026 (Italia) |


