| Il film racconta la storia delle sorelle Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), che dopo la morte della madre sono costrette a confrontarsi con il loro padre, Gustav (Stellan Skarsgård). Gustav è un regista un tempo famoso, ora dimenticato, che ha abbandonato la famiglia anni prima. Gustav torna in scena con l’intenzione di girare un film molto personale, autobiografico, ambientato nella vecchia casa di famiglia. Offre il ruolo principale a sua figlia Nora, attrice di teatro con cui ha un rapporto difficile, ma lei rifiuta decisamente. A seguito del rifiuto, Gustav affida il ruolo a Rachel Kemp (Elle Fanning), una celebre star di Hollywood. |
Sentimental Value arriva agli Oscar senza tradire la propria natura profondamente intima. È un film che non alza mai la voce, che non cerca l’emozione facile e che anzi chiede allo spettatore tempo, attenzione e una disponibilità emotiva non scontata.
Joachim Trier (La Persona Peggiore Del Mondo) firma un’opera delicata e dolorosa, capace di parlare a chiunque abbia vissuto, o stia ancora vivendo, un rapporto irrisolto con un genitore. Un film che non consola, ma accompagna, e che proprio per questo risulta profondamente catartico.
UN DRAMMA INTIMO CHE VIVE NEI SILENZI
Sentimental Value è un film che lavora per sottrazione. I dialoghi sono pochi, spesso asciutti, e la durata di 133 minuti non è mai riempita da spiegazioni o monologhi chiarificatori. Trier sceglie invece di affidarsi agli sguardi, alle pause, agli spazi vuoti. La riflessività dei personaggi è costante e diventa il vero motore emotivo del racconto. È un cinema che osserva più di quanto racconti, che lascia sedimentare il dolore senza mai forzarlo in una direzione precisa.
La scelta linguistica rafforza ulteriormente questa sensazione di intimità. Il film è recitato prevalentemente in norvegese, con una significativa porzione in inglese, in una suddivisione che si aggira intorno a un 70% contro un 30%. Questo bilinguismo non è mai decorativo, ma funzionale alla distanza emotiva tra i personaggi e soprattutto alla presenza di Elle Fanning (unica non-norvegese del cast) che porta al cambio di idioma. Ma a prescindere che sia inglese o norvege, il linguaggio che più impatta Sentimental Value è quello visivo perchè quello parlato è, per il character di Skarsgård, un’ulteriore barriera invisibile che separa (in famiglia) e allo stesso tempo avvicina (sconosciuti).
How did it happen? You turned out fine and I became fucked up.
LA CASA E IL PADRE PEGGIORE DEL MONDO
Uno degli elementi più affascinanti del film è la scelta di raccontare gran parte della storia attraverso un punto di vista inedito: quello della casa in cui il padre, Gustav Borg, è cresciuto e dove ora vive una delle sue figlie. La casa non è un semplice luogo, ma una vera e propria entità narrativa, una memoria stratificata che osserva e conserva. È tra quelle mura che riaffiora il passato di Gustav, segnato dall’infanzia durante il nazismo e dalla madre imprigionata e seviziata, un trauma che ha lasciato cicatrici profonde e mai davvero rimarginate.
Questo espediente funziona particolarmente bene nella prima metà del film, quando lo sguardo resta quasi completamente confinato all’interno della casa, come se il mondo esterno non esistesse. È una scelta potente, perché trasmette la sensazione di una famiglia intrappolata nel proprio passato, incapace di uscire da un perimetro emotivo ben definito. Nella seconda parte, però, questo punto di vista si attenua e viene in parte abbandonato ed è una scelta che può lasciare perplessi infastidisce un po’, perché spezza una coerenza narrativa inizialmente molto forte e che avrebbe meritato una gestione più uniforme fino alla fine.
Il secondo grande asse tematico del film è la sua dimensione metacinematografica. Gustav Borg (uno straordinario Stellan Skarsgård), è un regista che decide di realizzare un film basato sulla propria vita. Per farlo, vuole come protagonista una delle sue figlie, Nora, interpretata da una magnifica Renate Reinsve. È una scelta carica di significati, perché Nora è anche la figlia che più di tutte porta il peso dell’abbandono paterno. Dopo il divorzio, Gustav ha lasciato la Norvegia per rifarsi una vita in Svezia, creando una frattura mai sanata.
Il tentativo di dirigere la propria figlia in un film che racconta la propria colpa è un gesto disperato e profondamente egoista, ma anche umano. È un tentativo maldestro di cercare una catarsi che non è mai arrivata nella vita reale. Nei momenti in cui il copione viene letto e provato, il film trova alcune delle sue scene più potenti. È lì che emergono sentimenti che Gustav non ha mai avuto il coraggio di esprimere apertamente, ed è lì che lo spettatore riesce finalmente a comprendere la sua vulnerabilità, senza però assolverlo.
Il terzo elemento che rende Sentimental Value così vicino a molti spettatori è il modo in cui affronta il tema del rapporto genitori-figli. È una dinamica che parla soprattutto a chi è cresciuto con genitori formati in un’epoca diversa, in cui l’autorità non si discuteva e il genitore, in particolare il padre, aveva sempre ragione. Una figura che si percepisce come moralmente immacolata, ma che finisce per creare una distanza insanabile. Gustav e Nora incarnano perfettamente questa frattura, fatta di silenzi, di ruoli mai messi in discussione e di un dialogo che non riesce mai a essere davvero onesto.
| TITOLO ORIGINALE: Sentimental Value REGIA: Joachim Trier SCENEGGIATURA: Eskil Vogt, Joachim Trier INTERPRETI: Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas, Elle Fanning DISTRIBUZIONE: Cinema DURATA: 133′ ORIGINE: Norvegia, 2025 DATA DI USCITA: 12/09/2025 (Norvegia), 22/01/2026 |
Sentimental Value è un film che merita le sue nomination (magari non tutte ma sicuramente Miglior Film, Miglior Attrice Protagonista e Miglior Attore Non Protagonista) perché non cerca di piacere a tutti, ma sceglie di essere onesto fino in fondo. È un’opera fragile, imperfetta, ma profondamente umana, che racconta il dolore dell’incomunicabilità senza offrire soluzioni facili. Un film che non urla mai ma che resta addosso a lungo, soprattutto a chi sa riconoscere nelle sue immagini una parte della propria storia.



