recensione Sirat

SirâtTEMPO DI LETTURA 4 min

Premesso che bisogna essere davvero di buon umore per guardare il film visto che se ne uscirà devastati, Sirât è un film davvero particolare, molto sperimentale e che usa una piccola vicenda famigliare per un discorso più ampio sul destino dell'umanità. Peccato che risulti molto superficiale e fin troppo abbozzato
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Luis e suo figlio Esteban girano per i rave illegali del Marocco alla ricerca della figlia scomparsa Mar, frequentatrice di questi eventi. I due si uniranno ad una compagnia di personaggi particolari in un viaggio metaforico e lisergico dove la vera ricerca è quella di un reale motivo per andare avanti accettando il dolore e la perdita.

Direttamente dall’ultimo Festival di Cannes alla recente nomination per gli Oscar 2026, ecco arrivare nei cinema italiani (grazie alla distribuzione di MUBI) il film Sirât del regista franco-spagnolo Óliver Laxe. Pellicola co-prodotta, fra gli altri, da Pedro Almodovar, rappresenta una vera e propria sorpresa all’interno dei film selezionati quest’anno, in quanto distante anni luce dai registri consueti del cinema mainstream.
E forse il suo difetto principale è proprio quello di essere fin troppo “sperimentale”. La trama è infatti apparentemente semplice ma tutta giocata su effetti sonori e visivi che spesso si perdono in barocchismi esagerati che rischiano di rendere la visione ostica ad un pubblico non abituato a pellicole del genere.

LA VIA DEL DOLORE


Il termine sirât viene dal Corano e indica la “retta via” che porterà le anime alla salvezza nel Giorno del Giudizio. Una strada che lo stesso Corano descrive come irta di difficoltà. Una definizione che, alla fine della visione, appare alquanto ironica e forse anche un po’ cinica.
Ne sa qualcosa il protagonista della pellicola, Luis (Sergi López, già visto ne Il Labirinto del Fauno). Il quale, in compagnia del figlio Esteban, gira per i rave illegali del Marocco alla ricerca della figlia scomparsa Mar. Questo è l’antefatto con cui si apre la pellicola nonché l’unica nota di background concessa allo spettatore.
Per il resto, il film percorre le tappe e le difficoltà che Luis e suo figlio incontreranno in questo loro viaggio nel deserto del Marocco in compagnia di alcuni strambi personaggi a cui si uniranno alla ricerca della figlia scomparsa.

OTTIMA REGIA PESSIMA SCENEGGIATURA


Personaggi che non sono mai approfonditi più di tanto e i cui dialoghi si riducono all’essenziale. Si tratta certamente di una scelta stilistica per rendere tutto il viaggio quanto più metafisico possibile, concentrandosi sul concetto di dolore e perdita che il personaggio di Luis sarà costretto a sperimentare durante il percorso. Il percorso che fanno i personaggi è più che altro esistenziale infatti. Non si giungerà mai ad una meta precisa ma il tutto farà parte di un viaggio di formazione ben preciso. Che si realizza tramite alcuni plot twist molto impattanti, sia per il protagonista che per lo spettatore.
Difatti tutta la pellicola fa leva su questi momenti-shock che rappresentano il vero focus della storia. Manca però purtroppo una chiara rappresentazione dei vari character che rimangono sempre molto abbozzati ma poco approfonditi. E questo purtroppo è il difetto maggiore della pellicola che fa tanto leva sulla regia e sugli effetti visivi e sonori ma poco sulla sceneggiatura in sé.

LA CULTURA DEI RAVE


Molto bella, per esempio, la scena introduttiva. Girata dal vivo in un vero rave avvenuto in Marocco, la scena è un capolavoro di sound design in presa diretta. Questa fa subito calare (in tutti i sensi) lo spettatore all’interno di questo variegato mondo. La musica poi assumerà una certa importanza nel segnalare i momenti più salienti del viaggio. Da questo punto di vista è sicuramente l’unico motivo valido per vedere questo prodotto. Per il resto, con l’incedere degli eventi la storia si fa via via sempre più prevedibile intrecciandosi inoltre con discorsi che da esistenziali diventano più politici in senso stretto.
Certo rimane l’idea di una sorta di “famiglia allargata” che nasce dal dolore e dalla disperazione, che è quella che diventano Luis e il resto della sua nuova “compagnia viaggiante”. Ma è comunque poco per giustificare quasi due ore di film.


Sirât è dunque un film davvero particolare. Una piccola vicenda famigliare diventa lo spunto per un discorso più ampio sul destino dell’umanità. Un destino che logicamente vorrebbe volgere verso la serenità e la pace ma che si ritrova puntualmente catapultato in tutt’altra direzione. Peccato che, alla fine del rave (se così si vuol dire), risulti molto superficiale e fin troppo abbozzato. La pellicola ha avuto ampia eco più per la sua tremenda similitudine con alcuni fatti storici recenti che non per altro. Ma che, nella sostanza, è un buon esercizio di stile di regia ma poco più.

 

TITOLO ORIGINALE: Sirât
REGIA: Óliver Laxe
SCENEGGIATURA: Santiago Fillol, Óliver Laxe 
INTERPRETI: Sergi López, Bruno Núñez Arjona, Richard Bellamy, Stefania Gadda, Joshua Liam Henderson, Tonin Janvier, Jade Oukid 
DISTRIBUZIONE: MUBI
DURATA: 115′
ORIGINE: Spagna-Francia, 2025
DATA DI USCITA: 08/01/2025

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Dottor Jekill

Laureato presso l'Università di Bologna in "Cinema, televisione e produzioni multimediali". Nella vita scrive e recensisce riguardo ogni cosa che gli capita guidato dalle sue numerose personalità multiple tra cui un innocuo amico immaginario chiamato Tyler Durden!

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