
Un episodio densissimo, cerebrale e volutamente destabilizzante, che amplia enormemente la mitologia di From senza sacrificare il lato emotivo.
Con “Of Myths And Monsters”, From costruisce un episodio che abbandona quasi del tutto l’orrore immediato per concentrarsi sulla natura stessa della narrazione, della memoria e della fede. La sensazione dominante non è più soltanto quella della paura, bensì quella di trovarsi intrappolati dentro una storia già scritta, un ciclo apparentemente impossibile da spezzare, dove ogni tentativo di comprendere le regole dell’universo conduce inevitabilmente verso nuove contraddizioni.
La puntata procede come un lungo viaggio psicologico dentro le ossessioni dei protagonisti, mettendo in scena personaggi sempre più vicini al collasso mentale, ma anche sempre più disposti a credere nell’assurdo pur di trovare un significato al dolore. È qui che la serie dimostra ancora una volta la propria forza più grande, trasformando il mistero in una riflessione sul bisogno umano di costruire miti per sopravvivere.
Il titolo stesso, “Of Myths And Monsters”, diventa la chiave interpretativa dell’intero episodio. Tutto ruota attorno ai racconti: i libri di Ethan, il Lake of Tears, il Golem di Fatima, le reincarnazioni di Jade, i disegni di Miranda, lo storywalking di Julie. Ogni elemento sembra suggerire che Fromville non sia soltanto un luogo fisico, ma una sorta di ecosistema narrativo che filtra nel mondo reale attraverso sogni, visioni e memorie residue di cicli precedenti.
Julie ipotizza che le storie contenute nei libri possano derivare da persone che hanno inconsciamente sognato quel luogo maledetto e l’idea che Fromville “perda” frammenti di sé nel mondo reale, insinuandosi nell’immaginazione collettiva, conferisce alla serie una dimensione quasi cosmica, dove il confine tra fantasia e memoria diventa quasi del tutto indistinguibile.
THE MAN IN YELLOW
La figura del Man in Yellow domina incontrastato l’intero episodio pur apparendo pochissimo sullo schermo. La scoperta del suo abito, il trauma di Victor e le visioni di Julie confermano ulteriormente il personaggio come la presenza più terrificante mai introdotta dalla serie. L’episodio suggerisce con forza che questa entità esista da secoli e che sia legata all’origine stessa del loop temporale. Le rovine vicino alla valigia di Sophia, le date incise nel faro e la capacità dell’uomo in giallo di conoscere eventi futuri sembrano indicare quindi un essere che attraversa i cicli della città come un predatore immortale.
La rivelazione più sconvolgente arriva però attraverso Victor. La scena in cui dissotterra i propri disegni rappresenta uno dei momenti emotivamente più devastanti di questa stagione. Victor non ricorda soltanto il massacro della sua infanzia, ricorda di aver stretto amicizia con il Man in Yellow prima di scoprire la sua vera natura, e il trauma nasce proprio da quel tradimento, culminato nell’immagine mostruosa dell’entità che divora Miranda vicino al Bottle Tree.
Victor appare spezzato, incapace di affrontare direttamente il ricordo, come se la sua mente continuasse ancora a proteggersi attraverso la dissociazione infantile che lo accompagna fin dalla prima stagione. Parallelamente, Henry assume finalmente una funzione centrale. Il suo sguardo devastato davanti ai disegni della moglie e ai racconti del figlio restituisce tutta la tragedia di un uomo che comprende troppo tardi quanto Miranda dicesse la verità.
L’episodio semina inoltre un dubbio narrativamente potentissimo: il Man in Yellow che Julie incontra nel passato sembra non riconoscerla. Questo dettaglio rafforza la teoria secondo cui la cronologia degli incontri tra i due non sia lineare. Julie potrebbe aver già incontrato versioni future dell’entità (e viceversa), mentre il mostro, in quel preciso momento storico, al momento dello “spuntino” a bordo strada, non ha ancora sviluppato alcun legame con lei.
A tal proposito, considerando la natura di “mutaforma” dell’uomo in giallo, tornando indietro alla 1×02, una delle creature notturne, rivolgendosi alla ragazza, chiede: “Julie, don’t you recognize me?“, sollevando dubbi in merito alla sua identità e alla possibilità che si tratti di una delle sue probabilmente innumerevoli identità, o addirittura di una versione più giovane dello stesso individuo, arrivato, come dice Victor, in una macchina come tutti gli altri, magari di 2 o 3 cicli precedenti (per chi non fosse avvezzo alla “teoria dei cicli”, in breve, Fromville sarebbe una città in cui si ripetono cicli di durata variabile, scanditi dai numeri incisi nelle grotte visitate da Tabitha al termine della prima stagione, nel corso dei quali si ripeterebbero i massacri e le torture viste finora nella serie).
L’ASCESA DI JULIE STORYWALKER
La storyline di Julie rappresenta invece il cuore concettuale dell’episodio. Attraverso i libri recuperati dalla vecchia casa dei Matthews, la serie approfondisce finalmente le regole dello storywalking, trasformando quello che finora era solo un semplice espediente sovrannaturale in un vero e proprio meccanismo narrativo interno. L’idea del “bookmark” è straordinariamente affascinante perché introduce il concetto di capitoli temporali. Julie tenta di lasciare un segno nel passato per creare un collegamento stabile tra le varie epoche, sperando così di poter controllare i propri viaggi e magari salvare Jim.
Il problema, però, è che From sembra voler affermare con brutalità una verità precisa, già menzionata da Ethan la prima volta che parlò a sua sorella dello storywalking: il tempo non può essere riscritto, e la frase “once a story has been written, it cannot be changed” riecheggia così per tutta la puntata come una condanna inevitabile. Julie non sta modificando gli eventi; sta semplicemente vivendo frammenti di una storia che esiste già.
L’episodio gioca magnificamente con il paradosso temporale. Il tentativo di creare il bookmark fallisce, ma la serie lascia intuire che potrebbe trattarsi non di un limite assoluto, bensì di un errore tecnico o rituale. Julie forse disegna male il simbolo, forse non segue correttamente le istruzioni del libro, oppure il problema è molto più profondo: esiste già una Julie futura che ha compiuto quelle azioni.
Allo stesso tempo, il rapporto tra Julie e Randall continua a evolversi in maniera sorprendentemente delicata. Randall resta uno dei personaggi più complessi di From: aggressivo, instabile, spesso terrificante, ma progressivamente umanizzato attraverso la propria connessione con Julie. E proprio in virtù di questa sua dualità, il personaggio potrebbe essere associato al compagno di avventure del tecnico di ascensori “Storywalker Fred”, il mostro di nome Gooligog: mostruoso all’esterno ma profondamente protettivo verso chi riesce davvero a comprenderlo.
FEDE E MANIPOLAZIONE
La sottotrama più inquietante dell’episodio riguarda però Sophia e Sara. La serie abbraccia apertamente una dimensione religiosa e psicologica, trasformando le voci nella testa di Sara in un perverso strumento di controllo. Sophia emerge quindi sempre più chiaramente come manifestazione evidente del sadismo del Man in Yellow, mentre Sara continua a rappresentare una sorta di “antenna umana”, in grado di ricevere “segnali” che, da quattro stagioni, le ordinano di compiere le azioni più bieche.
L’episodio utilizza il parallelismo biblico del sacrificio di Isacco in maniera estremamente intelligente. Il bicchiere d’acqua non ha probabilmente alcun potere reale: ciò che conta è l’obbedienza. Sophia vuole verificare quanto Sara sia ancora manipolabile, sfruttando il senso di colpa e la paura che la tormentano fin dalla prima stagione.
L’episodio lascia inoltre emergere il sospetto che Sophia possieda una conoscenza impossibile degli eventi, dal momento che sembra sapere immediatamente che Sara ha rimesso l’acqua nella caraffa, suggerendo l’esistenza di una sorveglianza costante o persino di una connessione soprannaturale con la tavola calda stessa, luogo che la serie continua a rappresentare come profondamente anomalo e quasi senziente.
In questo senso, From continua a giocare magnificamente con il tema della fede. I personaggi credono disperatamente in qualcosa – una voce, un lago, una profezia, una storia per bambini – perché l’alternativa sarebbe ammettere di vivere in un universo privo di senso e dal quale non vi è alcuna via d’uscita.
FATIMA E IL SUO GOLEM DI STERCO
La storyline di Fatima prosegue invece lungo coordinate quasi folkloristiche. La costruzione del Golem di fango introduce un simbolismo molto interessante legato alla protezione, ma anche alla perdita di controllo. Fatima è convinta di essere ancora collegata a Smiley dopo il parto mostruoso della stagione precedente, e l’idea che il mostro possa nutrirsi delle sue emozioni trasforma il Golem in un tentativo disperato di riappropriarsi della propria identità.
La puntata lascia volutamente aperte due possibilità: o Fatima sta davvero cercando di creare una forma di protezione spirituale oppure sta inconsapevolmente costruendo qualcosa di molto più pericoloso. Anche qui la serie utilizza il folklore per amplificare il senso di ambiguità. Il Golem, nella tradizione ebraica, non è soltanto un guardiano, ma una creatura che spesso sfugge al controllo del proprio creatore. È quindi impossibile ignorare il presagio tragico che accompagna tutta questa sottotrama.
IL LAGO DELLE SPERANZE
La parte finale dell’episodio costruisce un crescendo di inquietudine estremamente efficace. Ethan continua a credere nell’esistenza del Lake of Tears come luogo capace di guarire e forse persino riportare indietro Jim. Tabitha, pur fingendo di assecondarlo soltanto per proteggerlo, appare in realtà sempre più combattuta, e in questo la serie continua a evidenziare una contraddizione che dopo quattro stagioni comincia a essere estremamente frustrante: personaggi che hanno vissuto esperienze impossibili continuano comunque a rifiutare avvenimenti improbabili. Tra l’altro continuando a non comunicare, magari indicendo, tanto per dire la prima cazzata, una riunione settimanale degli abitanti di Fromville per confrontarsi su quanto scoperto o su eventuali avvenimenti paranormali come voci o visioni. Il lago rappresenta quindi non solo una possibile via d’uscita, ma anche il simbolo del bisogno disperato di sperare.
Il cliffhanger conclusivo possiede una forza visiva straordinariamente perturbante, trasformando il Lake of Tears da simbolo di speranza a possibile manifestazione definitiva dell’orrore ciclico che governa Fromville. La corda sommersa, le acque che iniziano lentamente a ribollire e quelle figure ricoperte di alghe che emergono dal fondale evocano l’immagine di una gigantesca fossa comune sommersa, quasi come se il lago custodisse i resti delle vittime appartenute ai cicli precedenti oppure le tracce di rituali dimenticati legati all’origine stessa del luogo.
L’eventuale presenza degli spaventapasseri viventi intravista nel finale amplifica ulteriormente il senso di minaccia, suggerendo che il lago possa rappresentare una soglia verso una nuova forma di mostruosità ancora inesplorata dalla serie. In questo modo, From trasforma il lago nell’ennesima promessa ambigua di salvezza, un miraggio costruito per alimentare la speranza dei personaggi mentre li conduce progressivamente verso una dimensione sempre più vicina alla morte e alla dissoluzione della realtà stessa.
THUMBS UP 👍
- La storyline di Julie e dello storywalking espande in maniera affascinante la mitologia temporale della serie
- Il Man in Yellow continua a imporsi come una presenza terrificante e sempre più centrale nella narrazione
- L’episodio approfondisce con intelligenza i temi della fede, della manipolazione e del bisogno disperato di speranza
- L’atmosfera del finale al Lake of Tears raggiunge livelli di inquietudine visiva molto efficaci
THUMBS DOWN 👎
- Alcuni personaggi continuano a ignorare informazioni fondamentali o a non condividere scoperte cruciali, creando una frustrazione narrativa sempre più evidente






